Colombia: carneficina, mascalzonaggine e miopia

Colombia: carneficina, mascalzonaggine e miopia
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Il clima di speranza che si era diffuso in Colombia nel settembre 2016 è solo un lontano ricordo.

Allora si pensava che la firma degli “Accordi dell’Avana” avrebbe messo fine alla guerra civile iniziata oltre 70 anni fa (265.000 morti solo tra il 1958 ed il 2020, secondo il Centro Nacional de la Memoria Histórica, Centro Nazionale per la Memoria Storica, CNMH).

L’accordo comprendeva cinque punti centrali: sviluppo rurale, partecipazione politica, consegna delle armi, narcotraffico e riparazioni materiali per le vittime.

Di questi cinque punti, identificati come elementi  risolutivi del conflitto armato, è stato rispettato – parzialmente – solo quello sulla consegna delle armi.

E la carneficina è continuata.

La carneficina

Le cifre delle vittime variano a seconda delle fonti.

Per il CNMH sono state 80.472: quasi 59.000 sono ancora scomparse, 8.100 sono state trovate morte, oltre 11.000 sono irreperibili ma ci sono informazioni disponibili sul loro sequestro.

Per la Procura generale della nazione sono 54.046.

Per la Fondazione Nydia Érika Bautista per i diritti umani sono oltre 120.000.

Nella sua “Cartografía de la desaparición forzada en Colombia” (Cartografia della scomparsa forzata in Colombia, 2019), si legge:

“Il balletto di cifre sulla scomparsa forzata invisibilizza le dimensioni reali di questa profonda cicatrice senza giustizia, ma non è casuale. Lo stato non ha voluto – o riuscito – a sistematizzare le informazioni, unificare i criteri e le banche dati e implementare meccanismi di ricerca efficaci”.

Ma la cosa più importante è che continuano ad aumentare i morti, gli scomparsi e gli sfollati.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i problemi umanitari (OCHA), nel primo semestre del 2021, 44.647 persone sono state vittime di spostamento interno forzato in Colombia.

Il numero di sfollati interni ha triplicato quello del primo semestre del 2020.

Precisa l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: La Colombia è il primo paese al mondo per gli sfollati interni: 8,3 milioni di persone entro la fine del 2020.

Le dinamiche che portano allo spostamento non si sono fermate ma, anzi, continuano ad approfondirsi.

La brutalidad de la respuesta gubernamental permite entender el porqué de la persistencia del desplazamiento forzado.

Gli attuali spostamenti avvengono nel contesto di una profonda crisi politica, economica, sociale e dei diritti umani, aggravata dall’attuale pandemia.

La crisi ha trovato due risposte:

La prima è il massiccio sostegno della popolazione allo sciopero nazionale a tempo indefinito iniziato il 28 aprile.

L’altra, la brutalità militare e della polizia, le gravi violazioni dei diritti umani ed i crimini di diritto internazionale con cui il governo colombiano ha risposto allo sciopero e alle richieste della società civile.

Nella sua brutalità, la risposta del governo permette di capire perché lo spostamento forzato persiste.

La prima ragione è la disputa per il controllo del territorio tra i gruppi armati illegali.

Deriva dall’espressa volontà dell’attuale governo del presidente Iván Duque, e dell’uribismo che lo sostiene, di non rispettare gli accordi sottoscritti con le FARC, frustrando l’opportunità di pace che gli accordi dell’Avana potevano fornire.

Questa inadempienza ha portato settori delle FARC a riprendere la guerriglia e tutta l’economia che vi ruota intorno.

E ha frustrato pure le possibilità di raggiungere un accordo di pace con l’ELN, l’altro grande gruppo storico di guerriglia.


Il paramilitarismo si è diffuso e consolidato nelle zone dove le FARC-EP si sono ritirate.

Gruppi paramilitari come le Autodefensas Gaitanistas de Colombia (AGC), conosciute anche come il Clan del Golfo, i Caparros e altri, combattono per il controllo del territorio.

Si autofinanziano con il narcotraffico, sfruttano l’appoggio delle imprese estrattiviste transnazionali e la connivenza dell’esercito.


La mancata attuazione di quanto firmato all’Avana per favorire le campagne e l’economia contadina, nessuno degli appoggi concordati per piani produttivi alternativi si è concretizzato, ha stimolato ancora una volta la diffusione delle coltivazioni illecite nei territori.


Le dinamiche dello spostamento permettono controllare il territorio.

Il controllo non si limita alle rotte dell’illegalità. In quanto parte di una strategia di contro-insurrezione classica, permette di esercitare sia il controllo sociale che il controllo delle risorse esistenti, per destinarle allo sfruttamento da parte delle grandi imprese nazionali o internazionali.

La geografia dello spostamento si spiega in funzione delle risorse minerarie, metalliche o di legname e dei grandi progetti agricoli estrattivi o agroindustriali il cui sfruttamento richiede l’eliminazione delle insorgenze e resistenze sociali.

Include l’esproprio delle popolazioni contadine, indigene o afrodiscendenti che vivono nei territori ambiti.

Quindi, l’espansione della frontiera estrattiva in territori che non erano stati raggiunti a causa della presenza della guerriglia o dell’opposizione sociale, è una delle cause dell’attuale peggioramento delle espulsioni della popolazione dai loro territori.

Un piccolo esempio tra molti possibili:

Nel nord del Cauca, lo sviluppo di grandi imprese, parchi industriali e zone di libero scambio coesiste piuttosto male con i territori ancestrali delle comunità indigene e afrodiscendenti.

La strategia del governo e delle classi dirigenti si osserva, anzitutto, nella militarizzazione del territorio sul quale sono state installate basi di unità mobili e di alta montagna, commissarie e basi permanenti della polizia e dell’esercito e posti di blocco militari.

Ciononostante – anzi proprio per questo – si ripetono le uccisioni dei leader indigeni e aumenta il rischio di espulsione della popolazione afrodiscendente.

Gli afrodiscendenti sono formalmente esclusi dal presunto sviluppo che comportano i parchi industriali, non hanno possibilità di coltivare la propria cosmovisione, non hanno diritti né lavoro, non esiste per loro alcun progetto sociale.

Risultato: nel primo semestre de 2021, nel Cauca ci sono stati 9 massacri, con 28 persone assassinate tra indigeni e afrodiscendenti.

La mascalzonaggine

Qualche giorno fa, Iván Duque, il mascalzone che esercita le funzioni di presidente, ha dichiarato davanti all’Assemblea Generale dell’ONU: “Abbiamo realizzato la più importante riforma sociale di questo secolo in Colombia e approvato la più importante riforma fiscale in termini di raccolta, che raggiunge l’1,8% del nostro Prodotto Interno Lordo, rafforzando la regola fiscale dell’indebitamento e della riduzione del deficit, stabilendo un percorso per stabilizzare le finanze pubbliche e garantire un’ampia rete di sicurezza sociale”.


Dallo scorso aprile, le manifestazioni e le rivolte si trascinano proprio a causa della proposta di riforma fiscale di Duque per coprire il deficit economico legato alla pandemia di coronavirus.

Davanti all’enorme portata delle proteste, Duque è stato inizialmente costretto a fare marcia indietro ma, dopo che le manifestazioni si sono placate a causa della pesante repressione, ha reimposto la riforma fiscale all’inizio di settembre.

Secondo l’organizzazione Human Right Whatch, “nella repressione sono stati impiegati blindati con lancia proiettili molteplici diretti contro i manifestanti. E’ un arma pericolosa e indiscriminata. La repressione ha lasciato 63 morti, più di 1000 feriti e circa 100 dispersi”.

Il 22 settembre il “New York Times” rispondeva direttamente a Duque:
“La giovane generazione vive scontenta per la mancanza di opportunità di studio e di lavoro, e all’ombra di decenni di guerra interna.

Il sessanta per cento dei diplomati della scuola superiore non può accedere immediatamente all’istruzione superiore.

La crisi economica mantiene 22 milioni di persone (su 43 milioni di abitanti) nella povertà e 7,4 milioni nella povertà estrema.

La risposta del governo nazionale alle rivendicazioni della popolazione è stata la brutalità e la repressione.

Al culmine dello sciopero, tra il 28 aprile e la fine di giugno di quest’anno, ci sono state 63 uccisioni da parte di membri delle forze di sicurezza.

Abbiamo visto dei giovani correre per ripararsi dall’Estad (Escuadrones Móviles Antidisturbios). Abbiamo visto membri della polizia sparare ai manifestanti.

Ma abbiamo anche visto l’unità intorno alle cucine comunitarie dove sono state nutrite centinaia di persone che altrimenti sarebbero morte di fame ( Cómo honrar la memoria de los líderes sociales asesinados en Colombia – The New York Times nytimes.com).


Precisano le organizzazioni sindacali colombiane:

il 64% dei colombiani lavora nel settore informale;

il 18% nel lavoro illegale,

l’89% dei salariati non ha protezione sociale;

il 47,1% guadagna meno del salario minimo legale.

La Colombia è il secondo Paese più disuguale dell’America Latina, secondo solo all’Honduras.


Secondo l’Istituto di Studi per lo Sviluppo e la Pace (Indepaz, 20 settembre 2021), nel 2021 124 leader sociali e difensori dei diritti umani sono stati assassinati in tutta la Colombia (…) e sono stati registrati 72 massacri, con 258 vittime.

La miopia (condita con più di un pizzico di mascalzonaggine)
Il 15 agosto 2021, la sezione Sud America del Servizio europeo di azione esterna (SEAE) ha informato il Parlamento europeo che il Trattato di Libero Scambio (TLC) con la Colombia non sarebbe stato sospeso.

Secondo Veronique Lorenzo, capo della sezione, “le violazioni dei diritti umani sono sempre inaccettabili, ma in Colombia non si osservano violazioni sistematiche, per cui non c’è alcun motivo per applicare la clausola che eliminerebbe il TLC”.

Madame Lorenzo aveva precisato in un intervento precedente dedicato al TLC con il Mercosur, le ragioni di cotanta cocciutaggine: “Questo accordo è il frutto di 20 anni di lavoro. Quindi, è importante che sia considerato come un reciproco impegno con Paesi nostri alleati naturali che, in un mondo tanto polarizzato ci guardano con sempre maggiore attenzione” (“Bruxelles difende accordo Ue-Mercosur”, ANSA, 6 febbraio 2021).

Soddisfatti e convinti in seguito a una tanto brillante esposizione gli europarlamentari, il TLC tra la UE e la Colombia gode di buona salute.

Buona ma non ancora eccellente, perché non è stato ancora ratificato dalla maggior parte dei parlamenti nazionali, tra cui quello italiano.

Rodrigo Andrea Rivas

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