Il 201 compleanno di Marx e la necessità di ritornare alla “politica molecolare”

“Bacon dice che gli uomini veramente significativi hanno tanti rapporti
con la natura ed il mondo, tanti oggetti d’interesse,
che si consolano facilmente di ogni perdita.
Io non faccio parte di questi uomini significativi.
La morte del mio bambino mi ha fatto tremare così profondamente
cuore e cervello, che continuo a sentire la sua perdita come il primo giorno”.

Lettera di Karl Marx a Ferdinand Lassalle, 28 luglio 1855

Le rivoluzioni borghese hanno avuto due grandi vantaggi:

a) prima di prendere il potere politico già possedevano il potere economico

b) avevano penetrato e permeato tutto il corpo sociale con la loro concezione del mondo.

Le ipotetiche rivoluzioni proletarie non soltanto non possiedono il potere economico, ma sono sottomesse alla sua legge ferrea: la necessità da parte del proletariato di vendere la sua forza lavoro per sussistere.

Questa mancanza rende imprescindibile puntare sul secondo “vantaggio” quale condizione conditio sin equa non: chi pretende prendere il potere politico per trasformare la società, deve prima avere penetrato e permeato l’insieme del corpo sociale. Gramsci lo chiamava egemonia.

Tuttavia, non disponendo né del potere economico né di quello politico, per la concezione socialista/comunista del mondo è molto difficile raggiungere la direzione culturale e vitale della società.

Ha quasi tutto contro: dal fatto elementare legato alla necessità di vendere la forza lavoro da parte dell’operaio, fino al dominio del capitale sulla quasi totalità dei mezzi di produzione ideologica, alla naturalizzazione dei rapporti sociali di sfruttamento, al dominio sulle coscienze dei feticci denaro e merce, all’apparato repressivo dello Stato.

Quindi, la lotta per l’egemonia, per la costruzione di un ordine nuovo dentro quello vecchio, è complicata, difficile, sottoposta a continue marce indietro, portata aventi sempre in evidente situazione d’inferiorità.

Solo due circostanze operano a suo favore:

la prima, obiettiva, è il carattere sfruttatore e depredatore del capitalismo;

l’altra, soggettiva, è l’ansia di libertà e giustizia degli oppressi, la loro aspirazione all’utopia.

La politica molecolare va situata all’interno di questa lotta per l’egemonia come uno strumento imprescindibile per conquistarla.

Ma, cos’è allora la cosiddetta politica molecolare?

1º.- Allargando un’affermazione gramsciana, la politica molecolare parte dalla base che siamo tutti politici, ovvero che la politica deve essere una dimensione fondamentale del nostro modo di essere e di stare al mondo, che intervenire alla soluzione dei problemi della nostra società ci rende più umani, più completi, che per non trasformare la etica in una lettera morta circoscritta al privato, deve dotarsi di vita rendendosi pubblica e condivisa con l’altro.

2º.- La politica molecolare è micro politica. Abituati a pensare alla politica come esercitazione sullo Stato, dimentichiamo il campo d’azione a noi più vicino, al nostro qui e ora, al nostro ambito quotidiano di sviluppo esistenziale: il lavoro, la famiglia, gli amici, il quartiere.

Anche queste sfere, all’interno delle quali trascorre la maggior parte della nostra esistenza, sono politiche. Anche in queste ci sono strutture di dominazione, si riproducono i gesti ideologici del potere, della concezione del mondo che considera naturale un sistema sociale basato sullo sfruttamento dell’uomo per altri uomini. Anche in queste sfere devono mettersi le basi di quell’ordine nuovo.

3º.- La politica molecolare esige una “conversione”. Non possiamo pretendere di creare un mondo nuovo se nella nostra esistenza quotidiana manteniamo uno stile di vita vecchio: competitivo, consumista, non solidale, egoista, possessivo.

4º.- Quindi, la politica molecolare è una prasseologia del giorno dopo giorno, della strada, del tu a tu, del noi qui e ora, delle rivendicazioni vivine e concrete, dei sottomessi, dai sottomessi, con i sottomessi.

5º.- La politica molecolare crea legami personali, annoda collettivi, genera movimenti, vincola organizzazioni, promuove solidarietà, favorisce la capacità di aiutarsi a vicenda: costruisce senso comune, edifica un soggetto.

6º.- La politica molecolare non deve rinchiudersi in sé stessa, passare sopra le questioni macro-politiche, dimenticare il problema del potere e dello Stato. Ma deve urlare con forza che senza di lei forse si potrà arrivare al potere del governo, ma non si arriverà al potere dello Stato; che senza di lei qualsiasi potere trasformatore sarà assorbito dalla borghesia o sarà semplicemente rovesciato; che senza di lei i nuovi governanti riprodurranno i vecchi poteri di sempre.

 Per non annoiare troppo, faccio solo un breve riferimento al secondo appunto indicato all’inizio: ritornare, ritornare, ritornare … Lo faccio partendo dal vecchio Carlos Gardel:

“Ritornare con la fronte corrugata, le nevi del tempio hanno imbiancato le mie tempie. Sentire che la vita è un soffio, che vent’anni sono nulla” (Volver”, 1931)

Se bisogna ritornare alla politica molecolare è perché, come avviene quasi sempre, la politica trasformatrice si è lasciata affascinare dalla macro politica, dalla lucentezza istituzionale, dal potere dello Stato, dal fascino delle alte sfere, dalla mollezza delle moquette e dalla comodità delle poltrone, e ha abbandonato la lenta costruzione di un tessuto sociale progressista, la paziente cura dei movimenti contestatari, il quotidiano essere e restare gomito a gomito con i problemi della gente, la lenta e difficile  creazione di contropoteri orizzontali e di base, la prassi dal basso, con e per i sottomessi.

Non è stato un fenomeno di un giorno o di un periodo ma un lento transito.

Le conseguenze di questo slittamento, neppure concluso, sono sotto la nostra vista in tutta la loro evidenza e tristezza. E’ avvenuto, infatti, che quando l’albero abbandona la terra, perde le sue radici e il contatto con l’humus che lo alimenta, non può che seccarsi, imputridirsi e morire.

Al massimo, coniugando con una certa destrezza centrismi e pentimenti vari, ci si deve accontentare del politichese, ossia dell’edera che, abbarbicandosi sul vecchio tronco, ne accelera la morte.

I quattro villani e la minima immoralia

In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore.
Ho sentito degli spari in una via del centro
quante stupide galline che si azzuffano per niente
minima immoralia
minima immoralia


Franco Battiato[1]

Nei miei testi precedenti temo di non avere messo sufficientemente in chiaro due questioni che reputo essenziali sul caso Assange.

La prima è il carattere illegale dell’arresto

Il 4 febbraio 2016, il Gruppo di Lavoro dell’ONU contro gli arresti arbitrari ha stabilito che l’arresto di Assange era “arbitrario e illegale”. La sentenza, non vincolante, precisava: “I governi della Svezia e dell’Inghilterra devono garantirne la sicurezza e integrità fisica, facilitarne la libertà di movimento nel modo più spedito possibile e il pieno godimento dei diritti garantiti dalle norme internazionali riguardo il fermo di persone”[2]

Il ministro degli esteri ecuadoriano, Ricardo Patiño, commentava il 5 febbraio 2016 in conferenza stampa: “È un trionfo della verità, un trionfo della giustizia internazionale e, ci auguriamo, un trionfo della libertà perché è in gioco la libertà di un essere umano… La decisione del gruppo di lavoro dell’ONU è una ratifica e una convalida di tutti gli argomenti che ha presentato l’Ecuador negli ultimi anni[3].

La seconda è l’elenco dei villani

Il primo villano è, va da sé, Lenin Moreno

Propongo di ribattezzarlo “Giudabba”, sintesi dei nomi del traditore e del bandito biblici.

Sul comportamento banditesco ho già detto nei post precedenti.

Sull’ipocrisia e servilismo vorrei far notare che non ha neppure avuto il coraggio di mettere fuori della sede diplomatica un uomo ridotto fisicamente a pianta in seguito ad anni di forzato immobilismo, bensì l’ha fatto portare fuori dalla polizia londinese.

Presumo che questi ultimi ne abbiano tratto godimento. 

Il secondo villano è la Casa Bianca

Propongo di chiamarlo “Scarface”: “Dì ai tuoi compagni di Miami, e al tuo amico, che sarà un piacere. Io un comunista lo ammazzo anche gratis, ma per la carta verde di residenza sarei disposto anche a sotterrarlo”[4].

Il primo a tentare di tutto per farsi consegnare Assange è stato Barack Obama.

Se l’estradizione verso gli USA avrà luogo sotto Trump, presumo che Assange sarà sottoposto a “durissime tecniche d’interrogatorio” (eufemismo per non dire torture), ad un’interminabile successione di processi, da vivere in carcere, che probabilmente finiranno (chiedo venia per la mia malevola presunzione), con un assassinato all’interno di un ben congeniato “litigio tra detenuti”.

Converrete che questi litigi possano avvenire – anzi, avvengono spesso – in ambienti popolati da banditi, narcotrafficanti e criminali.

Converrete pure che l’eventuale decesso avvenuto in seguito ad un litigio tra carcerati, eviterebbe che qualche malintenzionato possa accusare gli USA di avere condannato a morte una persona colpevole solo di avere reso pubblica la verità.

Il terzo villano sono gli impresentabili “rappresentanti del popolo” dei Parlamenti del Regno Unito e degli USA.

“Onorevole sarà lei!”[5]

Stando alle cronache, costretti a distrarsi per un attimo dalle loro pacate e interessantissimi approfondimenti e riflessioni sulla Brexit, i parlamentari britannici hanno urlato di allegria quando Theresa May li ha informati dell’arresto di Assange. Si può presumere che non avendo menato le mani contro qualche malcapitato ormai da un po’ di tempo, probabilmente attraversavano una crisi di astinenza. Purtroppo, la TV non ci ha regalato le immagini corrispondenti della Camera dei Lord. Presumo che, ubriachi dall’allegria, i Pari del regno avrebbero fatto volare parrucche e falsi nei in un indescrivibile sabba wetsminteriano coi bastoni da Lord, orge e riti blasfemi come ad ogni buon sabba corrisponde.

Altrettanto è avvenuto nel Congresso statunitense. Non è il tema, ma forse conviene dimenticare che buona parte di quei legislatori si è arricchita proprio esercitando la funzione legislativa, proteggendo lobby e imprese che finanziano le loro carriere ma, anche, condannando la maggioranza della popolazione ad una situazione in cui “i redditi dell’1% più ricco superano quelli del 90% della popolazione e un lavoratore medio deve lavorare oltre un mese per guadagnare quanto guadagna un Amministratore delegato in un’ora.”[6]

Il quarto villano sono i governi europei

Come insegna il grande maestro Vincenzo Cerami, “c‘è sempre qualche personaggio che fa da filtro alla gag, e aiuta a dare una lettura della gag, è la cosiddetta «spalla»”[7].

I governi europei hanno acconsentito senza neppure spettinarsi a questo attacco di Washington contro l’informazione e, più in generale, per loro ogni desiderata della Casa Bianca assume valore extraterritoriale e si applica ai loro Stati.

Nemmeno questo è il tema, ma oltre ad Assange si potrebbero ricordare a questo riguardo le sanzioni economiche contro la Russia, l’obbligo di acquistare aerei taroccati come gli F-35, la partecipazione all’assassinato di Gheddafi che ha aperto la guerra che nell’attuale puntata coinvolge l’ENI e la TOTAL in Libia, il blocco contro Cuba, la partecipazione alla commedia dell’arte con protagonista la star guest Juan Guaidó in Venezuela …

Insomma, un villano-spalla adatto alle tante vigliaccate imbastite dall’imperatore di turno. Per così dire, “i boy scout delle mascalzonate” o, se preferite, gli addetti alle bazzecole, quisquilie e pinzillacchere del buon Totò.

R. A. Rivas

16 aprile 2019


[1] Franco Battiato, “Bandiera bianca”, dall’album “La voce del padrone”, 1981.

[2] Sulla composizione e funzioni del CDIH vedere “Folleto Informativo No.26. El Grupo de Trabajo sobre la Detención Arbitraria”, https://www.ohchr.org/Documents/Publications/FactSheet26sp.pdf

Sulla sentenza rigurado il caso assange, vedere “Panel de la ONU considera ilegal detención de Julián Assange”, “El Comercio”, Quito 4 febbraio 2016https://www.elcomercio.com/actualidad/onu-considera-ilegal-detencion-julianassange.html. Sulle reazioni in Europa vedereReino Unido y Suecia rechazan la petición de la ONU de liberar a Assange”https://elpais.com/internacional/2016/02/05/actualidad/1454660771_406980.html

[3] “Ecuador aplaude la decisión de la ONU en el caso Assange”, https://www.youtube.com/watch?v=YvP8e_dc4il

[4] “Scarface”, regia di Brian de Palma, 1983. Il protagonista, Tony Montana, è interpretato da Al Pacino.

[5] Franco Dionesalvi, Mimmo Talarico, “Conversazioni politiche al tempo del disonore”, Sabbiarossa Edizioni, Reggio Calabria 2013.

[6] Per evitare le solite lezioni contro “l’antiamericanismo delirante tipico dei sudamericani” impartite da qualche tribunale di solidi costruttori di alternative, per queste indicazioni – ivi comprese quelle riguardanti le funzioni di  lobby dei parlamentari – ho ricorso a due fonti che presumo  per loro insospettabili. Nei due testi trovate molti altri dati, tutti precedenti il governo Trump: Nicholas Kristof, “An Idiot’s Guide to Inequality”, “New York Times” 23 luglio 2014, https://www.nytimes.com/2014/07/24/opinion/nicholas-kristof-idiots-guide-to-inequality-piketty-capital.html e William Marsden, “Obama’s State of the Union speech will be call to arms on wealth gap”, https://o.canada.com/news/obamas-state-of-the-union-speech-will-be-call-to-arms-on-wealth-gap

[7] Beatrice Barbalato, “Lectio magistralis – I laboratori del comico”, in “Sisifo felice. Vincenzo Cerami, drammaturgo”, Editore Brüssel 2009.

Ecuador, USA e Assange: storie e peripezie non esemplari



Lenín Moreno, presidente de Ecuador, e Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale di Trump. (Foto: EFE/Reuters)

 “Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato,
nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza,
e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso,
solcato da nervature arcuate,
sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra.
Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole,
gli si agitava dinanzi agli occhi.

Franz Kafka[1]

1.- Il mattino del 2 aprile 2017, la Commissione elettorale ecuadoriana annunciava che Lenin Moreno aveva vinto il ballottaggio presidenziale.

La stessa sera, 2 aprile 2017, il presidente eletto da una coalizione di sinistra, si riuniva con Paul Manafort, responsabile della campagna elettorale del presidente statunitense Donald Trump tra giugno e agosto 2016, quando era stato costretto a dimettersi perché implicato in scandali di corruzione[2].

Il 27 ottobre 2017 Manafort è stato incriminato per reati commessi in Ucraina prima del rovesciamento del governo filo-russo di Viktor Yanukovych (2014). Nel giugno 2018 fu accusato di ostruzione alla giustizia e manomissioni dei testimoni mentre era agli arresti domiciliari. Successivamente, Manafort è stato processato in due tribunali federali. Nell’agosto 2018 è stato condannato nel distretto orientale della Virginia per frode fiscale e bancaria. Nel tribunale distrettuale di Washington si è dichiarato colpevole e ha accettato di collaborare con i pubblici ministeri. Il 26 novembre 2018 è stato accusato di avere violato il patteggiamento mentendo ripetutamente agli investigatori. Il 13 febbraio 2019, il giudice del tribunale distrettuale ha annullato l’accordo stipulato. Il 7 marzo 2019 è stato condannato a 47 mesi di prigione[3].

Probabilmente, la consegna di Assange agli USA è stata decisa già in quell’incontro. Il baratto prevedeva la consegna della testa di Assange in cambio di compensi pecuniari ed accordi commerciali.


Vista del centro storico di Quito. Sullo sfondo è visibile la Vergine di Quito, posta sul Panecillo – Foto Cayambe

2.- Al baratto concordato dal connubio MM (Moreno-Manafort), mancava il catalizzatore.

In chimica, un catalizzatore è una materia che interviene durante lo svolgimento di una reazione chimica modificando il complesso attivato della reazione. Ossia, abbassando l’energia di attivazione, ne aumenta la velocità.

Si stima che almeno il 60% di tutte le sostanze commercializzate oggi richiedano l’uso di catalizzatori in qualche stadio della loro sintesi. Perché dovrebbe farne eccezione una transazione come quella appena descritta?

Il 26 marzo 2019, nel contesto del degrado della situazione di Assange che ho descritto in un testo precedente, Wikileaks annunciava: “Il Parlamento ecuadoriano ha aperto un’inchiesta per corruzione contro il presidente, Lenin Moreno, in seguito alla pubblicazione di contenuti filtrati dal suo iPhone (Whatsapp, Telegram) e dal suo Gmail. Il “New York Times” ha informato che Moreno ha proposto di vendere Assange agli Stati Uniti in cambio di un condono di parte del suo debito”[4].

Era l’atto di apertura del caso “INA Papers”. I villani invitati erano il presidente dell’Ecuador, suo fratello Edwin e le figlie del presidente. La trama, un’operazione di riciclaggio di denaro per 18 milioni di dollari realizzata nel Belize.

Il nome INA deriva dalle lettere finali dei nomi delle tre figlie di Lenin Moreno: Ir(ina), Crist(ina) e Kar(ina). I 18 milioni di dollari percepiti da Edwin Moreno, capo dell’INA Investments Corp, sono stati riciclati da 11 aziende fantasma: Espíritu Santo Holdings, Fundación Amore, Fundación Esmalau, Fundación Pacha Mama, Inversiones Larena, Inversiones Maspal, Manela Investment Corp, Probata Investments, San Antonio Business Corp, Turquoise Holdings Ltd, Valley View Business Corp.

Malgrado Assange fosse scollegato dal mondo, Moreno l’ha incolpato di essere il responsabile della violazione della sua posta e del suo telefono.

“A Quito, la ministra Maria Paula Romo ha dichiarato in conferenza stampa: «C’è un piano di destabilizzazione in Ecuador che è legato agli interessi geopolitici» … E a New York, Hillary Clinton: «È chiaro dall’accusa che è venuta fuori che l’arresto riguarda l’assistenza all’hackeraggio di un computer militare per rubare informazioni dal governo degli Stati Uniti. Aspetterò e vedrò cosa succederà, ma deve rispondere per quello che ha fatto»”[5].

Hanno la faccia come il culo. Non conoscendo la vergogna, possono fare qualsiasi cosa senza scrupoli né pudore. Non è un apprezzamento estetico, ma un giudizio etico.

Di Lenin Moreno, oltre alla personalità empia, va messo in luce la sua radicale giravolta verso destra, messa in luce dalla conclusione di un accordo col FMI e la Banca Mondiale per 10 miliardi di dollari, in cambio di un severissimo programma di austerità che includeva tra l’altro il licenziamento immediato di 10mila funzionari dell’amministrazione pubblica.

Va pure detto che gli “INA Papers” della corrotta famiglia Moreno non sono una novità ma soltanto un altro capitolo dell’applicazione mafiosa del neoliberismo globale in America Latina. In questo caso, il capitolo d’imputazione è quello del riciclaggio nei paradisi fiscali di quantitativi di denaro atti ad acquistare le coscienze dei suoi governanti e/o dei manipolatori dell’opinione pubblica.

Per menzionare solo alcuni casi recenti, ricordo i “Panama Papers”, che coinvolsero Mario Vargas Llosa e il presidente argentino Mauricio Macri; i “Bahama Leaks”, che videro alla ribalta Pinochet, Macri e il PAN messicano; la truffa della Banca Stanford, che riciclava i soldi del Cartello del Golfo con l’aiuto dell’ex ministro degli esteri messicano (2000-2003) Jorge Castañeda Gutman. Si può aggiungere un lungo eccetera.

Il corollario è semplice: in America Latina non c’è neoliberismo senza riciclaggio.

3.- L’imperizia è tutt’altra cosa, anche se …

Il caso Assange mi ha riportato in mente il caso Abdullah Ocalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Un veloce riassunto:

Ocalan arrivò il 12 novembre 1998 in Italia accompagnato da Ramon Mantovani, all’epoca deputato di Rifondazione Comunista e responsabile Esteri del partito. Si consegnò alla polizia sperando di ottenere in qualche giorno l’asilo politico che gli era stato garantito da membri del governo presieduto da Massimo D’Alema. Tuttavia, il governo non glielo concesse per le pressioni ricevute dall’estero, in particolare dalla Turchia e dagli Stati Uniti, e dalle aziende italiane che temevano di essere boicottate dal governo turco.

Il 16 dicembre 1998 la quarta sezione penale della Corte d’Appello di Roma sentenziò che Abdullah Ocalan doveva essere considerato un libero cittadino, revocando l’obbligo di dimora e il divieto di espatrio che gli era stato imposto preventivamente il 20 novembre 1998. La Corte stabilì anche il non luogo a procedere nei confronti dell’estradizione, in riferimento al mandato di cattura emesso dalla Germania.

Il 23 dicembre 1998 Massimo D’Alema, durante la conferenza stampa di fine anno, diceva: “L’esito più probabile di questa vicenda è che Ocalan se ne vada dal nostro Paese”. Ma, aggiungeva, Ocalan deve essere d’accordo perché in caso di una vera e propria espulsione “sarebbe molto difficile per un pretore non imporre al governo il soggiorno obbligato per ragioni umanitarie”.

Comunque, a quel punto era evidente che il governo aveva deciso di far partire Abdullah Ocalan, ufficialmente con la formula di un “allontanamento volontario”.

Infatti, il giorno prima di partire Ocalan scrisse una lettera in cui sosteneva di aver deciso spontaneamente di lasciare l’Italia. Invece, è molto probabile che sia stato costretto a farlo[6]. Si sa che gli vennero proposte diverse destinazioni, principalmente in Africa (Guinea, Guinea Bissau, Mali, Sudafrica), ma che Ocalan le rifiutò tutte, ritenendole poco sicure. Alla fine, però, il 16 gennaio 1999 fu convinto a partire per Nairobi, in Kenya.

Pochi giorni dopo, il 15 febbraio 1999, Ocalan fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi durante un trasferimento dalla sede della rappresentanza diplomatica greca in Kenya all’aeroporto di Nairobi, e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Turchia, nell’isola di İmralı, dov’è rimasto fino ad oggi.

Il carcere di Imrali

Nell’aprile 1999, il Tribunale per la sicurezza dello Stato di Ankara accusò Abdullah Ocalan di tradimento e di attentato all’unità e alla sovranità dello Stato turco. Quindi, è stato condannato alla pena di morte perché ritenuto responsabile di tutti gli atti terroristici del PKK e della morte di migliaia di persone.

La condanna non è stata eseguita poiché l’allora presidente della Turchia, Bulent Ecevit, si oppose per non compromettere le trattative della Turchia per entrare nell’Unione Europea.

Nel 2002 la Turchia abolì la pena di morte e la pena di Ocalan si trasformò in ergastolo.

N.B.: negli Stati Uniti la pena di morte non è stata abolita.

“Signore e signori, i tempi son tristi:
è saggio chi è in ansia, cretini i vanesi.
Non vince le angustie chi ha perso del riso il gusto:
per questo la farsa scrivemmo
che voi ascolterete.
Ma, attenti! signori,
gli scherzi che udremo non stiamo a pesarli
a grammi, a millesimi; ma a cesti, a quintali!
Pesateli come patate, ed ancora cercate aiutarvi un po’ con l’accetta”[7].

R. A. Rivas

14 aprile 2019


[1] Franz Kafka, “Die Verwandlung”, Kurt Wolff, Lipsia 1915. Tr. it. “La metamorfosi”, Adelphi, Milano 1981.

[2] Karina Martin, “Ecuador Admits President Moreno Met with Paul Manafort in April”, 21 novembre 2017 https://panampost.com/karina-martin/2017/11/21/ecuador-admits-president-moreno-met-with-paul-manafort-in-april/?cn-reloaded=1

[3] Clark Mindock, Andrew Buncombe “Manafort sentencing: Trump’s ex-campaign manager sentenced to less than four years in jail for fraud”, Londra 8 marzo 2019 https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/paul-manafort-sentencing-trump-wheelchair-court-jail-a8813281.html

[4] Defend Wikileaks, “Ecuador twists embarrassing INA Papers into pretext to oust Assange”, https://defend.wikileaks.org/2019/04/03/ecuador-twists-embarrassing-ina-papers-into-pretext-to-oust-assange/

[5] Enzo Boldi, “In Ecuador è stato arrestato un uomo legato a Julian Assange”, “Il Giornale”, Milano 12 aprile 2019 https://www.giornalettismo.com/archives/2700714/julian-assange-arresto-ecuador

[6] Sergio Romano, “Il caso Ocalan e il dilemma del governo D’Alema”, Corriere della Sera, Milano 23 giugno 2017. https://www.corriere.it/solferino/romano/07-06-23/01.spm

[7]  Bertolt Brecht, “Herr Puntila und sein Knecht Matti”, Schauspielhaus Zürich, Zurigo 1950. Tr. it. “Il signor Puntila e il suo servo Matti”, Einaudi, Torino 1970.

Moreno, il traditore, ha condannato Julian Assange ad una probabile pena di morte

Assange portato fuori a forza dall’ambasciata ecuadoriana di Londra da agenti britannici. Estratto dal video dell’agenzia russa Ruptly

                                                                                  “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”

Augusto Monterossa[1]


L’11 aprile 2019 è stata una giornata funesta, per i libici, per i profughi, per le tante popolazioni abbandonate da Dio e perseguitate dagli uomini, e per l’informazione.

La cattura di Julian Assange – grazie alla complicità del presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno – ha creato un penoso precedente per la violazione impune dei diritti umani, del diritto d’asilo, della libertà di stampa, della cittadinanza ecuadoregna, della sovranità nazionale, della legalità diplomatica, della democrazia, della pace e delle libertà.

Mai alcuna polizia si era spinta fino a prendere un esule da un’ambasciata. Nemmeno quella dei governi Pinochet, Videla o Banzer. E ne parlo con conoscenza di causa.

Qualcuno potrebbe argomentare che in questo caso è stato il governo del Paese stesso, e cioè l’Ecuador, a sollecitare l’intervento.

Posso dire che, nel nostro caso, alcuni Paesi si rifiutarono di ricevere dei fuggiaschi (tali eravamo prima di entrare nelle ambasciate). Lo fecero, mi ricordo, gli inglesi e i cinesi (quelli di Mao, off course). Forse anche altri, perché la storia dell’infamia è sempre lunga. Ma si adoperarono per non farci entrare, ben sapendo che poi non sarebbe stato possibile consegnarci.

Ovvero, Moreno ha superato un altro scalino nella scala dell’infamia. Era stato eletto, non tanto tempo fa, dalla sinistra ecuadoriana.

Il fatto è, dice una voce popolare, che è meglio stare attenti agli amici, augurandosi che dai nemici ci protegga Dio. Lo ricordo anche perché sono allergico alle formule fideistiche, di qualsiasi tipo.

L’attacco ai diritti umani e cittadini di Julian Assange è iniziato poco dopo l’elezione di Moreno quando il traditore ha iniziato a trattare coi governi statunitense e britannico sul destino della testa – in senso letterale – del giornalista australiano.

Col veloce progredire delle trattative, Assange ha smesso di essere un esule. Un esule non ha privilegi, non si capisce perché dovrebbe averli, ma ha alcuni diritti della cui protezione deve rispondere lo Stato al quale si è affidato. Mentre è confinato nella sede diplomatica, il diritto internazionale enumera tra queste la salvaguardia della sua salute e della sua vita[2]. La prima di queste, ovviamente, va intesa nel contesto delle possibilità del Paese ospitante.

Il risultato, detto senza perifrasi, è stato che Lenin Moreno ha permesso che all’interno della sua sede diplomatica a Londra fosse violato il diritto d’asilo di Assange, facendo precedere questa decisione da una lunga serie di restrizioni imposte all’esule che hanno creato una situazione assai vicina alla tortura.

Ovvero, ad Assange non sono state garantite né la salute né la vita poiché l’ambasciata ecuadoriana a Londra è diventata una sorta di dépendance del carcere di Guantanamo.

Questo andazzo, applicato da mesi se non anni in ottemperanza al diktat di Washington, faceva prevedere che Assange sarebbe finito nelle mani del governo britannico. Lo scopo non è tenerselo, ma è quello di deportarlo negli USA, malgrado con un piccolo passaggio da Stoccolma per diluire le responsabilità.

Poiché il fondatore di Wikileaks non può essere ritenuto uno sprovveduto, è logico pensare che abbia sempre saputo a quali rischi si esponeva scontrandosi con la massima potenza mondiale e con i suoi principali alleati in condizioni di bruttale svantaggio.

Eppure, conviene ricordarlo, la sua piccola organizzazione, con risorse, umane e finanziarie, molto limitate, è riuscita a mettere in difficoltà diversi governi, anzitutto quello statunitense, e a mettere in evidenza la complessa rete di rapporti e di complicità e sudditanze globali di cui Washington dispone.

Penso che per compiere, se non addirittura per concepire, un’impresa di queste dimensioni, si debba essere dotati quantomeno di un’eccezionale capacità di comprensione del mondo, di un obiettivo chiaro e di un programma d’azione definito.

Julian Assange e la sua organizzazione avevano queste tre condizioni. Quindi, la storia di Assange non può essere raccontata come la storia di un avventuriero birichino né come quella di un enfant terrible dell’informatica. Invece, se si guardano i media occidentali, lo presentano proprio così, pur se c’è qualche importante eccezione[3]. Sono gli stessi media che ingrassarono grazie proprio ai materiali informativi che Wikileaks consegnò loro a titolo assolutamente gratuito.

Presentandolo come “l’hacker australiano”, intendono negarli la qualità di giornalista (che non dipende da un tesserino), di pensatore e di attivista. È un’opera di copertura per questa persecuzione planetaria.

La persecuzione contro Assange è iniziata lo stesso giorno, il 28 novembre 2010, in cui il giornalista australiano fece filtrare – attraverso il portale Wikileaks – 251.287 documenti del governo statunitensi contenenti informazioni e istruzioni dettagliate su “Crimini di Stato” e “Azioni illegali, d’intervento e spionaggio, svolte contro politici stranieri e dirigenti dell’ONU tramite le loro missioni diplomatiche”. A corredo, arrivarono successivamente altri documenti militari segreti relativi alle invasioni e successive guerre in Iraq e in Afghanistan, alle violazioni dei diritti umani della popolazione civile in diverse aree del mondo da parte delle truppe statunitensi, all’intromissione diretta di alti membri del governo statunitense, anzitutto di Hillary Clinton, negli affari interni della Libia, della Siria, dell’Iran, del Venezuela, del Messico e di molte altre nazioni, molte di queste “amiche” e “alleate”.

Solo perché attuali, ricordo che nei diversi documenti diffusi da Wikileaks sui piani preparati per rovesciare il governo del Venezuela, ritornano più volte le ipotesi di sabotaggio del servizio elettrico eseguito proprio in questo periodo.

Il 7 dicembre 2010 Assange è stato arrestato a Londra da Scotland Yard dopo che il governo svedese ne aveva chiesto l’estradizione per “reati sessuali”, in seguito alla presentazione di una denuncia da parte di due donne che l’accusavano di avere avuto rapporti sessuali con loro “senza adoperare il preservativo”.

Pochi giorni dopo, però, i tribunali svedesi ritirarono l’accusa dimostratasi del tutto inconsistente. Quindi, Assange è uscito dal carcere previo pagamento di una cauzione di 245.000 sterline, circa 285.000 euro.

Tuttavia, il rischio continuava ad essere alto poiché, se Assange fosse stato arrestato nuovamente con qualsiasi pretesto, avrebbe potuto essere estradato negli USA per essere processato da una Corte marziale per spionaggio, col concreto rischio di essere condannato alla pena capitale.

Quindi, il 19 giugno 2012 Assange si è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra previo accordo col governo ecuadoriano presieduto allora da Rafael Correa nel quale Moreno il traditore fungeva da vice. E com’era avvenuto tanti anni prima ad Haya de la Torre a Lima, non è mai più uscito dalla sede diplomatica malgrado nel frattempo il governo ecuadoriano gli avesse concesso la cittadinanza.

Traditore deriva dal latino tradĭtor, “chi consegna”, in particolare “chi consegna con tradimento”.

Spiega il conte Ugolino della Gherardesca a Dante mentre addenta in maniera bestiale il cranio del traditore, l’arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini:

“Ma se le mie parole esser dien seme Che frutti infamia al traditor ch’i’rodo”[4].

Ugolino intendeva imprimere sul traditore il “marchio d’infamia”, il bollo che veniva impresso a fuoco sul corpo dei condannati.

Io spero solo che gli ecuadoriani, e non solo loro, non siano colpiti da una colossale e collettiva perdita di memoria.

Credo che Neruda avrebbe aggiunto il cognome Moreno alla sua, forse, ultima poesia, “Las satrapías” (I satrapi), che manipolava un suo testo contenuto nel “Canto Generale” (1950) allora dedicato ai dittatori centroamericani:

“Nixon, Frei y Pinochet hasta hoy, hasta este amargo mes de septiembre del año 1973,
con Bordaberry, Garrastazú y Banzer, hienas voraces de nuestra historia, roedores de las banderas conquistadas con tanta sangre y tanto fuego, encharcados en sus haciendas, depredadores infernales, sátrapas mil veces vendidos y vendedores, azuzados por los lobos de Nueva York, máquinas hambrientas de dolores manchadas en el sacrificio de sus pueblos martirizados, prostituidos mercaderes del pan y del aire americano, cenagales, verdugos, piara de prostibularios caciques, sin otra ley que la tortura y el hambre azotada del pueblo[5].

La rabbia, come la stella della speranza, continua ad essere nostra. Bisogna curarla, senza astio ma senza oblio.

R. A. Rivas

13 aprile 2019


[1] Augusto Monterossa, “El dinosaurio”, racconto breve contenuto in “La Vaca”, Editorial Aguilar, Madrid 1996. Tr. it. “Il dinosauro”, in “Opere complete (e altri racconti)”, Omero, Roma 2013.

[2] Vedere “”Caso Haya de la Torre” sulla controversia nata dall’asilo politico concesso dalla Colombia al fondatore dell’APRA peruviano, Víctor Raúl Haya de la Torre https://es.wikipedia.org/wiki/Caso_Haya_de_la_Torre.

Il 3 ottobre 1948 scoppiò nel Perù una rivolta militare repressa lo stesso giorno. Il giorno dopo, è stato pubblicato un decreto in cui si accusava un partito politico, Alianza Popular Revolucionaria Americana (APRA), ed il suo capo, di avere preparato e diretto la ribellione. Il 4 gennaio 1949, l’Ambasciatore della Colombia informò il governo peruviano che il suo Paese aveva concesso asilo politico ad Haya de la Torre e sollecitò la concessione di un lasciapassare perché lo stesso abbandonasse il Paese. Dopo mesi di discussione il caso fu sottoposto alla Corte Internazionale di Giustizia. Malgrado questa avesse deciso a suo favore, il governo peruviano emise il lasciapassare soltanto il 6 aprile 1954. Vedere Armando Caicedo Garzón, “Clave 1949 Asilo de Haya de la Torre”, “El Tiempo”, Lima 17 febbraio 1992 https://www.eltiempo.com/archivo/documento/MAM-37243

[3] Marco Travaglio, “Assange chi?”, “Il fatto quotidiano”, Roma 13 aprile 2019 https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/04/13/assange-chi/5106909/

[4] Dante Alighieri, “La divina commedia”, Canto XXXIII.

[5] “Nixon, Frei e Pinochet fino ad oggi, fino a questo amaro mese di settembre dell’anno 1973, con Bordaberry, Garrastazú e Banzer, iene voraci della nostra storia, roditori degli spazi conquistati con tanta sangue e tanto fuoco, impantanati nei loro orticelli, predatori infernali, satrapi mille volte venduti e traditori aizzati dai lupi di New York, macchine affamate di sofferenze, macchiate dal sacrificio dei loro popoli martirizzati, mercanti prostituiti del pane e dell’aria americani, ciarlatani, boia, branco di cacicchi da lupanare, senz’altra legge che la tortura e la fame che frusta il popolo”. Il poema è datato “En algún lugar de Chile” (da qualche parte in Cile), 12 settembre 1973. Pablo Neruda è morto il 23 settembre 1973.

Nasrin Sotoudeh e l’Inquisizione iraniana

Nasrin Sotoudeh, in un cartello nel centro di Parigi. | REUTERS

“«Se non fossi una strega direi che la situazione sembra stregata» si lamentava Ecate in occasione di un recente incontro al vertice avvenuto nella villa sul Mediterraneo.
«Ci logoriamo di lavoro per far sì che gli uomini siano convinti che esiste
una unica visione della realtà, cioè la propria;
li suggestioniamo fino a persuaderli di sapere con assoluta certezza
cosa c’è nella testa degli altri, in modo che ogni verifica appaia inutile.
Eppure c’è sempre qualcuno che esce dai ranghi e rovina tutto»”
Paul Watzlawick[1]

Il vocalista dei “Queen”, Freddie Mercury, era un noto seguace dello zoroastrismo, per secoli la religione dominante in quasi tutta l’Asia centrale, dal Pakistan all’Arabia Saudita, fino alla nascita e diffusione della religione islamica nel VII secolo. Tra le più antiche religioni viventi è la più importante e nota dell’Iran antico o preislamico. Prende il nome dal fondatore Zoroastro (Zarathustra), vissuto in Persia probabilmente tra il X ed il VII-VI secolo a.C., e ha avuto ampia influenza su diverse altre religioni, tra cui il giudaismo e il Cristianesimo.

Riprendendo la tradizione indo-iranica del viaggio dei morti, Zarathustra insiste sull’importanza del giudizio, a cui ogni individuo sarà sottoposto dopo la morte. Il tribunale incaricato di giudicare è formato da tre Spiriti Santi, Mithra, Sraosha e Rashnu, che emettono il verdetto dopo aver pesato peccati e opere buone nella bilancia della giustizia. Se il giudizio è positivo, l’anima attraverserà il ponte Cinvat e sarà ammessa in paradiso (“Casa del Canto”); in caso contrario, il ponte si stringerà fino a farla precipitare nell’inferno (“Casa del Male”). Se i piatti della bilancia sono in equilibrio, finirà nell’istmo.

Ancora prima, il culto dei morti egiziano comprendeva una sorta di giudizio delle anime legata al censo, visto che per garantirsi una buona vita dopo la morte terrena era necessario disporre del necessario per vivere, e per questo nelle tombe venivano lasciati abiti, alimenti, anfore e altri oggetti utili alla sopravvivenza nell’aldilà, ma sono proprio Mithra, Sraosha e Rashnu che costituiscono il primo tribunale dell’inquisizione collettivo e applicabile a tutti. In questo senso, si può dire che lo zoroastrismo abbia avuto il dubbio privilegio di rappresentare la prima invenzione del potere rivolta a costringere l’insieme della popolazione, terrorizzata dalla morte, all’obbedienza, dalla nascita fino all’ultimo respiro.

Migliaia di anni dopo, l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, Premio Sakharov per la pace nel 2012, è comparsa davanti ad un tribunale formato da soli uomini. A giudicarli dalle loro opere, questi autoproclamati “Guardiani degli editti di Dio” sono una sorta di zombi rimasti operativi fin dal primo Medioevo. Il guaio è che hanno l’autorità per condannare i sudditi, individualmente o come gregge, a sentenze come lapidazione, occhio per occhio (in senso letterale), frustate e impiccagioni in piazza.

A scatenare la punizione sono una lunga serie di “reati gravi”: pensare, mettere in discussione le autorità, ragionare, amare, ballare, cantare, viaggiare, essere comunista, essere sindacalista, essere femminista, essere monarchico, essere liberale, essere massone, essere ateo, essere baha-i, essere buddista, essere sufi, eretico, apostata, opporsi alla tortura e alla pena di morte, scegliere un colore diverso di quello imposto dal Santo Ufficio per le cerimonie comandate…

Poiché i guardiani degli editti di Dio sono medioevali ma tecnologici, la TV trasmette l’Atto di fede degli accusati. Quando gli accusati sono importanti, in diretta. È successo proprio così con Nasrin Sotoudeh, e la ponderata sentenza è stata: “Riceverà 148 frustate e non vedrà la luce del sole per almeno 3 decenni”.

Metà della flagellazione (secondo il manuale dei pii aguzzini la terza frustata ben data toglie via la pelle), è dovuta all’essere comparsa senza velo in un video che aveva inviato all’organizzazione di Bolzano “Human Rights International”, in occasione di un premio per i diritti umani assegnatole nel 2008. L’altra metà per “diffondere la prostituzione”, avendo assunto la difesa di una tra le ragazze arrestate per partecipare alla campagna contro l’uso obbligatorio del velo nel 2018.


Nasrin Sotoudeh – foto Behrouz Mehri/AFP/Getty Images

Nel dettaglio, la somma delle condanne è la seguente: 7 anni e sei mesi per l’intenzione di commettere un crimine contro la sicurezza nazionale Art. 610 del Codice Penale Islamico; 1 anno e sei mesi per propaganda contro il sistema di leggi Art. 500; 7 anni e sei mesi per aver preso parte ad un gruppo illegale Art. 499; 12 anni per deviazione morale e istigazione alla prostituzione Art. 639; 2 anni per la violazione dell’ordine pubblico Art. 618; 3 anni e 74 frustate per aver pubblicato falsità e aver disturbato il sistema pubblico Art. 698; 74 frustate per essere apparsa senza velo in presenza del Pubblico Ministero Art. 748; inoltre ci sono altri 5 anni per un precedente verdetto”.

La punizione serve, anche, perché suocera intenda: poiché Nasrin Sotoudeh non appartiene ad alcuna organizzazione “antisistema”, ha lavorato con l’organizzazione Melli-Mazhabi (Patriota-religiosa), perfettamente autorizzata, sono tutte avvisate dalle conseguenze di codesti reati.

I peccati dell’avvocatessa, estremamente gravi, non vanno taciuti. In una repubblica islamica fondata sulla discriminazione dei cittadini in base al sesso, alla fede, alla religione, all’appartenenza etnica, ha avuto l’ardire di rappresentare davanti ai tribunali le cause dei cittadini di fede baha-i (una riforma dell’Islam sciita), delle donne maltrattate, tra cui molte vittime di attacchi con acido, e di minorenni condannate a morte.

La criminalizzazione per atti sessuali tra persone dello stesso sesso è condannata con la pena di morte in almeno 12 Paesi membri dell’Onu, tutti a maggioranza musulmana, dove è prevista dalla legge ordinaria o applicata in base alla legge della sharia, che in alcuni casi funge da codice penale: Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei, Iran, Iraq, Mauritania, Nigeria, Pakistan, Qatar, Somalia, Sudan e Yemen. Negli Emirati Arabi Uniti, avvocati e altri esperti non concordano sul fatto se la legge federale preveda la pena di morte per il sesso consensuale tra omosessuali o solo per stupro.

In sette Paesi gli omosessuali sono condannati a morte per lapidazione. Quattro si trovano in Asia (Brunei, Iran, Arabia Saudita e Yemen) e tre in Africa (Nigeria, Sudan e Somalia). La lapidazione è un’opzione possibile per legge anche in Mauritania, Emirati Arabi, Qatar, Afghanistan e Pakistan[2].

Écate, personaggio di origine pre-indoeuropea che fu ripreso nella mitologia greca e romana, è anche la prima di tutte le streghe

Dal 3 aprile 2019, nel Brunei la punizione per il primo furto consiste nel taglio della mano destra, per il secondo del piede[3].

Nasrin Sotoudeh è già stata in prigione tra il 2010 e il 2013 per “propaganda contro lo Stato” e “riunione e complotto a finalità terroristiche”. Condannata a sei anni, è stata liberata con altri prigionieri politici il 18 settembre 2013, alla vigilia del viaggio del presidente Ali Rhoani all’Assemblea Generale dell’ONU, grazie alle pressioni internazionali.

È stata nuovamente arrestata nel 2016 “colpevole di partecipare a gruppi che mettono in discussione la sicurezza del Paese”. Faceva, infatti, parte di un’associazione che chiede di sopprimere gradualmente la pena di morte e di dichiarare illegale la sua applicazione a minorenni.

Liberata nel 2017, è tornata in prigione nel giugno 2018 e condannata a cinque anni per gli stessi reati. Da allora è richiusa nel carcere di Evin, il carcere più tenebroso dell’Iran, un buco nero a nordovest di Teheran[4].

Dalla sua cella, questa infaticabile difensora dei diritti umani ha comunicato che non farà ricorso contro la nuova sentenza poiché ha smesso di credere nella giustizia del sistema giudiziario iraniano e non vuole mettere in pericolo nessun altro avvocato per la sua difesa.

Nel 2018, dopo che erano stati arrestati 7 avvocati che difendevano i prigionieri politici per complicità, una nuova legge impedisce agli accusati per ragioni politiche di scegliersi un avvocato al di fuori dei 20 scelti dal Tribunale, un ufficio del Ministero dell’Intelligence (o spionaggio).

Nasrin Sotoudeh non è la sola donna in queste condizioni ma è la sola su cui si moltiplicano le condanne. Maryam Bahreman, ad esempio, è stata 55 giorni in regime d’isolamento carcerario nel 1955 “per agire contro la sicurezza nazionale”. La colpa, avere aderito al “Comitato per 1 milione di firme” che voleva modificare lo status di sottogenere delle donne nelle leggi islamiche della RI. Ingegnere elettrica, è stata arrestata all’aeroporto con altre tre attiviste mentre dovevano prendere un aereo per partecipare ad un incontro internazionale in India sull’impatto della tecnologia nella vita quotidiana delle donne. È stata liberata dopo una cauzione di 250.000 dollari.

La storia delle avvocatesse iraniane è lunga e interessante. La prima è stata la comunista Jadiché Keshavarz, nel 1934. Poi è arrivata Mehranguiz Manuchehrián (1906-2000), fondatrice della Lega delle donne giuriste dell’Iran, premiata dal Centro mondiale degli avvocati per la pace nel 1968, eletta nel 1969 presidentessa della Federazione Internazionale delle donne avvocato. Nel 1981 è stata costretta ad abbandonare la professione dopo che la teocrazia islamica le tolse l’autorizzazione all’esercizio della professione.

Ancora oggi il 41% degli avvocati iraniani sono donne. Nasrin Sotoudeh è una tra le giuriste progressiste che hanno contribuito a sensibilizzare la popolazione sulla necessita di rispettare lo Stato di diritto.

Il totalitarismo religioso che ha sostituito nel 1979 la dittatura semilaica dello Scià Reza Pahlevi ha eliminato le conquiste ottenute dal movimento femminista in un secolo di lotte. Perciò, alle antiche rivendicazioni, “libertà, giustizia sociale e uguaglianza” in Iran sono state aggiunte altre: “separazione tra la religione ed il potere”, “no allo status di sotto genere della donna stabilito con leggi medioevali”, “no alla diminuzione dell’età matrimoniale da 16 a 8 anni”, “no alla poligamia”, “no all’obbligo di vestiti specifici”, “no all’apartheid dei sessi” che vieta legalmente alle donne di occupare determinati incarichi o di entrare negli stadi, ad esempio.

Il tentativo di giustificare la teocrazia con la storiella del “femminismo islamico” pare ormai superato e molte donne iraniane, tra cui Shirin Ebadi (avvocatessa e pacifista iraniana premiata il 10 dicembre 2003 con il premio Nobel per la pace, prima persona del suo Paese e prima donna musulmana a ottenere tale riconoscimento[5]) o Soutudeh ne hanno preso le distanze e chiedono l’abolizione di alcune leggi islamiche come, ad esempio, la legge che impedisce alla madre di avere la custodia dei suoi figli, o quella che autorizza ogni tipo di abuso sessuale, anche sulle bambine sotto i 13 anni, dai loro “mariti”. Infatti, come già accennato, tra le colpe di Nasrin Sotoudeh c’è proprio quella di avere difeso nel 2006 diverse donne integranti il Comitato della “Campagna del Milione di firme per la deroga delle leggi discriminatorie”, in galera per “opporsi alle leggi dell’Islam”.

Nasrin Sotoudeh ha una figlia di 12 anni, Mahraveh e un figlio di 6 anni, Nima. Colpevoli di essere figli, è stato loro vietato di lasciare l’Iran. Mahraveh dovrà comparire davanti ai tribunali islamici, probabilmente per sospetta complicità. Lo scopo, provocarne il cedimento, fisico e morale.

Non è particolarmente significativo ma, avendo l’Iran firmato la Convenzione sui diritti dei bambini, ciò è apertamente illegale, come dimostra la lettera aperta del Collegio degli Avvocati dell’Iran in appoggio a Nasrin Sotoudeh esigendo il rispetto delle leggi e dei diritti dei cittadini.

Racconta Reza Kandhan, il marito di Nasrin: “Possiamo vederla una volta a settimana per 40 minuti. Una settimana possiamo parlare con lei in una cabina, attraverso un vetro e un telefono, le conversazioni ovviamente sono ascoltate dalle autorità e il tempo passa velocemente e non possiamo parlare di tutto. La settimana successiva invece, possiamo vederci di persona”[6].

Eppure, Friedrich Nietzsche ci aveva avvertito: “Diffidate di tutti coloro nei quali è forte l’istinto di punire!”[7]

R. A. Rivas

5 aprile 2019


[1] Paul Watzlawick, citato da Patrizia de Mennato, “La ricerca «partigiana». Teoria di ricerca educativa”, CUEM, Milano 1994.

[2] “Brunei, lapidazione per gay e adulteri”, “quotidiano.net”, 3 aprile 2019, https://www.quotidiano.net/esteri/brunei-lapidazione-1.4523788

[3] “Brunei, lapidazione per gay e adulteri e taglio di mano e piede per i ladri: le pene previste dal nuovo codice penale”, “Il fatto quotidiano.it”, 28 marzo 2019 https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/28/brunei-lapidazione-per-gay-e-adulteri-e-taglio-di-mano-e-piede-per-i-ladri-introdotta-la-sharia/5068513/

[4] Shirin Ebadi, “Finché non saremo liberi. IRAN la mia lotta per i diritti umani”, Bompiani Milano,2016.

[5] Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen, composto in quattro parti fra l’agosto 1881 e il maggio 1885. Tr. it. “Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno”, Adelphi, Milano 2015.

[6] “Nasrin Sotoudeh, il marito a il fatto.it: «Sa di avere subito un torto ingiusto e disumano. Non sarà rilasciata a breve»” https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/27/nasrin-sotoudeh-il-marito-a-ilfattoquotidiano-it-sa-di-aver-subito-un-torto-disumano-non-sara-rilasciata-a-breve/5066178/

[7] Friedrich Nietzsche, “Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen”, composto in quattro parti fra l’agosto 1881 e il maggio 1885. Tr. it. “Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno”. Esistono decine di traduzioni. Tra le più recenti, Adelphi, Milano 2015.

Tracce incancellabili: il primo intervento umanitario della modernità

Un elicottero francese distribuisce cibo a rifugiati albanesi forzati a uscire dal Kosovo, Aprile 1999. (Jerome Delay/Associated Press)

Scarica il pdf: Tracce incancellabili_il primo intervento umanitario della modernità

“Ma, di sicuro, i sicari non perdono occasione
per dichiarare pubblicamente il loro impegno
a facilitare un dialogo di sincera distensione
che permetta definire una cornice
che garantisca le premesse minime,
che faciliti le spinte
atte a creare un punto di partenza solido e capace,
da est a ovest e da sud a nord,
sul quale stabilire le basi di un trattato d’amicizia
che contribuisca a mettere le basi
di una piattaforma sulla quale edificare,
un radioso futuro, di amore e pace”.

Joan Manuel Serrat[1]

 

Il 24 marzo 1999 la NATO spediva un ultimatum a Slobodan Milošević, presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia, molto simile ai recenti ultimatum di John Bolton a Nicolás Maduro: O te ne vai subito dal Kosovo o dovremmo passare all’intervento umanitario.

Allora gli USA comandavano il mondo senza contrappesi, Bill Clinton presiedeva gli USA[2], la Russia diretta dall’ubriacone Boris Eltsin era sull’orlo della disintegrazione[3], in Italia il capo del governo era Massimo D’Alema, “il primo comunista (ex) a capo del governo italiano”[4].

Francesco Cossiga, allora Presidente della repubblica, raccontava così l’ascesa di Massimo D’Alema:

“Ho dato vita all’operazione più ardita contribuendo a portare a Palazzo Chigi il primo postcomunista.

Si è pentito? Leggi tutto “Tracce incancellabili: il primo intervento umanitario della modernità”

La mano invisibile del mercato e altre storie venezuelane

Scarica il pdf: La mano invisibile del mercato e altre storie venezuelane

“Il nevrotico e il perverso stanno allo schizofrenico come
il bottegaio sordido al grande avventuriero”.

 “L’amore, il lavoro e la conoscenza sono le fonti della nostra vita.
Dovrebbero anche governarla”.

Wilhelm Reich[1]

Lunedì 25 marzo a distanza di pochi giorni dal primo, il Venezuela ha subito un secondo blackout elettrico. Secondo l’opposizione, è colpa della corruzione. E ora linea al nostro inviato a Coverciano per le ultime notizie sull’allenamento della nazionale in vista della partita col Liechtenstein.

Potrei avere sbagliato qualcosina, ma sostanzialmente questo è stato il racconto fatto al TG1 delle 20,00. Si parlava dell’ennesimo attentato alla vita di oltre 32 milioni di venezuelani.

Invecchiando, sono diventato più accondiscendente. E allora, mi viene da pensare che, forse, era prevista qualche acuta riflessione sull’incapacità e corruzione dei venezuelani (di quelli di Maduro, ovvio), ma lo speaker si è vergognato di leggerla. A me capitava una cosa simile da piccolo, ad esempio quando mia madre mi diceva “Caro, fai vedere alle mie amiche quanto sei bravo a suonare Fra Campanaro”.

Oltre a chiedere scuse alla mia vecchia per averla accostata a questa gente, vorrei dare un consiglio ai nostri Leggi tutto “La mano invisibile del mercato e altre storie venezuelane”

Venezuela: i 4 cani da Guerra di Trump

Elliott Abrams, John Bolton, Mike Pompeo e Marco Rubio, i quattro cani da guerra di Trump. France 24

Scarica il pdf: Quattro Cani da Guerra

“Quattro cani per strada.
Il primo è un cane di guerra”

Francesco de Gregori[1]

 

Il 25 gennaio 2019, Mike Pompeo, Segretario di Stato statunitense, ex direttore della CIA, e nostro “primo cane da guerra”, ha reso noto che Elliot Abrams (il “secondo cane da guerra”) era stato nominato responsabile dell’equipe incaricata di restaurare la democrazia nel Venezuela. “È un uomo di pensiero realista, con una lunga esperienza sui diritti umani”.

Sulla lunga esperienza si potrebbe dire “dipende, tutto dipende, da che punto guardi il mondo tutto dipende”[2].

Il 2 febbraio 2017 Leggi tutto “Venezuela: i 4 cani da Guerra di Trump”

Ai tempi della grande bugia

Scarica il pdf: Ai tempi della grande bugia

“Nel paese della bugia, la verità è una malattia”

Gianni Rodari[1]

Il 20 marzo 2003 aveva inizio la guerra degli Stati Uniti in Iraq. Da questa parte del mondo l’anniversario è passato sotto silenzio. Come altre guerre recenti o ancora in corso, sembra diventata parte di un rumore di fondo: un’altra guerra, un’altra bugia.

Il 5 febbraio 2003 l’allora segretario di Stato degli Stati Uniti, Colin Powell, Leggi tutto “Ai tempi della grande bugia”

Appunti sul 5G, sull’economia e sull’obiettività della scienza

Scarica il pdf: Appunti sul 5G_sull’economia sull’obiettività della scienza

Si produce per il profitto, non già per l’uso.
Non esiste alcun provvedimento per garantire che tutti coloro
che sono atti e desiderosi di lavorare siano sempre in condizioni di trovare un impiego;
un «esercito di disoccupati» esiste quasi in permanenza.
Il lavoratore vive nel costante timore di perdere il suo impiego.
Poiché i disoccupati e i lavoratori mal retribuiti non rappresentano un mercato vantaggioso,
la produzione delle merci per il consumo è limitata, con conseguente grave danno.
Il progresso tecnico spesso si risolve in una maggiore disoccupazione,
piuttosto che in un alleggerimento del lavoro per tutti.
Il movente dell’utile, insieme con la concorrenza tra i capitalisti,
è responsabile dell’instabilità nell’accumulazione e nell’utilizzazione del capitale,
destinata a portare a crisi sempre più gravi.

Albert Einstein, “Perché il socialismo”[1]

In tutta Europa è in atto una campagna contro la Cina che assume diverse forme ma nelle ultime settimane ha preso la forma di una crociata contro il sistema di comunicazione 5G. Significherebbe, dicono, consegnare ai cinesi tutti i dati sensibili del Paese. La NATO è arrivata a parlare persino di escludere la Germania dalle intese strategiche se questa continua a coltivare cattive compagnie.

Ammesso che avvenga l’attivazione del 5G prevista per il 2020, non avrà effetti visibili immediati. I cellulari si connetteranno più velocemente e diminuirà Leggi tutto “Appunti sul 5G, sull’economia e sull’obiettività della scienza”