Ecuador, USA e Assange: storie e peripezie non esemplari



Lenín Moreno, presidente de Ecuador, e Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale di Trump. (Foto: EFE/Reuters)

 “Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato,
nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza,
e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso,
solcato da nervature arcuate,
sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra.
Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole,
gli si agitava dinanzi agli occhi.

Franz Kafka[1]

1.- Il mattino del 2 aprile 2017, la Commissione elettorale ecuadoriana annunciava che Lenin Moreno aveva vinto il ballottaggio presidenziale.

La stessa sera, 2 aprile 2017, il presidente eletto da una coalizione di sinistra, si riuniva con Paul Manafort, responsabile della campagna elettorale del presidente statunitense Donald Trump tra giugno e agosto 2016, quando era stato costretto a dimettersi perché implicato in scandali di corruzione[2].

Il 27 ottobre 2017 Manafort è stato incriminato per reati commessi in Ucraina prima del rovesciamento del governo filo-russo di Viktor Yanukovych (2014). Nel giugno 2018 fu accusato di ostruzione alla giustizia e manomissioni dei testimoni mentre era agli arresti domiciliari. Successivamente, Manafort è stato processato in due tribunali federali. Nell’agosto 2018 è stato condannato nel distretto orientale della Virginia per frode fiscale e bancaria. Nel tribunale distrettuale di Washington si è dichiarato colpevole e ha accettato di collaborare con i pubblici ministeri. Il 26 novembre 2018 è stato accusato di avere violato il patteggiamento mentendo ripetutamente agli investigatori. Il 13 febbraio 2019, il giudice del tribunale distrettuale ha annullato l’accordo stipulato. Il 7 marzo 2019 è stato condannato a 47 mesi di prigione[3].

Probabilmente, la consegna di Assange agli USA è stata decisa già in quell’incontro. Il baratto prevedeva la consegna della testa di Assange in cambio di compensi pecuniari ed accordi commerciali.


Vista del centro storico di Quito. Sullo sfondo è visibile la Vergine di Quito, posta sul Panecillo – Foto Cayambe

2.- Al baratto concordato dal connubio MM (Moreno-Manafort), mancava il catalizzatore.

In chimica, un catalizzatore è una materia che interviene durante lo svolgimento di una reazione chimica modificando il complesso attivato della reazione. Ossia, abbassando l’energia di attivazione, ne aumenta la velocità.

Si stima che almeno il 60% di tutte le sostanze commercializzate oggi richiedano l’uso di catalizzatori in qualche stadio della loro sintesi. Perché dovrebbe farne eccezione una transazione come quella appena descritta?

Il 26 marzo 2019, nel contesto del degrado della situazione di Assange che ho descritto in un testo precedente, Wikileaks annunciava: “Il Parlamento ecuadoriano ha aperto un’inchiesta per corruzione contro il presidente, Lenin Moreno, in seguito alla pubblicazione di contenuti filtrati dal suo iPhone (Whatsapp, Telegram) e dal suo Gmail. Il “New York Times” ha informato che Moreno ha proposto di vendere Assange agli Stati Uniti in cambio di un condono di parte del suo debito”[4].

Era l’atto di apertura del caso “INA Papers”. I villani invitati erano il presidente dell’Ecuador, suo fratello Edwin e le figlie del presidente. La trama, un’operazione di riciclaggio di denaro per 18 milioni di dollari realizzata nel Belize.

Il nome INA deriva dalle lettere finali dei nomi delle tre figlie di Lenin Moreno: Ir(ina), Crist(ina) e Kar(ina). I 18 milioni di dollari percepiti da Edwin Moreno, capo dell’INA Investments Corp, sono stati riciclati da 11 aziende fantasma: Espíritu Santo Holdings, Fundación Amore, Fundación Esmalau, Fundación Pacha Mama, Inversiones Larena, Inversiones Maspal, Manela Investment Corp, Probata Investments, San Antonio Business Corp, Turquoise Holdings Ltd, Valley View Business Corp.

Malgrado Assange fosse scollegato dal mondo, Moreno l’ha incolpato di essere il responsabile della violazione della sua posta e del suo telefono.

“A Quito, la ministra Maria Paula Romo ha dichiarato in conferenza stampa: «C’è un piano di destabilizzazione in Ecuador che è legato agli interessi geopolitici» … E a New York, Hillary Clinton: «È chiaro dall’accusa che è venuta fuori che l’arresto riguarda l’assistenza all’hackeraggio di un computer militare per rubare informazioni dal governo degli Stati Uniti. Aspetterò e vedrò cosa succederà, ma deve rispondere per quello che ha fatto»”[5].

Hanno la faccia come il culo. Non conoscendo la vergogna, possono fare qualsiasi cosa senza scrupoli né pudore. Non è un apprezzamento estetico, ma un giudizio etico.

Di Lenin Moreno, oltre alla personalità empia, va messo in luce la sua radicale giravolta verso destra, messa in luce dalla conclusione di un accordo col FMI e la Banca Mondiale per 10 miliardi di dollari, in cambio di un severissimo programma di austerità che includeva tra l’altro il licenziamento immediato di 10mila funzionari dell’amministrazione pubblica.

Va pure detto che gli “INA Papers” della corrotta famiglia Moreno non sono una novità ma soltanto un altro capitolo dell’applicazione mafiosa del neoliberismo globale in America Latina. In questo caso, il capitolo d’imputazione è quello del riciclaggio nei paradisi fiscali di quantitativi di denaro atti ad acquistare le coscienze dei suoi governanti e/o dei manipolatori dell’opinione pubblica.

Per menzionare solo alcuni casi recenti, ricordo i “Panama Papers”, che coinvolsero Mario Vargas Llosa e il presidente argentino Mauricio Macri; i “Bahama Leaks”, che videro alla ribalta Pinochet, Macri e il PAN messicano; la truffa della Banca Stanford, che riciclava i soldi del Cartello del Golfo con l’aiuto dell’ex ministro degli esteri messicano (2000-2003) Jorge Castañeda Gutman. Si può aggiungere un lungo eccetera.

Il corollario è semplice: in America Latina non c’è neoliberismo senza riciclaggio.

3.- L’imperizia è tutt’altra cosa, anche se …

Il caso Assange mi ha riportato in mente il caso Abdullah Ocalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Un veloce riassunto:

Ocalan arrivò il 12 novembre 1998 in Italia accompagnato da Ramon Mantovani, all’epoca deputato di Rifondazione Comunista e responsabile Esteri del partito. Si consegnò alla polizia sperando di ottenere in qualche giorno l’asilo politico che gli era stato garantito da membri del governo presieduto da Massimo D’Alema. Tuttavia, il governo non glielo concesse per le pressioni ricevute dall’estero, in particolare dalla Turchia e dagli Stati Uniti, e dalle aziende italiane che temevano di essere boicottate dal governo turco.

Il 16 dicembre 1998 la quarta sezione penale della Corte d’Appello di Roma sentenziò che Abdullah Ocalan doveva essere considerato un libero cittadino, revocando l’obbligo di dimora e il divieto di espatrio che gli era stato imposto preventivamente il 20 novembre 1998. La Corte stabilì anche il non luogo a procedere nei confronti dell’estradizione, in riferimento al mandato di cattura emesso dalla Germania.

Il 23 dicembre 1998 Massimo D’Alema, durante la conferenza stampa di fine anno, diceva: “L’esito più probabile di questa vicenda è che Ocalan se ne vada dal nostro Paese”. Ma, aggiungeva, Ocalan deve essere d’accordo perché in caso di una vera e propria espulsione “sarebbe molto difficile per un pretore non imporre al governo il soggiorno obbligato per ragioni umanitarie”.

Comunque, a quel punto era evidente che il governo aveva deciso di far partire Abdullah Ocalan, ufficialmente con la formula di un “allontanamento volontario”.

Infatti, il giorno prima di partire Ocalan scrisse una lettera in cui sosteneva di aver deciso spontaneamente di lasciare l’Italia. Invece, è molto probabile che sia stato costretto a farlo[6]. Si sa che gli vennero proposte diverse destinazioni, principalmente in Africa (Guinea, Guinea Bissau, Mali, Sudafrica), ma che Ocalan le rifiutò tutte, ritenendole poco sicure. Alla fine, però, il 16 gennaio 1999 fu convinto a partire per Nairobi, in Kenya.

Pochi giorni dopo, il 15 febbraio 1999, Ocalan fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi durante un trasferimento dalla sede della rappresentanza diplomatica greca in Kenya all’aeroporto di Nairobi, e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Turchia, nell’isola di İmralı, dov’è rimasto fino ad oggi.

Il carcere di Imrali

Nell’aprile 1999, il Tribunale per la sicurezza dello Stato di Ankara accusò Abdullah Ocalan di tradimento e di attentato all’unità e alla sovranità dello Stato turco. Quindi, è stato condannato alla pena di morte perché ritenuto responsabile di tutti gli atti terroristici del PKK e della morte di migliaia di persone.

La condanna non è stata eseguita poiché l’allora presidente della Turchia, Bulent Ecevit, si oppose per non compromettere le trattative della Turchia per entrare nell’Unione Europea.

Nel 2002 la Turchia abolì la pena di morte e la pena di Ocalan si trasformò in ergastolo.

N.B.: negli Stati Uniti la pena di morte non è stata abolita.

“Signore e signori, i tempi son tristi:
è saggio chi è in ansia, cretini i vanesi.
Non vince le angustie chi ha perso del riso il gusto:
per questo la farsa scrivemmo
che voi ascolterete.
Ma, attenti! signori,
gli scherzi che udremo non stiamo a pesarli
a grammi, a millesimi; ma a cesti, a quintali!
Pesateli come patate, ed ancora cercate aiutarvi un po’ con l’accetta”[7].

R. A. Rivas

14 aprile 2019


[1] Franz Kafka, “Die Verwandlung”, Kurt Wolff, Lipsia 1915. Tr. it. “La metamorfosi”, Adelphi, Milano 1981.

[2] Karina Martin, “Ecuador Admits President Moreno Met with Paul Manafort in April”, 21 novembre 2017 https://panampost.com/karina-martin/2017/11/21/ecuador-admits-president-moreno-met-with-paul-manafort-in-april/?cn-reloaded=1

[3] Clark Mindock, Andrew Buncombe “Manafort sentencing: Trump’s ex-campaign manager sentenced to less than four years in jail for fraud”, Londra 8 marzo 2019 https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/paul-manafort-sentencing-trump-wheelchair-court-jail-a8813281.html

[4] Defend Wikileaks, “Ecuador twists embarrassing INA Papers into pretext to oust Assange”, https://defend.wikileaks.org/2019/04/03/ecuador-twists-embarrassing-ina-papers-into-pretext-to-oust-assange/

[5] Enzo Boldi, “In Ecuador è stato arrestato un uomo legato a Julian Assange”, “Il Giornale”, Milano 12 aprile 2019 https://www.giornalettismo.com/archives/2700714/julian-assange-arresto-ecuador

[6] Sergio Romano, “Il caso Ocalan e il dilemma del governo D’Alema”, Corriere della Sera, Milano 23 giugno 2017. https://www.corriere.it/solferino/romano/07-06-23/01.spm

[7]  Bertolt Brecht, “Herr Puntila und sein Knecht Matti”, Schauspielhaus Zürich, Zurigo 1950. Tr. it. “Il signor Puntila e il suo servo Matti”, Einaudi, Torino 1970.

La mano invisibile del mercato e altre storie venezuelane

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“Il nevrotico e il perverso stanno allo schizofrenico come
il bottegaio sordido al grande avventuriero”.

 “L’amore, il lavoro e la conoscenza sono le fonti della nostra vita.
Dovrebbero anche governarla”.

Wilhelm Reich[1]

Lunedì 25 marzo a distanza di pochi giorni dal primo, il Venezuela ha subito un secondo blackout elettrico. Secondo l’opposizione, è colpa della corruzione. E ora linea al nostro inviato a Coverciano per le ultime notizie sull’allenamento della nazionale in vista della partita col Liechtenstein.

Potrei avere sbagliato qualcosina, ma sostanzialmente questo è stato il racconto fatto al TG1 delle 20,00. Si parlava dell’ennesimo attentato alla vita di oltre 32 milioni di venezuelani.

Invecchiando, sono diventato più accondiscendente. E allora, mi viene da pensare che, forse, era prevista qualche acuta riflessione sull’incapacità e corruzione dei venezuelani (di quelli di Maduro, ovvio), ma lo speaker si è vergognato di leggerla. A me capitava una cosa simile da piccolo, ad esempio quando mia madre mi diceva “Caro, fai vedere alle mie amiche quanto sei bravo a suonare Fra Campanaro”.

Oltre a chiedere scuse alla mia vecchia per averla accostata a questa gente, vorrei dare un consiglio ai nostri Leggi tutto “La mano invisibile del mercato e altre storie venezuelane”

Venezuela: i 4 cani da Guerra di Trump

Elliott Abrams, John Bolton, Mike Pompeo e Marco Rubio, i quattro cani da guerra di Trump. France 24

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“Quattro cani per strada.
Il primo è un cane di guerra”

Francesco de Gregori[1]

 

Il 25 gennaio 2019, Mike Pompeo, Segretario di Stato statunitense, ex direttore della CIA, e nostro “primo cane da guerra”, ha reso noto che Elliot Abrams (il “secondo cane da guerra”) era stato nominato responsabile dell’equipe incaricata di restaurare la democrazia nel Venezuela. “È un uomo di pensiero realista, con una lunga esperienza sui diritti umani”.

Sulla lunga esperienza si potrebbe dire “dipende, tutto dipende, da che punto guardi il mondo tutto dipende”[2].

Il 2 febbraio 2017 Leggi tutto “Venezuela: i 4 cani da Guerra di Trump”

Venezuela: Il Blackout elettrico

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Il nome del gioco, sabotaggio. La modalità, guerra elettrica.

Dal pomeriggio del 7 marzo il Venezuela vive un blackout che ha lasciato senza elettricità oltre due terzi dell’intero territorio nazionale. Leggi tutto “Venezuela: Il Blackout elettrico”

Governo, Escola de samba, Carnaval

Il Presidente del Brasile Bolsonaro (al centro) in ciabatte, maglia del Palmeiras e giacca insieme a Ministri e alleati in occasione di una riunione sulla proposta di riforma delle pensioni

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“A questo punto
buonanotte all’incertezza
ai problemi, all’amarezza
sento il carnevale entrare in me.”

Sergio Bardotti, Vinicius de Moraes, “La voglia, la pazzia” (“Se ela quisesse”), 1976

Dopo due mesi di governo e sei giorni di carnevale, Jair Bolsonaro ha pubblicato un video osceno attaccando il Carnevale che l’aveva precedentemente maltrattato in tutte le sue versioni: Rio de Janeiro, San Paolo e Bahia, con lo slogan “Bolsonaro, vai a fare in culo”. Caetano Veloso lo prendeva in giro con una clip intitolata “Vietato il carnevale”[1], il PT gli consigliava di farsi visitare dallo psichiatra, qualche giurista iniziava a parlare d’impeachment. Leggi tutto “Governo, Escola de samba, Carnaval”

USA – lettera aperta di oltre 120 accademici contro l’azione del Governo sul Venezuela

Il Vicepresidente USA Mike Pence insieme a Juan Guaidó, in occasione del Summit del cosiddetto Gruppo di Lima, 25 febbraio 2019. Foto Luis Ramirez/Vizzor Image/Getty Images)

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La lettera che segue, firmata da 124 accademici, è stata indirizzata all’Ufficio di Washington per gli Affari Latinoamericani (WOLA) per esprimere la preoccupazione riguardo all’appoggio dato da questo ufficio a diversi aspetti della politica del governo Trump in Venezuela.

“La Washington Office on Latin America, fondata nel 1974, è un’organizzazione Leggi tutto “USA – lettera aperta di oltre 120 accademici contro l’azione del Governo sul Venezuela”

Il San Lorenzo de Almagro il presidente Macri e la rivista Forbes

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“Admiróse un portugués
de ver que en su tierna infancia
todos los niños en Francia
supiesen hablar francés.
«Arte diabólica es»,
dijo, torciendo el mostacho,
«que para hablar en gabacho
un hidalgo en Portugal
llega a viejo y lo habla mal;
y aquí lo parla un muchacho»”.

Nicolás Fernández de Moratín[1]

In Italia il San Lorenzo de Almagro è diventato noto da quando Papa Bergoglio se n’è dichiarato tifoso.

In Argentina è considerata una tra le squadre coi tifosi creativi. Ad esempio, composero la cosiddetta “hit dell’estate”, cantata per la prima volta il 4 febbraio 2018, durante una partita contro il Boca. Le parole dicevano semplicemente “Mauricio Macri, la puta que te parió!”

Imitato da altri tifosi, è stato cantato in recital, manifestazioni, riunioni politiche, teatri, metro e treni. Continua ad essere cantato.

Domenica scorsa, 3 marzo 2019, i tifosi del San Lorenzo sono tornati alla carica Leggi tutto “Il San Lorenzo de Almagro il presidente Macri e la rivista Forbes”

Quo Vadis Venezuela

I governi di Messico, Uruguay e dei paesi della Comunità dei Caraibi (CARICOM) propongono il Meccanismo di Montevideo come alternativa pacifica e democratica per il Venezuela. Photo @m_ebrard

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Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?
Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi?
Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?
Marco Tullio Cicerone, 8 novembre del 63 a.C.
(Incipit ex abrupto della prima delle orazioni dette Catilinarie)

So bene che continueranno ad affliggerci a lungo ma, per stupida testardaggine, rivolgo l’incipit della prima orazione Murena al console dell’Impero Donald Trump e ai molti suoi consolini in giro per il mondo, in particolare a quelli venezuelani.

Questo intervento parte dal fatto che, da oltre una settimana, è stato superato il “D day”, ossia il sabato 23 febbraio in cui gli USA avevano pianificato l’inizio dell’occupazione del Venezuela a partire da un “concerto”.

Va da sé: il rischio non è stato superato definitivamente. L’ipotesi d’intervento sussiste ed è stata solo tamponata.

…per concludere definitivamente le ipotesi di guerra bisogna coinvolgere l’America Latina ed i Caraibi. La strada è quella indicata dal “Meccanismo di Montevideo” sostenuto da Messico, Uruguay ed i Paesi del Caricom

A chi sia interessato ad approfondire, scusandomi dell’auto-pubblicità, rimando agli interventi pubblicati sul mio blog qui e qui, dei quali riassumo solo alcune indicazioni:

1) nel Venezuela esistono tre poteri costituiti: l’Assemblea nazionale, con presidente temporale Juan Guaidó, costituita in modo Leggi tutto “Quo Vadis Venezuela”

L’ABC della situazione venezuelana a pochi giorni dall’inizio del probabile massacro  

Il vicepresidente USA Mike Pence saluta Carlos Alfredo Vecchio, a destra, sedicente ambasciatore del Venezuela negli Stati Uniti nominato da Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente del Venezuela. FOTO: AL DRAGO/BLOOMBERG NEWS

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“La propaganda, le urla, l’odio di una guerra arrivano invariabilmente
da coloro i quali non la stanno combattendo …”
George Orwell[1]

Scrivo questo testo ben sapendo che ogni punto di vista è solo la vista (o visione) da un determinato punto di vista e, quindi, che la testa di ognuno di noi è là dove i propri piedi si posano.

In questo senso, e solo in questo senso, riesco ad interpretare benevolmente slogan che altrimenti considererei sterili, come “Io sto con Maduro”, “Io sto con la popolazione venezuelana”, “Io sto con la democrazia”. Sterili poiché, come tutte le osservazioni “senza sé e senza ma”, ossia svuotate da ogni riferimento temporale, spaziale e analitico, equivalgono al nulla. A voler essere buono, sarebbe come dire, “a Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie… Uh! com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore”. Ma, aggiungo, il geniale ma in questo caso troppo ottimista Battiato, ci ricorda in seguito che “in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore” [l’ottimista] per poi concludere che “sul ponte sventola bandiera bianca” [l’analista]. Certo, oltre alla genialità, il buon Franco è dotato di armonia[2].

L’immaginazione ci permette di viaggiare senza dover spostare i piedi dal posto che stiamo calpestando, ma non ci esime dal pensare alle conseguenze delle nostre idee e posizioni, dall’assumerci le conseguenze dell’azione propiziata sulla popolazione direttamente colpita.

Per quel che la conosco e immagino, come qualsiasi altra, la popolazione venezuelana non è fatta da kamikaze, da eroi o da aspiranti al martirio, bensì da normali persone disposte a sacrificarsi per le proprie idee con la ragionevole speranza di costruirsi un presente ed un futuro migliore e più degno.

Detto diversamente, penso che proprio quando la situazione diventa più difficile, dev’essere riaffermato e messo al centro di ogni elaborazione teorica, o di qualsiasi pretesa analitica, il rispetto alla vita in tutte le sue forme e manifestazioni.

Ma, confesso, forse lo penso solo perché ho superato da tanto i 30 inverni. Se, come credo ancora, “bisogna diffidare sempre da chi ha più di trent’anni”, posso anche accettare che considerare popoli fortunati quelli che non hanno bisogno di eroi, sia solo un segno di senilità. Detto positivamente, non sentendomi un eroe, non chiedo a nessuno di esserlo e, parafrasando Neruda, che con la chitarra in mano la musica è altra. I navigatori che persisteranno in leggere questo testo, sono quindi avvisati e mezzo salvati.

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Tra pochi giorni (23 o 26 febbraio), Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente dal suo seggiolino per ottenuta benedizione imperiale, dovrebbe schierare i suoi miliziani al confine con la Colombia, nel tentativo di costringere le Forze Armate Bolivariane (FAB) ad aprire il confine per far passare i cosiddetti “aiuti umanitari” spediti dagli USA. “Con sprezzo del pericolo e virile energia, posseduto da singolare tenzone”, ha detto davanti ad una foresta di telecamere (in un Paese nel quale l’informazione sarebbe sotto controllo): “Gli aiuti entreranno, sì o sì”. Dopo gli applausi virtuali per cotanto ardimento televisivo, gli impagabili media (impagabili per noi, perché troppo cari), ci hanno detto – non tutti – che nel frattempo la stessa Colombia, il Brasile e l’Olanda, avevano dichiarato di avere aperto altre zone di raccolta per gli “aiuti alimentari da destinare al Venezuela”[3]. Oh yeah.

“l’aggravamento del conflitto toglie spazio alle molte voci che, anzitutto nel Venezuela, propongono di generare le condizioni perché i venezuelani possano risolvere democraticamente il loro futuro.”

Esiste sempre la possibilità che la mobilitazione delle orde guaidiste si riveli un fiasco, ma se funzionasse, ne possono derivare tre situazioni diverse.

La prima è che Guaidó abbia successo. Implicherebbe che le FAB decidano, in toto o a maggioranza, di assecondarlo. Se le FAB cedono, la caduta di Maduro sarebbe vicina, se non imminente. Non credo affatto che i suoi alleati esterni siano disponibili a correre dei rischi per salvarlo (salvo i cubani, gli unici ad averlo fatto in altre circostanze ma, anche, in un’altra epoca storica), e sia la teoria che la storia mi dicono che contro un esercito compatto le pietre e la volontà di lotta della popolazione non bastano. La Intifada, le Intifade, sono eroiche e ammirevoli, probabilmente la sola possibilità che ha per esprimersi un popolo sottomesso, schiacciato, represso e affamato, per dimostrare la sua vitalità e dignità, per far vedere anzitutto a sé stesso che merita un futuro, ma non mi sembra abbiano migliorato la sorte materiale dei palestinesi[4].

Se le FAB si dividono, ciò che segue Leggi tutto “L’ABC della situazione venezuelana a pochi giorni dall’inizio del probabile massacro  “

Salvador, né destra né sinistra. Bukele prosciuga l’Fmln

Foto: Nayib Bukele festeggia l’elezione © LaPresse

Questo articolo è di Gianni Beretta, pubblicato su ilmanifesto.it il 5 febbraio 2019 e nell’edizione del 6 febbraio 2019. Lo si può considerare parte della rubrica “consigli di lettura”.

La secca affermazione di Nayib Bukele conferma anche in El Salvador il trend dei cambi radicali rispetto alla politica tradizionale. Con il 53% dei consensi ottenuto già al primo turno, l’appena 37enne di lontane origini palestinesi (che dal 1° giugno prossimo sarà il più giovane presidente latinoamericano) ha spazzato via trent’anni di sistema bipartitico scaturito dalla fine della sanguinosa guerra civile: con la destra oligarchica di Arena al governo nei primi venti; e l’ex guerriglia del Fronte Farabundo Martì (Fmln) nell’ultima decade.

CON I SUOI GIACCHETTI IN PELLE Bukele, abile impresario di marketing, viene proprio dalle file del Fmln, per il quale è stato fra il 2015 e il 2018 un buon sindaco di San Salvador (a lui si deve il riordino del fatiscente centro storico). Ma il suo fare troppo indipendente e alcuni dissidi con il partito hanno portato sconsideratamente il Fronte, poco più di un anno fa, ad espellerlo. E domenica Bukele ne ha prosciugato gran parte del bacino elettorale; grazie all’appoggio massiccio dei giovani, con i quali si relaziona certo più in rete che con i comizi.

«CON LA MIA NOMINA ci lasciamo alle spalle una volta Leggi tutto “Salvador, né destra né sinistra. Bukele prosciuga l’Fmln”