L’ABC della situazione venezuelana a pochi giorni dall’inizio del probabile massacro  

Il vicepresidente USA Mike Pence saluta Carlos Alfredo Vecchio, a destra, sedicente ambasciatore del Venezuela negli Stati Uniti nominato da Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente del Venezuela. FOTO: AL DRAGO/BLOOMBERG NEWS

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“La propaganda, le urla, l’odio di una guerra arrivano invariabilmente
da coloro i quali non la stanno combattendo …”
George Orwell[1]

Scrivo questo testo ben sapendo che ogni punto di vista è solo la vista (o visione) da un determinato punto di vista e, quindi, che la testa di ognuno di noi è là dove i propri piedi si posano.

In questo senso, e solo in questo senso, riesco ad interpretare benevolmente slogan che altrimenti considererei sterili, come “Io sto con Maduro”, “Io sto con la popolazione venezuelana”, “Io sto con la democrazia”. Sterili poiché, come tutte le osservazioni “senza sé e senza ma”, ossia svuotate da ogni riferimento temporale, spaziale e analitico, equivalgono al nulla. A voler essere buono, sarebbe come dire, “a Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie… Uh! com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore”. Ma, aggiungo, il geniale ma in questo caso troppo ottimista Battiato, ci ricorda in seguito che “in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore” [l’ottimista] per poi concludere che “sul ponte sventola bandiera bianca” [l’analista]. Certo, oltre alla genialità, il buon Franco è dotato di armonia[2].

L’immaginazione ci permette di viaggiare senza dover spostare i piedi dal posto che stiamo calpestando, ma non ci esime dal pensare alle conseguenze delle nostre idee e posizioni, dall’assumerci le conseguenze dell’azione propiziata sulla popolazione direttamente colpita.

Per quel che la conosco e immagino, come qualsiasi altra, la popolazione venezuelana non è fatta da kamikaze, da eroi o da aspiranti al martirio, bensì da normali persone disposte a sacrificarsi per le proprie idee con la ragionevole speranza di costruirsi un presente ed un futuro migliore e più degno.

Detto diversamente, penso che proprio quando la situazione diventa più difficile, dev’essere riaffermato e messo al centro di ogni elaborazione teorica, o di qualsiasi pretesa analitica, il rispetto alla vita in tutte le sue forme e manifestazioni.

Ma, confesso, forse lo penso solo perché ho superato da tanto i 30 inverni. Se, come credo ancora, “bisogna diffidare sempre da chi ha più di trent’anni”, posso anche accettare che considerare popoli fortunati quelli che non hanno bisogno di eroi, sia solo un segno di senilità. Detto positivamente, non sentendomi un eroe, non chiedo a nessuno di esserlo e, parafrasando Neruda, che con la chitarra in mano la musica è altra. I navigatori che persisteranno in leggere questo testo, sono quindi avvisati e mezzo salvati.

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Tra pochi giorni (23 o 26 febbraio), Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente dal suo seggiolino per ottenuta benedizione imperiale, dovrebbe schierare i suoi miliziani al confine con la Colombia, nel tentativo di costringere le Forze Armate Bolivariane (FAB) ad aprire il confine per far passare i cosiddetti “aiuti umanitari” spediti dagli USA. “Con sprezzo del pericolo e virile energia, posseduto da singolare tenzone”, ha detto davanti ad una foresta di telecamere (in un Paese nel quale l’informazione sarebbe sotto controllo): “Gli aiuti entreranno, sì o sì”. Dopo gli applausi virtuali per cotanto ardimento televisivo, gli impagabili media (impagabili per noi, perché troppo cari), ci hanno detto – non tutti – che nel frattempo la stessa Colombia, il Brasile e l’Olanda, avevano dichiarato di avere aperto altre zone di raccolta per gli “aiuti alimentari da destinare al Venezuela”[3]. Oh yeah.

“l’aggravamento del conflitto toglie spazio alle molte voci che, anzitutto nel Venezuela, propongono di generare le condizioni perché i venezuelani possano risolvere democraticamente il loro futuro.”

Esiste sempre la possibilità che la mobilitazione delle orde guaidiste si riveli un fiasco, ma se funzionasse, ne possono derivare tre situazioni diverse.

La prima è che Guaidó abbia successo. Implicherebbe che le FAB decidano, in toto o a maggioranza, di assecondarlo. Se le FAB cedono, la caduta di Maduro sarebbe vicina, se non imminente. Non credo affatto che i suoi alleati esterni siano disponibili a correre dei rischi per salvarlo (salvo i cubani, gli unici ad averlo fatto in altre circostanze ma, anche, in un’altra epoca storica), e sia la teoria che la storia mi dicono che contro un esercito compatto le pietre e la volontà di lotta della popolazione non bastano. La Intifada, le Intifade, sono eroiche e ammirevoli, probabilmente la sola possibilità che ha per esprimersi un popolo sottomesso, schiacciato, represso e affamato, per dimostrare la sua vitalità e dignità, per far vedere anzitutto a sé stesso che merita un futuro, ma non mi sembra abbiano migliorato la sorte materiale dei palestinesi[4].

Se le FAB si dividono, ciò che segue Leggi tutto “L’ABC della situazione venezuelana a pochi giorni dall’inizio del probabile massacro  “

Salvador, né destra né sinistra. Bukele prosciuga l’Fmln

Foto: Nayib Bukele festeggia l’elezione © LaPresse

Questo articolo è di Gianni Beretta, pubblicato su ilmanifesto.it il 5 febbraio 2019 e nell’edizione del 6 febbraio 2019. Lo si può considerare parte della rubrica “consigli di lettura”.

La secca affermazione di Nayib Bukele conferma anche in El Salvador il trend dei cambi radicali rispetto alla politica tradizionale. Con il 53% dei consensi ottenuto già al primo turno, l’appena 37enne di lontane origini palestinesi (che dal 1° giugno prossimo sarà il più giovane presidente latinoamericano) ha spazzato via trent’anni di sistema bipartitico scaturito dalla fine della sanguinosa guerra civile: con la destra oligarchica di Arena al governo nei primi venti; e l’ex guerriglia del Fronte Farabundo Martì (Fmln) nell’ultima decade.

CON I SUOI GIACCHETTI IN PELLE Bukele, abile impresario di marketing, viene proprio dalle file del Fmln, per il quale è stato fra il 2015 e il 2018 un buon sindaco di San Salvador (a lui si deve il riordino del fatiscente centro storico). Ma il suo fare troppo indipendente e alcuni dissidi con il partito hanno portato sconsideratamente il Fronte, poco più di un anno fa, ad espellerlo. E domenica Bukele ne ha prosciugato gran parte del bacino elettorale; grazie all’appoggio massiccio dei giovani, con i quali si relaziona certo più in rete che con i comizi.

«CON LA MIA NOMINA ci lasciamo alle spalle una volta Leggi tutto “Salvador, né destra né sinistra. Bukele prosciuga l’Fmln”

Venezuela: per uscire dalla crisi non possiamo appoggiare i fantocci del fantasma di Monroe

Foto: Reuters

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La guerra è un massacro fra uomini che non si conoscono a vantaggio
di uomini che si conoscono ma evitano di massacrarsi reciprocamente”

Paul Valéry “Réponse au discours de M. le maréchal Pétain”, 31 gennaio 1931

Fino al dicembre 2017 il Venezuela presentava giganteschi deficit istituzionali e repubblicani. Tuttavia, continuava a celebrare elezioni ragionevolmente libere e competitive. Il governo utilizzava tutte le risorse alla sua portata, come fanno tutti i governi, ma c’era una presenza reale dell’opposizione ed i risultati erano verificati da istituzioni come il Centro Carter e l’ONU.

Se la democrazia può definirsi come un tipo di regime in cui si svolgono elezioni ma non si conosce in anticipo il vincitore, ed esiste un certo livello d’incertezza sui risultati, il Venezuela era una democrazia. Il chavismo è stato accusato di molte cose ma non di non fare elezioni e di non riconoscere le sue sconfitte nei pochi casi in cui questo è avvenuto. Viceversa, l’opposizione non ha mai riconosciuto le sconfitte e, come bambini capricciosi, ha l’abitudine di urlare alla frode quando perde, ossia quasi sempre.

Nel dicembre 2015 l’opposizione ha vinto in modo del tutto inatteso le elezioni all’Assemblea Nazionale, ottenendo una maggioranza di due terzi, sufficiente per riformare la Costituzione e bloccare il governo. Quindi, ha reso immediatamente noto che il suo scopo politico era costringere Leggi tutto “Venezuela: per uscire dalla crisi non possiamo appoggiare i fantocci del fantasma di Monroe”

Spigoli della Quarta Guerra Mondiale: Il Project Insect Allies

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1. Tramutazione dell’acqua in sangue, 2. Invasione di rane dai corsi d’acqua, 3. Invasione di zanzare, 4. Invasione di mosche, 5. Moria del bestiame, 6. Ulcere su animali e umani, 7. Pioggia di fuoco e ghiaccio (Grandine), 8. Invasione di cavallette/locuste, 9. Tenebre, 10 Morte dei primogeniti maschi.

 

Presumo che anche un lettore laicissimo abbia identificato l’elenco precedente, così come presumo che tutti sappiano che “le piaghe d’Egitto” sono le punizioni che, secondo la Bibbia, Dio inflisse agli Egizi affinché Mosè potesse liberare gli Israeliti dal paese dello schiavismo.

Presumo, infine, che sarete indulgenti e mi perdonerete la citazione.

Il fatto è che, senza scomodare la Bibbia, l’escalation militare in corso[1] assume forme simili. Tra le altre, anche quella di una Guerra Alimentare presente i cui protagonisti, in futuro, potrebbero essere gli insetti.

Secondo Wikipedia, “per guerra s’intende un fenomeno collettivo Leggi tutto “Spigoli della Quarta Guerra Mondiale: Il Project Insect Allies”

AMLO nel paese delle farfamiche. Puntata propedeutica

«Los Vietnamitas son chiquititos, son chiquititos, sí
pero con unos corazones asi de grandes, así.
Los yanquis son grandulones, parecidos a gigantes,
algunos como elefantes “pero no tienen corazones”.
Los yanquis tienen aviones, metralletas y fusiles
y generales por miles “pero no tienen corazones”.
Por ésto y miles de cosas, los zumban los vietnamitas
eso que son chiquititos “pero si tienen corazones”».[1]

Carlos Puebla, “David y Goliath”, L’Avana 1967.

CAST

AMLO: Andrés Manuel López Obrador, presidente eletto del Messico. Aspirante al ruolo di eroe di una storia originale “né calco né copia”, come chiedeva uno dei massimi sceneggiatori della storia latinoamericana, il peruviano José Carlos Mariátegui, quasi un secolo fa[2].

Farfamiche: contrazione di Farfalle atomiche.

Farfalle perché messicane e messicani sono, in senso buono, leggeri. Naturalmente, ci sono eccezioni, alcune addirittura Slim, come il Coyote Bill entrato stabilmente nel podio dei ricchi del mondo dopo che i suoi compari al governo gli hanno ceduto a vil prezzo le più redditizie aziende statali.

Atomiche perché le farfalle del 2018 debbono contrapporsi e resistere al Caligola atomico. È il destino condiviso delle farfalle messicane da secoli poiché, recita un vecchio aforisma, “il Messico è troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti”.

Star Guest: il capo della banda Bassotti,Maxi grandulón”, per l’anagrafe Donald, alias Caligola atomico. Confesso di avere avuto qualche dubbio su quest’ultimo accostamento perché, come ben Leggi tutto “AMLO nel paese delle farfamiche. Puntata propedeutica”

Che Fare – Paolo D’Aprile per www.pressenza.com

09.11.2018 – San Paolo, Brasile – Paolo D’Aprile

In Brasile è in corso un progetto autoritario. La nomina del giudice Moro a super ministro della Giustizia e degli Interni è soltanto uno degli aspetti. Le istituzioni entrano in contraddizione tra loro, la prova di ciò sta nella sospensione da parte della Corte Suprema degli atti arbitrari di intervento poliziesco nelle università, quando decine di atenei hanno subito invasioni, perquisizioni e il sequestro di materiale politico, secondo loro, legato a specifici partiti: una diretta intimidazione al corpo docente con l’arresto di alcuni professori accusati di propaganda sediziosa. La divisione tra le istituzioni apre la strada a chi controlla l’informazione, a chi gestisce il sottobosco tenebroso della politica. Ma il vero orrore deve ancora venire. Il vero orrore è il piano economico che sostiene il progetto politico di facciata. Un esempio su tutti, la nuova legge che regola i rapporti di lavoro, l’abolizione del contratto per esporre i lavoratori all’arbitrio di una classe padronale storicamente fondata sullo sfruttamento della manodopera schiava. La notizia dell’estinzione del Ministero del Lavoro è stata accettata passivamente, ripeto: per l’estinzione del Ministero del Lavoro, nessuna reazione degna di nota. “Il lavoratore deve decidere se rinunciare ai suoi diritti ma avere il lavoro, oppure avere i diritti ed essere disoccupato”. Sì, il nuovo presidente lo ha detto, lo ha scritto. L’orrore economico sarà implementato dalle transnazionali del petrolio, dalle grande imprese estrattiviste, dell’agro business, dal progetto di privatizzazione delle pensioni, della salute pubblica e della scuola di ogni ordine e grado, dalla materna all’università.

La retorica, le minacce, le promesse di repressione e bando di ogni opposizione attraverso l’annichilazione fisica e l’esilio, fanno certamente paura e riportano a incubi che credevamo ormai finiti. Beata illusione, la nostra. Beata illusione. L’odio espresso a più voci e raccolto dal discorso del candidato, ora presidente eletto, è da sempre parte integrante del nostro quotidiano espresso nei rapporti di forza contro quella parta della popolazione vulnerabile alla repressione. È un odio in cui il neo presidente ha trovato non solo un appoggio, ma il substrato culturale sul quale basare i suoi trent’anni di vita pubblica. Basta leggere le pubblicazioni del “Clube Militar”. È tutto scritto. Il rifiuto, dei diritti civili conquistati a partire dalla nuova costituzione del 1988, è il denominatore comune di una larga parte della societá in accordo con le gerarchie militari. È tutto scritto: una specie di delirio che vede l’avvicinarsi e il possibile di concretizzarsi della minaccia comunista, nell’azione dei movimenti sociali o nelle marce del Gay Pride; nelle rivendicazioni per la riforma agraria o nell’affermazione dei diritti delle donne. Tutto scritto. Il neo eletto ha bevuto direttamente alla fonte. Ciascuno si fida degli amici che ha: dieci ministri del governo di transizione sono militari, generali in servizio. Il vice presidente è un generale. Tutto quello che non si inquadra nella loro visione di mondo è per loro una minaccia da neutralizzare. Per questo non possiamo fermarci a combattere le affermazioni mostruose di un presidente troglodita, dobbiamo avere ben chiaro quello che sta per accadere davvero: le frasi di effetto, le banalità proferite a bocca piena, le offese, gli insulti, le minacce, distraggono la nostra attenzione dal vero problema.

Per salvaguardare in primo luogo la nostra dignità, e in seguito la possibilità di continuare ad agire politicamente ed esercitare il nostro diritto alla cittadinanza, dobbiamo formare un Fronte Democratico, una barriera all’onda autoritaria. Non possiamo isolarci e soprattutto non possiamo affidarci ai partiti, che per meschine questioni di leadership, danno chiari segni di non voler unirsi tra loro. Dobbiamo formare un fronte democratico civico e far pressione su quegli stessi partiti affinché ci seguano e ci sostengano a livello istituzionale. E per far ciò, per rendere contundente la nostra azione, diventa fondamentale il parlare in modo affermativo. La nostra indignazione, la voglia di denunciare al mondo l’orrore dell’accaduto e di quello che verrà, a lungo andare genera assuefazione, sia nell’opinione pubblica che in noi stessi. Ribadisco quanto detto sopra: la notizia dell’estinzione del Ministero del Lavoro è stata accettata passivamente, ripeto: l’estinzione del Ministero del Lavoro non ha provocato reazioni degne di questo nome. È necessario oggi più che mai tornare alle basi, ai centri sociali, ai collettivi delle periferie e proporre azioni positive concrete attraverso l’affermazione dei diritti. In primo luogo i diritti elementari, all’acqua, le fogne, l’energia elettrica, i trasporti, il servizio pubblico di salute, la facilità di accesso alla scuola. Tutte cose per le quali abbiamo lavorato tutta la vita e che pensavamo risolte ormai da anni. Tornare alle periferie. Solo attraverso la forza popolare potremo realmente far girare la ruota della storia a nostro favore. Attenzione: non è una lotta collettiva. È una lotta individuale, una lotta del singolo, di ognuno di noi. Solamente assumendola personalmente, solamente combattendola singolarmente è che la lotta si trasforma in collettiva. E sarà lunga, lenta e organizzata. Le grandi manifestazioni di piazza servono solo come esplosione periodica di rabbia ma non costruiscono, non amalgamano. Sono lo stoppino che la repressione vuole per costruire la sua narrativa per dipingerci come teppisti e nemici dell’ordine. Non possiamo cadere nell’errore di sempre, nella provocazione che ci vuole sovversivi quando chi ha sovvertito l’ordine democratico sono stati loro. Dobbiamo occupare ogni spazio, costruire e organizzare le nostre istituzioni, il nostro tempo spicciolo, dalle università al caffè con gli amici al bar; dai luoghi di lavoro alla conversazione con la vicina di casa in ascensore. Dobbiamo costruire uno spazio di pensiero che produca risposte e le divulghi. E per conversare è necessario prima di tutto saper ascoltare, e sapersi muovere in modo capillare. Se negli anni sessanta e settanta era la chiesa cattolica ha costruire coscienza attraverso l’azione delle comunità di base, oggi la chiesa è stata fagocitata dalla capillarità delle sette evangeliche pentecostali, fondate sulla “teologia della prosperità”. I culti di invocazione al successo economico in cambio di offerte ai pastori, alimentano il mito meritocratico mediante la relazione individuale col divino e distruggendo ogni dimensione orizzontale di “popolo di Dio”. Ebbene, si fa necessario entrare in questo universo ostile fatto di ricatti teologico-mistici, un universo impregnato del culto borghese alla meritocrazia, che ha impregnato perfino le frange più carenti della nostra popolazione, una specie di self made man brasilianizzato, ma che offre risposte immediate a domande concrete. Dobbiamo dimostrare il fallimento di tutto questo, ripartendo dal basso, dall’uso del diritto quotidiano del nostro ruolo di cittadini. Dobbiamo ricostruire la democrazia, dalle fondamenta. Dobbiamo reinventare il nostro linguaggio che insieme all’uso dei simboli nazionali è stato usurpato e deturpato. Il totalitarismo neoliberista considera le istituzioni come una impresa, le giudica in termini di efficienze e di produzione. Lo scopo è la privatizzazione dello Stato. Tutto ciò parte attraverso la dequalificazione della politica. Come possiamo spiegarci altrimenti che le periferie miserabili abbiano votato -prima come sindaco, poi come governatore – per un ricco imprenditore che si presenta dicendo: io non sono un politico, io sono un gestore. La creazione di una crisi permanente, è il loro più grande successo di critica e pubblico. Tocca a noi dire la verità, mostrare a tutti che il re è nudo.

Un giorno questa lotta avrebbe dovuto accadere. La Storia ha voluto che fossimo noi i protagonisti, l’ultima barriera. La nostra responsabilità è immensa e non possiamo tirarci indietro. Loro pensavano di avere il cammino spalancato. Ma non sapevano di avere davanti il loro avversario più duro: ciascuno di noi.

Ho raccolto in questo che ho scritto fin qui, senza alcuna autorizzazione, le parole e i concetti di Paul Singer, Vladimir Safatle e Marilena Chaui espressi nel dibattito “Costruire la Resistenza” avvenuto all’Università di São Paulo il primo novembre scorso. Ho aggiunto inoltre affermazioni e frasi mie personali. Il risultato di tutto questo sono le righe di cui sopra. Spero che i professori citati non me ne vogliano.

Il link all’articolo originale: https://www.pressenza.com/it/2018/11/che-fare/ 

Cronica de la caravana

Già Erodoto distingueva tra la cronaca dei fatti e la loro interpretazione.
In teoria, dovrebbe bastare una buona cronaca. Solo che, per risultare comprensibile, bisognerebbe collocare i fatti nel loro contesto.
Ad esempio, se banalmente ci si limita a raccontare uno scontro tra polizia e manifestanti come se fosse un incontro di calcio, ci si può avere solo un’idea da tifoso.
“Mi piacciono gli studenti”, cantava Violeta Parra. “Io sto con i poliziotti”, scriverà Pasolini dopo gli scontri di Valle Giulia.
Certo, trattandosi di 2 grandi, argomentano la loro scelta. Poi, ognuno sceglie da che parte stare.
Scelgo di pubblicare questa cronaca fatta da una rete televisiva di Veracruz, Messico, perché racconta i fatti e li coloca nel loro contesto.
Spero risulti comprensibile anche ai lettori di lingua italiana.
Nel link, troverete un’ampia ed eloquente dimostrazione fotografica del racconto.

Voces de la caravana: La “dictadura” y “la injerencia de EE.UU” están detrás del éxodo en Honduras
Integrantes de la caravana migrante y líderes sociales del país centroamericano aseguran que la crisis política provocada por el gobierno de Juan Orlando Hernández detonó la migración masiva hacia EE.UU.
Manuel Hernández Borbolla RT 7 nov 2018 23:19 GMT
https://actualidad.rt.com/actualidad/294897-hondurenos-crisis-migratoria-dictadura

La crisis migratoria en Honduras fue detonada por la “dictadura” del presidente Juan Orlando Hernández, apoyada por EE.UU., denuncian integrantes de la caravana migrante y líderes sociales hondureños.
A lo largo de varias entrevistas realizadas por RT a los hondureños que conforman la caravana migrante, la gran mayoría de ellos coincide en que decidieron salir del país debido a la falta de trabajo, así como el aumento en el precio de los alimentos y el combustible. Cuando se les pregunta qué provocó esa situación, muchos de ellos señalan la crisis política desatada a raíz del cuestionado triunfo de Hernández a la presidencia de Honduras como el acontecimiento que detonó un éxodo migratorio sin precedentes.

Las consecuencias de una “crisis política”
“Esto es una crisis política, porque los políticos allá todo el dinero se lo están comiendo, se lo están robando. Juan Orlando Hernández le da trabajo a los de él”, asegura Alexis Lagos, uno de los migrantes hondureños que acampa en el Estadio Jesús ‘Palillo’ Martínez, ubicado al oriente de la Ciudad de México.
“A Salvador Nasralla le robaron la presidencia”, afirma. “Ellos tienen como una manta en frente para que los problemas no salgan del país”.
Alexis Lagos relata que trabajaba como albañil. Tenía tres meses sin encontrar oportunidad de empleo, a pesar de que tiene tres hijos y apoya a su madre. “No tuve otra opción, porque no teníamos para comer”, cuenta.
Durante la travesía, le tocó presenciar la muerte de su primo en la ciudad de Tapachula, Chiapas, al sur de México.
“La parte más difícil de mi vida es que teníamos tres personas y un primo mío se murió en el camino. Esa fue la parte más dura de esta osadía”, relata Alexis, quien desconoce las causas médicas que ocasionaron el fallecimiento de su familiar.
Pero Alexis no es el único en considerar que la situación en Honduras se recrudeció a partir del actual gobierno.

Huyendo de una “dictadura”
Mientras espera en una de las carpas que se han instalado en el campamento para ser atendida por un padecimiento de asma, Isis Guzmán intenta recordar cuándo comenzó a deteriorarse la situación en Honduras: “Eso viene siendo desde hace cuatro años”, dice.
“Desde hace seis”, la corrige Edil Antonio García, quien trabajaba como mecánico en Honduras. “Desde que Juan Orlando ganó la presidencia el empleo se fue para abajo”, afirma.
Mientras varios migrantes centroamericanos hacen fila para recibir un poco de comida en el campamento instalado en Ciudad de México, un soldador hondureño, que porta una camiseta roja del Chapulín Colorado, cuenta cómo decidió salir de su país para escapar de lo que considera una “dictadura”.
“El sistema de vida no es muy bueno: salud, el sistema monetario, todo eso. La canasta básica es muy alta y uno trata de tener una vida mejor de la que nos ofrecían, uno trata de venirse de una dictadura”, relata el hombre, quien considera que el gobierno de Juan Orlando Hernández fue producto de una imposición.
A finales de octubre, en Pijijiapan, Chiapas, otros migrantes hondureños integrantes de la caravana coinciden en que la carestía que enfrenta el país fue provocada desde que el actual presidente hondureño asumió el poder.
Hermis Ramos es un joven de 23 años que trabajaba como albañil y carpintero antes de salir de Honduras. Ganaba 2.400 lempiras a la semana (100 dólares) cuando llegaba a tener trabajo.
Ramos explica que en su país existe el programa Bolsa Solidaria, impulsado por el gobierno, que consiste en la entrega de media libra de manteca, una libra de arroz, otra de frijoles y una de maíz. Pero en casas como la suya, con siete miembros en la familia, ese apoyo resulta insuficiente. “Con eso no va a dar abasto. Y si no hay trabajo, ¿qué puede hacer uno? La mayoría de los jóvenes roban allá, los matan jovencitos, de 15 o 16 años. No hay trabajo”, dice.
“La canasta básica está muy alta. El combustible sube cada lunes”, se queja Hermis.
Le preguntan cuándo se agravó la situación y responde: “Desde que entró el presidente de Honduras”.

El papel de EE.UU. en el conflicto político hondureño
Para el periodista y activista Bartolo Fuentes, quien es señalado por el gobierno de Honduras de ser el principal orquestador de la caravana migrante, la situación política de Honduras está vinculada a la injerencia de EE.UU. en Centroamérica.
“Hay un gobierno de EE.UU. que impone su criterio porque tiene bases militares en Honduras. Porque los que entrenaron a los militares en Honduras son los mismos gringos y son los que salieron a matar a la gente en las calles cuando protestaron por el fraude electoral. Y ahora quieren deslindarse, y buscar quién es el culpable. Y quieren decir que un pinche periodista Bartolo Fuentes es el que trae a toda esta gente. ¡Por favor!”, sostuvo Fuentes durante la conferencia de prensa que otorgó, el pasado martes, en el campamento de la caravana migrante en Ciudad de México.
El periodista, quien durante años ha seguido de cerca las historias de migrantes centroamericanos, es tajante al afirmar que la política exterior estadounidense es responsable de buena parte de la crisis política en Honduras.
“¡Ellos son los invasores! Nosotros no invadimos EE.UU. Si Donald Trump no lo sabe, hace más de cien años en Honduras hubo más de 200 empresas mineras sacando el mineral de nuestro país sin pagar nada por esos metales que se llevaron. ¿Y qué quedó en nuestras comunidades? ¡Los puros hoyos! Los hombres y mujeres enfermos, y los pueblos en la miseria”, señala Fuentes.
El activista también consideró que la propuesta del presidente electo de México, Andrés Manuel López Obrador, de ofrecer trabajo a los migrantes centroamericanos es bien recibida como una medida de emergencia, pero considera que los organismos internacionales tendrían que responsabilizarse por el éxodo masivo de migrantes hondureños.
“Sinceramente, nosotros no creemos que tenga que ser México que cargue con toda esta situación, porque no es México quien ha saqueado Honduras, no es México quien dio el golpe de Estado”, afirmó Fuentes, tras destacar la completa ausencia de la embajada de su país desde la entrada de la Caravana a territorio mexicano.
Otros críticos del actual régimen hondureño consideran que la manera en que EE.UU. apoyó el golpe de Estado en 2009 contra el entonces presidente de ese país, Manuel Zelaya, así como el respaldo de Washington a Juan Orlando Hernández, acusado de haber cometido fraude en las elecciones de 2017, explican las causas políticas que originaron el éxodo masivo de la caravana migrante.
“Todo tiene su autoría en las políticas injerencistas del imperialismo yanqui, eso no tiene discusión alguna. El piraterismo financiero internacional nos tiene hundidos con un endeudamiento que por eso sostienen estos régimenes dictatoriales, producto de negociar con corruptos y ladrones”, afirma el sociólogo y periodista Milton Benítez.
“Acaba de decir Trump que el dinero se lo roba Juan Orlando Hernández. ¿Pero por qué no dijo que se robaron las elecciones también?”, cuestiona Benítez.

¿Cómo se gestó la crisis política en Honduras?
El 28 de junio de 2009, tras meses de tensiones entre los Poderes de la República, el Ejército recibió la orden emitida por la Corte Suprema de arrestar al entonces presidente Manuel Zelaya, quien fue sacado a la fuerza del país. El acontecimiento significó un golpe de Estado en Honduras, repudiado abiertamente por la comunidad internacional y la Asamblea General de Naciones Unidas (ONU).
Después del golpe, el Congreso de Honduras, encabezado por Roberto Micheletti, quien asumiría el poder tras el derrocamiento de Zelaya, decretó un estado de sitio y desplegó militares en las calles para contener las protestas.
Los sectores más conservadores de Honduras apoyaron el golpe, mientras el presidente depuesto hizo un llamado a la desobediencia civil.
Después de varios meses de tensiones, se realizaron las elecciones y resultó vencedor el derechista Porfirio Lobo Sosa, del Partido Nacional de Honduras.
La entonces secretaria de Estado de EE.UU., Hillary Clinton, reconoció haber operado políticamente para impedir el regreso de Zelaya y apoyar las elecciones celebradas por los golpistas.
“En los días siguientes del golpe hablé con mis homólogos de todo el hemisferio, incluida la secretaria Patricia Espinosa, en México, con el objetivo de organizar rápidamente unas elecciones que tuvieran como resultado hacer irrelevante la cuestión de Zelaya”, según reconoció Clinton en su libro

Decisiones difíciles.
Desde entonces, Honduras vive un clima de inestabilidad política que ha repercutido en las condiciones de vida de la gente.
En 2014, asumió el poder Juan Orlando Hernández como presidente de Honduras. Durante su mandato se presentaron varios escándalos de corrupción y ocurrió el asesinato de la activista Berta Cáceres.
En 2015, el gobierno de EE.UU. aumentó la presencia de efectivos en bases militares de Honduras.
En 2017 se realizaron nuevas elecciones. En medio de acusaciones de fraude, Juan Orlando Hernández se impuso al candidato Salvador Nasralla, aspirante de la Alianza de Oposición contra la Dictadura. Ante las irregularidades que se presentaron durante los comicios, la Organización de Estados Americanos (OEA) pidió la repetición del evento electoral, pero eso no sucedió.
De este modo, Juan Orlando Hernández fue investido para un segundo mandato, en medio de una crisis de legitimidad que persiste hasta la fecha.

Pobreza, violencia y desigualdad
Se estima que 64,5% de la población de Honduras vive en situación de pobreza y 42,6% en extrema pobreza.
Honduras también es el tercer país más desigual del planeta, sólo debajo de Sudáfrica y Haití, según un informe de 2016 del Banco Mundial (BM).
En tan sólo dos años, el precio de la gasolina se ha incrementado 23%, según datos del sitio Central America Data. Mientras en enero de 2016 un galón de combustible tenía un precio de 3,12 dólares por galón, al 5 de noviembre de 2018, ese mismo galón costaba 3,84 dólares.
El incremento en el precio de los combustibles en Honduras ha provocado protestas y aumentos en los precios de los alimentos.
Tras ser considerado el país más violento del mundo, el número de asesinatos en Honduras se ha reducido en los últimos años. Sin embargo, durante 2017 hubo un promedio de 11 homicidios diarios y una tasa de 43,6 muertes violentas por cada 100.000 habitantes.
Ante el complejo panorama social y político, un documento del Instituto Universitario Democracia, Paz y Seguridad de la Universidad Nacional Autónoma de Honduras concluye: “La masiva ola migratoria iniciada como una caravana de hondureños desde el sábado 13 de octubre, saliendo de la ciudad de San Pedro Sula, y a la que se han sumado hondureños de otras regiones del país, es una exposición irrefutable de los resultados de la democracia y del modelo de desarrollo impulsado en las últimas cuatro décadas”.

Prime impressioni sulle elezioni statunitensi di metà mandato e un saluto agli eroi della carovana della miseria

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RaiNews, e la sua peculiare popolazione di ex addetti della sinistra, ha commentato con soddisfazione stamane (7 de novembre), che nell’elezioni statunitensi non c’è stata alcuna ondata anti Trump ed i democratici si erano limitati a riprendersi la Camera mentre (il loro) Donald aveva mantenuto la maggioranza al Senato. Per completare l’opera di minimizzazione hanno aggiunto: vittorie parziali dell’opposizione sono del tutto normali negli USA in questo tipo di elezioni.

Avevano preparato il clima da giorni vendendole come una sorta di plebiscito su Trump. Quindi, concludono, il plebiscito è fallito. Pur con qualche crepa, l’elettorato degli USA ha approvato la gestione del presidente.

Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine.

1) È vero che, tradizionalmente, le elezioni parlamentari di metà mandato esprimono un certo livello di dissenso verso la presidenza e il partito all’opposizione recupera qualcosa sulle elezioni precedenti. Tuttavia, perché la elezione dei senatori è solo parziale, è assolutamente tradizionale (e logico) che i cambiamenti non siano massicci.

Ergo, rientra nell’assoluta normalità che i democratici abbiano recuperato la Camera ed i repubblicani mantenuto il controllo del Senato, pur perdendo voti. Sarebbe stato un terremoto se i democratici avessero recuperato il Senato, ma solo ai propagandisti (e agli ignoranti) è passata per la testa quella possibilità. Leggi tutto “Prime impressioni sulle elezioni statunitensi di metà mandato e un saluto agli eroi della carovana della miseria”

Il ritorno di Cuore di tenebra: dalla Poumina del Fiume Congo all’Anaconda del Rio delle Amazzoni [1]

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“Pappagallo brasiliano, il Brasile ormai è lontano
tu che libero sei nato, te lo sei dimenticato.
Parli forte e pensi piano, pappagallo brasiliano
te lo sei dimenticato parli forte e pensi piano
pappagallo brasiliano”
Vinicius de Moraes, Sergio Endrigo, “Il pappagallo”[2]

Poco dopo le 19 (ora locale), migliaia di persone congregate all’esterno
dell’appartamento di Bolsonaro a Barra de Tijuca, zona occidentale di Rio,
hanno incominciato a festeggiare. Più tardi, verso le 10,30 di sera,
a Niterói, città separata da Rio de Janeiro da un ponte di 13 chilometri,
è comparsa all’improvviso una fila di camion dell’esercito.
I militari, circondati da una folla festante che urlava “E’ tornata la dittatura!  Evviva!”, hanno festeggiato il loro presidente con le braccia rivolte al cielo.
Chi li ha convocati? Da chi hanno ricevuto l’ordine di abbandonare le caserme?

Eric Nepomucemo, “Victoria de Bolsonaro entre gritos de “¡Viva!” “¡Volvió la dictadura!”[3]

1) L’arca di Conrad era partita dall’Africa

“Solo quando i leoni si metteranno a scrivere la storia,
i cacciatori cesseranno di essere degli eroi.”
Proverbio africano

Nel 1884, i 14 Stati europei e gli Stati Uniti riuniti nella “Conferenza di Berlino”, regalarono ufficialmente a Leopoldo II del Belgio il territorio dello État indépendant du Congo (Libero Stato del Congo). Il suo regno europeo aveva 30.530 km2. La sua riserva privata di caccia africana, 2.345.000 km2.

La conferenza di spartizione dell’Africa sanciva la dislocazione dei saccheggiatori negli Stati africani. Infatti, il Leopo controllava il territorio congolese fin dal 1877.

Per riuscirci, nel 1876 aveva fondato l’”Association internationale africaine”, allo scopo di promuovere l’esplorazione e la colonizzazione dell’Africa. Quindi, l’associazione aveva ingaggiato e spedito nel Congo Henry M. Stanley, noto esploratore reso celebre dalla frase con cui aveva salutato David Livingstone sul lago Tanganica, nel 1871: “Doctor Livingstone, I presume” (“Il dottor Livingstone, suppongo”).

Certamente per puro caso, di solito ci si dimentica di aggiungere Leggi tutto “Il ritorno di Cuore di tenebra: dalla Poumina del Fiume Congo all’Anaconda del Rio delle Amazzoni [1]”

BRASILE 2018: Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono perdere

1968: Manifestazione a Rio de janeiro contro la dittatura militare. Foto Arquivo Nacional/Correio da Manhã

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Tristeza não tem fim

“A felicidade do pobre parece
a grande ilusão do carnaval.
A gente trabalha o ano inteiro
por um momento de sonho
pra fazer a fantasia
de rei ou de pirata ou jardineira
pra tudo se acabar na quarta-feira.
Tristeza não tem fin
Felicidade, sim…”
[1]

Dal momento che le parole sono pietre, conviene sempre misurarle.

Da queste parti ultimamente si parla spesso di fascismo, penso spesso a sproposito, almeno per ora.

Di fascisti in giro ce ne molti. Si riconoscono dal piacere che vi traspare quando possono maltrattare qualcuno. Altri sono imboscati. Ad esempio, c’è un buon numero di ex picchiatori trasformati in senatori.

Non è il caso di Jair Bolsonaro, l’uomo di ultradestra che domenica 28 ottobre probabilmente diventerà presidente del Brasile. Infatti, Bolsonaro è un fascista a pieno tondo.

Il successo elettorale dei fascisti non è ormai un’eccezione in un continente dove la destra è da tempo all’attacco. E una destra con le briglie sciolte, senza ritegno. Per ora fa ancora qualche prigioniero. È avvenuto, ad esempio, con Lula. Temo avverrà tra non molto con Cristina Fernández Kirchner. E resta in lista d’attesa, ma lì più che i tribunali potrebbero parlare i fucili, Nicolas Maduro in Venezuela.

Il Brasile è la settima economia al mondo, ma non è simpatico ricordarglielo a chi crede che lo sviluppo economico rappresenti una sorta di cura per gli estremismi (parlo di quelli che ci credono, non dei propagandisti). Ma questo Leggi tutto “BRASILE 2018: Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono perdere”