I quattro villani e la minima immoralia

In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore.
Ho sentito degli spari in una via del centro
quante stupide galline che si azzuffano per niente
minima immoralia
minima immoralia


Franco Battiato[1]

Nei miei testi precedenti temo di non avere messo sufficientemente in chiaro due questioni che reputo essenziali sul caso Assange.

La prima è il carattere illegale dell’arresto

Il 4 febbraio 2016, il Gruppo di Lavoro dell’ONU contro gli arresti arbitrari ha stabilito che l’arresto di Assange era “arbitrario e illegale”. La sentenza, non vincolante, precisava: “I governi della Svezia e dell’Inghilterra devono garantirne la sicurezza e integrità fisica, facilitarne la libertà di movimento nel modo più spedito possibile e il pieno godimento dei diritti garantiti dalle norme internazionali riguardo il fermo di persone”[2]

Il ministro degli esteri ecuadoriano, Ricardo Patiño, commentava il 5 febbraio 2016 in conferenza stampa: “È un trionfo della verità, un trionfo della giustizia internazionale e, ci auguriamo, un trionfo della libertà perché è in gioco la libertà di un essere umano… La decisione del gruppo di lavoro dell’ONU è una ratifica e una convalida di tutti gli argomenti che ha presentato l’Ecuador negli ultimi anni[3].

La seconda è l’elenco dei villani

Il primo villano è, va da sé, Lenin Moreno

Propongo di ribattezzarlo “Giudabba”, sintesi dei nomi del traditore e del bandito biblici.

Sul comportamento banditesco ho già detto nei post precedenti.

Sull’ipocrisia e servilismo vorrei far notare che non ha neppure avuto il coraggio di mettere fuori della sede diplomatica un uomo ridotto fisicamente a pianta in seguito ad anni di forzato immobilismo, bensì l’ha fatto portare fuori dalla polizia londinese.

Presumo che questi ultimi ne abbiano tratto godimento. 

Il secondo villano è la Casa Bianca

Propongo di chiamarlo “Scarface”: “Dì ai tuoi compagni di Miami, e al tuo amico, che sarà un piacere. Io un comunista lo ammazzo anche gratis, ma per la carta verde di residenza sarei disposto anche a sotterrarlo”[4].

Il primo a tentare di tutto per farsi consegnare Assange è stato Barack Obama.

Se l’estradizione verso gli USA avrà luogo sotto Trump, presumo che Assange sarà sottoposto a “durissime tecniche d’interrogatorio” (eufemismo per non dire torture), ad un’interminabile successione di processi, da vivere in carcere, che probabilmente finiranno (chiedo venia per la mia malevola presunzione), con un assassinato all’interno di un ben congeniato “litigio tra detenuti”.

Converrete che questi litigi possano avvenire – anzi, avvengono spesso – in ambienti popolati da banditi, narcotrafficanti e criminali.

Converrete pure che l’eventuale decesso avvenuto in seguito ad un litigio tra carcerati, eviterebbe che qualche malintenzionato possa accusare gli USA di avere condannato a morte una persona colpevole solo di avere reso pubblica la verità.

Il terzo villano sono gli impresentabili “rappresentanti del popolo” dei Parlamenti del Regno Unito e degli USA.

“Onorevole sarà lei!”[5]

Stando alle cronache, costretti a distrarsi per un attimo dalle loro pacate e interessantissimi approfondimenti e riflessioni sulla Brexit, i parlamentari britannici hanno urlato di allegria quando Theresa May li ha informati dell’arresto di Assange. Si può presumere che non avendo menato le mani contro qualche malcapitato ormai da un po’ di tempo, probabilmente attraversavano una crisi di astinenza. Purtroppo, la TV non ci ha regalato le immagini corrispondenti della Camera dei Lord. Presumo che, ubriachi dall’allegria, i Pari del regno avrebbero fatto volare parrucche e falsi nei in un indescrivibile sabba wetsminteriano coi bastoni da Lord, orge e riti blasfemi come ad ogni buon sabba corrisponde.

Altrettanto è avvenuto nel Congresso statunitense. Non è il tema, ma forse conviene dimenticare che buona parte di quei legislatori si è arricchita proprio esercitando la funzione legislativa, proteggendo lobby e imprese che finanziano le loro carriere ma, anche, condannando la maggioranza della popolazione ad una situazione in cui “i redditi dell’1% più ricco superano quelli del 90% della popolazione e un lavoratore medio deve lavorare oltre un mese per guadagnare quanto guadagna un Amministratore delegato in un’ora.”[6]

Il quarto villano sono i governi europei

Come insegna il grande maestro Vincenzo Cerami, “c‘è sempre qualche personaggio che fa da filtro alla gag, e aiuta a dare una lettura della gag, è la cosiddetta «spalla»”[7].

I governi europei hanno acconsentito senza neppure spettinarsi a questo attacco di Washington contro l’informazione e, più in generale, per loro ogni desiderata della Casa Bianca assume valore extraterritoriale e si applica ai loro Stati.

Nemmeno questo è il tema, ma oltre ad Assange si potrebbero ricordare a questo riguardo le sanzioni economiche contro la Russia, l’obbligo di acquistare aerei taroccati come gli F-35, la partecipazione all’assassinato di Gheddafi che ha aperto la guerra che nell’attuale puntata coinvolge l’ENI e la TOTAL in Libia, il blocco contro Cuba, la partecipazione alla commedia dell’arte con protagonista la star guest Juan Guaidó in Venezuela …

Insomma, un villano-spalla adatto alle tante vigliaccate imbastite dall’imperatore di turno. Per così dire, “i boy scout delle mascalzonate” o, se preferite, gli addetti alle bazzecole, quisquilie e pinzillacchere del buon Totò.

R. A. Rivas

16 aprile 2019


[1] Franco Battiato, “Bandiera bianca”, dall’album “La voce del padrone”, 1981.

[2] Sulla composizione e funzioni del CDIH vedere “Folleto Informativo No.26. El Grupo de Trabajo sobre la Detención Arbitraria”, https://www.ohchr.org/Documents/Publications/FactSheet26sp.pdf

Sulla sentenza rigurado il caso assange, vedere “Panel de la ONU considera ilegal detención de Julián Assange”, “El Comercio”, Quito 4 febbraio 2016https://www.elcomercio.com/actualidad/onu-considera-ilegal-detencion-julianassange.html. Sulle reazioni in Europa vedereReino Unido y Suecia rechazan la petición de la ONU de liberar a Assange”https://elpais.com/internacional/2016/02/05/actualidad/1454660771_406980.html

[3] “Ecuador aplaude la decisión de la ONU en el caso Assange”, https://www.youtube.com/watch?v=YvP8e_dc4il

[4] “Scarface”, regia di Brian de Palma, 1983. Il protagonista, Tony Montana, è interpretato da Al Pacino.

[5] Franco Dionesalvi, Mimmo Talarico, “Conversazioni politiche al tempo del disonore”, Sabbiarossa Edizioni, Reggio Calabria 2013.

[6] Per evitare le solite lezioni contro “l’antiamericanismo delirante tipico dei sudamericani” impartite da qualche tribunale di solidi costruttori di alternative, per queste indicazioni – ivi comprese quelle riguardanti le funzioni di  lobby dei parlamentari – ho ricorso a due fonti che presumo  per loro insospettabili. Nei due testi trovate molti altri dati, tutti precedenti il governo Trump: Nicholas Kristof, “An Idiot’s Guide to Inequality”, “New York Times” 23 luglio 2014, https://www.nytimes.com/2014/07/24/opinion/nicholas-kristof-idiots-guide-to-inequality-piketty-capital.html e William Marsden, “Obama’s State of the Union speech will be call to arms on wealth gap”, https://o.canada.com/news/obamas-state-of-the-union-speech-will-be-call-to-arms-on-wealth-gap

[7] Beatrice Barbalato, “Lectio magistralis – I laboratori del comico”, in “Sisifo felice. Vincenzo Cerami, drammaturgo”, Editore Brüssel 2009.

Ecuador, USA e Assange: storie e peripezie non esemplari



Lenín Moreno, presidente de Ecuador, e Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale di Trump. (Foto: EFE/Reuters)

 “Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato,
nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza,
e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso,
solcato da nervature arcuate,
sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra.
Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole,
gli si agitava dinanzi agli occhi.

Franz Kafka[1]

1.- Il mattino del 2 aprile 2017, la Commissione elettorale ecuadoriana annunciava che Lenin Moreno aveva vinto il ballottaggio presidenziale.

La stessa sera, 2 aprile 2017, il presidente eletto da una coalizione di sinistra, si riuniva con Paul Manafort, responsabile della campagna elettorale del presidente statunitense Donald Trump tra giugno e agosto 2016, quando era stato costretto a dimettersi perché implicato in scandali di corruzione[2].

Il 27 ottobre 2017 Manafort è stato incriminato per reati commessi in Ucraina prima del rovesciamento del governo filo-russo di Viktor Yanukovych (2014). Nel giugno 2018 fu accusato di ostruzione alla giustizia e manomissioni dei testimoni mentre era agli arresti domiciliari. Successivamente, Manafort è stato processato in due tribunali federali. Nell’agosto 2018 è stato condannato nel distretto orientale della Virginia per frode fiscale e bancaria. Nel tribunale distrettuale di Washington si è dichiarato colpevole e ha accettato di collaborare con i pubblici ministeri. Il 26 novembre 2018 è stato accusato di avere violato il patteggiamento mentendo ripetutamente agli investigatori. Il 13 febbraio 2019, il giudice del tribunale distrettuale ha annullato l’accordo stipulato. Il 7 marzo 2019 è stato condannato a 47 mesi di prigione[3].

Probabilmente, la consegna di Assange agli USA è stata decisa già in quell’incontro. Il baratto prevedeva la consegna della testa di Assange in cambio di compensi pecuniari ed accordi commerciali.


Vista del centro storico di Quito. Sullo sfondo è visibile la Vergine di Quito, posta sul Panecillo – Foto Cayambe

2.- Al baratto concordato dal connubio MM (Moreno-Manafort), mancava il catalizzatore.

In chimica, un catalizzatore è una materia che interviene durante lo svolgimento di una reazione chimica modificando il complesso attivato della reazione. Ossia, abbassando l’energia di attivazione, ne aumenta la velocità.

Si stima che almeno il 60% di tutte le sostanze commercializzate oggi richiedano l’uso di catalizzatori in qualche stadio della loro sintesi. Perché dovrebbe farne eccezione una transazione come quella appena descritta?

Il 26 marzo 2019, nel contesto del degrado della situazione di Assange che ho descritto in un testo precedente, Wikileaks annunciava: “Il Parlamento ecuadoriano ha aperto un’inchiesta per corruzione contro il presidente, Lenin Moreno, in seguito alla pubblicazione di contenuti filtrati dal suo iPhone (Whatsapp, Telegram) e dal suo Gmail. Il “New York Times” ha informato che Moreno ha proposto di vendere Assange agli Stati Uniti in cambio di un condono di parte del suo debito”[4].

Era l’atto di apertura del caso “INA Papers”. I villani invitati erano il presidente dell’Ecuador, suo fratello Edwin e le figlie del presidente. La trama, un’operazione di riciclaggio di denaro per 18 milioni di dollari realizzata nel Belize.

Il nome INA deriva dalle lettere finali dei nomi delle tre figlie di Lenin Moreno: Ir(ina), Crist(ina) e Kar(ina). I 18 milioni di dollari percepiti da Edwin Moreno, capo dell’INA Investments Corp, sono stati riciclati da 11 aziende fantasma: Espíritu Santo Holdings, Fundación Amore, Fundación Esmalau, Fundación Pacha Mama, Inversiones Larena, Inversiones Maspal, Manela Investment Corp, Probata Investments, San Antonio Business Corp, Turquoise Holdings Ltd, Valley View Business Corp.

Malgrado Assange fosse scollegato dal mondo, Moreno l’ha incolpato di essere il responsabile della violazione della sua posta e del suo telefono.

“A Quito, la ministra Maria Paula Romo ha dichiarato in conferenza stampa: «C’è un piano di destabilizzazione in Ecuador che è legato agli interessi geopolitici» … E a New York, Hillary Clinton: «È chiaro dall’accusa che è venuta fuori che l’arresto riguarda l’assistenza all’hackeraggio di un computer militare per rubare informazioni dal governo degli Stati Uniti. Aspetterò e vedrò cosa succederà, ma deve rispondere per quello che ha fatto»”[5].

Hanno la faccia come il culo. Non conoscendo la vergogna, possono fare qualsiasi cosa senza scrupoli né pudore. Non è un apprezzamento estetico, ma un giudizio etico.

Di Lenin Moreno, oltre alla personalità empia, va messo in luce la sua radicale giravolta verso destra, messa in luce dalla conclusione di un accordo col FMI e la Banca Mondiale per 10 miliardi di dollari, in cambio di un severissimo programma di austerità che includeva tra l’altro il licenziamento immediato di 10mila funzionari dell’amministrazione pubblica.

Va pure detto che gli “INA Papers” della corrotta famiglia Moreno non sono una novità ma soltanto un altro capitolo dell’applicazione mafiosa del neoliberismo globale in America Latina. In questo caso, il capitolo d’imputazione è quello del riciclaggio nei paradisi fiscali di quantitativi di denaro atti ad acquistare le coscienze dei suoi governanti e/o dei manipolatori dell’opinione pubblica.

Per menzionare solo alcuni casi recenti, ricordo i “Panama Papers”, che coinvolsero Mario Vargas Llosa e il presidente argentino Mauricio Macri; i “Bahama Leaks”, che videro alla ribalta Pinochet, Macri e il PAN messicano; la truffa della Banca Stanford, che riciclava i soldi del Cartello del Golfo con l’aiuto dell’ex ministro degli esteri messicano (2000-2003) Jorge Castañeda Gutman. Si può aggiungere un lungo eccetera.

Il corollario è semplice: in America Latina non c’è neoliberismo senza riciclaggio.

3.- L’imperizia è tutt’altra cosa, anche se …

Il caso Assange mi ha riportato in mente il caso Abdullah Ocalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Un veloce riassunto:

Ocalan arrivò il 12 novembre 1998 in Italia accompagnato da Ramon Mantovani, all’epoca deputato di Rifondazione Comunista e responsabile Esteri del partito. Si consegnò alla polizia sperando di ottenere in qualche giorno l’asilo politico che gli era stato garantito da membri del governo presieduto da Massimo D’Alema. Tuttavia, il governo non glielo concesse per le pressioni ricevute dall’estero, in particolare dalla Turchia e dagli Stati Uniti, e dalle aziende italiane che temevano di essere boicottate dal governo turco.

Il 16 dicembre 1998 la quarta sezione penale della Corte d’Appello di Roma sentenziò che Abdullah Ocalan doveva essere considerato un libero cittadino, revocando l’obbligo di dimora e il divieto di espatrio che gli era stato imposto preventivamente il 20 novembre 1998. La Corte stabilì anche il non luogo a procedere nei confronti dell’estradizione, in riferimento al mandato di cattura emesso dalla Germania.

Il 23 dicembre 1998 Massimo D’Alema, durante la conferenza stampa di fine anno, diceva: “L’esito più probabile di questa vicenda è che Ocalan se ne vada dal nostro Paese”. Ma, aggiungeva, Ocalan deve essere d’accordo perché in caso di una vera e propria espulsione “sarebbe molto difficile per un pretore non imporre al governo il soggiorno obbligato per ragioni umanitarie”.

Comunque, a quel punto era evidente che il governo aveva deciso di far partire Abdullah Ocalan, ufficialmente con la formula di un “allontanamento volontario”.

Infatti, il giorno prima di partire Ocalan scrisse una lettera in cui sosteneva di aver deciso spontaneamente di lasciare l’Italia. Invece, è molto probabile che sia stato costretto a farlo[6]. Si sa che gli vennero proposte diverse destinazioni, principalmente in Africa (Guinea, Guinea Bissau, Mali, Sudafrica), ma che Ocalan le rifiutò tutte, ritenendole poco sicure. Alla fine, però, il 16 gennaio 1999 fu convinto a partire per Nairobi, in Kenya.

Pochi giorni dopo, il 15 febbraio 1999, Ocalan fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi durante un trasferimento dalla sede della rappresentanza diplomatica greca in Kenya all’aeroporto di Nairobi, e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Turchia, nell’isola di İmralı, dov’è rimasto fino ad oggi.

Il carcere di Imrali

Nell’aprile 1999, il Tribunale per la sicurezza dello Stato di Ankara accusò Abdullah Ocalan di tradimento e di attentato all’unità e alla sovranità dello Stato turco. Quindi, è stato condannato alla pena di morte perché ritenuto responsabile di tutti gli atti terroristici del PKK e della morte di migliaia di persone.

La condanna non è stata eseguita poiché l’allora presidente della Turchia, Bulent Ecevit, si oppose per non compromettere le trattative della Turchia per entrare nell’Unione Europea.

Nel 2002 la Turchia abolì la pena di morte e la pena di Ocalan si trasformò in ergastolo.

N.B.: negli Stati Uniti la pena di morte non è stata abolita.

“Signore e signori, i tempi son tristi:
è saggio chi è in ansia, cretini i vanesi.
Non vince le angustie chi ha perso del riso il gusto:
per questo la farsa scrivemmo
che voi ascolterete.
Ma, attenti! signori,
gli scherzi che udremo non stiamo a pesarli
a grammi, a millesimi; ma a cesti, a quintali!
Pesateli come patate, ed ancora cercate aiutarvi un po’ con l’accetta”[7].

R. A. Rivas

14 aprile 2019


[1] Franz Kafka, “Die Verwandlung”, Kurt Wolff, Lipsia 1915. Tr. it. “La metamorfosi”, Adelphi, Milano 1981.

[2] Karina Martin, “Ecuador Admits President Moreno Met with Paul Manafort in April”, 21 novembre 2017 https://panampost.com/karina-martin/2017/11/21/ecuador-admits-president-moreno-met-with-paul-manafort-in-april/?cn-reloaded=1

[3] Clark Mindock, Andrew Buncombe “Manafort sentencing: Trump’s ex-campaign manager sentenced to less than four years in jail for fraud”, Londra 8 marzo 2019 https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/paul-manafort-sentencing-trump-wheelchair-court-jail-a8813281.html

[4] Defend Wikileaks, “Ecuador twists embarrassing INA Papers into pretext to oust Assange”, https://defend.wikileaks.org/2019/04/03/ecuador-twists-embarrassing-ina-papers-into-pretext-to-oust-assange/

[5] Enzo Boldi, “In Ecuador è stato arrestato un uomo legato a Julian Assange”, “Il Giornale”, Milano 12 aprile 2019 https://www.giornalettismo.com/archives/2700714/julian-assange-arresto-ecuador

[6] Sergio Romano, “Il caso Ocalan e il dilemma del governo D’Alema”, Corriere della Sera, Milano 23 giugno 2017. https://www.corriere.it/solferino/romano/07-06-23/01.spm

[7]  Bertolt Brecht, “Herr Puntila und sein Knecht Matti”, Schauspielhaus Zürich, Zurigo 1950. Tr. it. “Il signor Puntila e il suo servo Matti”, Einaudi, Torino 1970.

Moreno, il traditore, ha condannato Julian Assange ad una probabile pena di morte

Assange portato fuori a forza dall’ambasciata ecuadoriana di Londra da agenti britannici. Estratto dal video dell’agenzia russa Ruptly

                                                                                  “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”

Augusto Monterossa[1]


L’11 aprile 2019 è stata una giornata funesta, per i libici, per i profughi, per le tante popolazioni abbandonate da Dio e perseguitate dagli uomini, e per l’informazione.

La cattura di Julian Assange – grazie alla complicità del presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno – ha creato un penoso precedente per la violazione impune dei diritti umani, del diritto d’asilo, della libertà di stampa, della cittadinanza ecuadoregna, della sovranità nazionale, della legalità diplomatica, della democrazia, della pace e delle libertà.

Mai alcuna polizia si era spinta fino a prendere un esule da un’ambasciata. Nemmeno quella dei governi Pinochet, Videla o Banzer. E ne parlo con conoscenza di causa.

Qualcuno potrebbe argomentare che in questo caso è stato il governo del Paese stesso, e cioè l’Ecuador, a sollecitare l’intervento.

Posso dire che, nel nostro caso, alcuni Paesi si rifiutarono di ricevere dei fuggiaschi (tali eravamo prima di entrare nelle ambasciate). Lo fecero, mi ricordo, gli inglesi e i cinesi (quelli di Mao, off course). Forse anche altri, perché la storia dell’infamia è sempre lunga. Ma si adoperarono per non farci entrare, ben sapendo che poi non sarebbe stato possibile consegnarci.

Ovvero, Moreno ha superato un altro scalino nella scala dell’infamia. Era stato eletto, non tanto tempo fa, dalla sinistra ecuadoriana.

Il fatto è, dice una voce popolare, che è meglio stare attenti agli amici, augurandosi che dai nemici ci protegga Dio. Lo ricordo anche perché sono allergico alle formule fideistiche, di qualsiasi tipo.

L’attacco ai diritti umani e cittadini di Julian Assange è iniziato poco dopo l’elezione di Moreno quando il traditore ha iniziato a trattare coi governi statunitense e britannico sul destino della testa – in senso letterale – del giornalista australiano.

Col veloce progredire delle trattative, Assange ha smesso di essere un esule. Un esule non ha privilegi, non si capisce perché dovrebbe averli, ma ha alcuni diritti della cui protezione deve rispondere lo Stato al quale si è affidato. Mentre è confinato nella sede diplomatica, il diritto internazionale enumera tra queste la salvaguardia della sua salute e della sua vita[2]. La prima di queste, ovviamente, va intesa nel contesto delle possibilità del Paese ospitante.

Il risultato, detto senza perifrasi, è stato che Lenin Moreno ha permesso che all’interno della sua sede diplomatica a Londra fosse violato il diritto d’asilo di Assange, facendo precedere questa decisione da una lunga serie di restrizioni imposte all’esule che hanno creato una situazione assai vicina alla tortura.

Ovvero, ad Assange non sono state garantite né la salute né la vita poiché l’ambasciata ecuadoriana a Londra è diventata una sorta di dépendance del carcere di Guantanamo.

Questo andazzo, applicato da mesi se non anni in ottemperanza al diktat di Washington, faceva prevedere che Assange sarebbe finito nelle mani del governo britannico. Lo scopo non è tenerselo, ma è quello di deportarlo negli USA, malgrado con un piccolo passaggio da Stoccolma per diluire le responsabilità.

Poiché il fondatore di Wikileaks non può essere ritenuto uno sprovveduto, è logico pensare che abbia sempre saputo a quali rischi si esponeva scontrandosi con la massima potenza mondiale e con i suoi principali alleati in condizioni di bruttale svantaggio.

Eppure, conviene ricordarlo, la sua piccola organizzazione, con risorse, umane e finanziarie, molto limitate, è riuscita a mettere in difficoltà diversi governi, anzitutto quello statunitense, e a mettere in evidenza la complessa rete di rapporti e di complicità e sudditanze globali di cui Washington dispone.

Penso che per compiere, se non addirittura per concepire, un’impresa di queste dimensioni, si debba essere dotati quantomeno di un’eccezionale capacità di comprensione del mondo, di un obiettivo chiaro e di un programma d’azione definito.

Julian Assange e la sua organizzazione avevano queste tre condizioni. Quindi, la storia di Assange non può essere raccontata come la storia di un avventuriero birichino né come quella di un enfant terrible dell’informatica. Invece, se si guardano i media occidentali, lo presentano proprio così, pur se c’è qualche importante eccezione[3]. Sono gli stessi media che ingrassarono grazie proprio ai materiali informativi che Wikileaks consegnò loro a titolo assolutamente gratuito.

Presentandolo come “l’hacker australiano”, intendono negarli la qualità di giornalista (che non dipende da un tesserino), di pensatore e di attivista. È un’opera di copertura per questa persecuzione planetaria.

La persecuzione contro Assange è iniziata lo stesso giorno, il 28 novembre 2010, in cui il giornalista australiano fece filtrare – attraverso il portale Wikileaks – 251.287 documenti del governo statunitensi contenenti informazioni e istruzioni dettagliate su “Crimini di Stato” e “Azioni illegali, d’intervento e spionaggio, svolte contro politici stranieri e dirigenti dell’ONU tramite le loro missioni diplomatiche”. A corredo, arrivarono successivamente altri documenti militari segreti relativi alle invasioni e successive guerre in Iraq e in Afghanistan, alle violazioni dei diritti umani della popolazione civile in diverse aree del mondo da parte delle truppe statunitensi, all’intromissione diretta di alti membri del governo statunitense, anzitutto di Hillary Clinton, negli affari interni della Libia, della Siria, dell’Iran, del Venezuela, del Messico e di molte altre nazioni, molte di queste “amiche” e “alleate”.

Solo perché attuali, ricordo che nei diversi documenti diffusi da Wikileaks sui piani preparati per rovesciare il governo del Venezuela, ritornano più volte le ipotesi di sabotaggio del servizio elettrico eseguito proprio in questo periodo.

Il 7 dicembre 2010 Assange è stato arrestato a Londra da Scotland Yard dopo che il governo svedese ne aveva chiesto l’estradizione per “reati sessuali”, in seguito alla presentazione di una denuncia da parte di due donne che l’accusavano di avere avuto rapporti sessuali con loro “senza adoperare il preservativo”.

Pochi giorni dopo, però, i tribunali svedesi ritirarono l’accusa dimostratasi del tutto inconsistente. Quindi, Assange è uscito dal carcere previo pagamento di una cauzione di 245.000 sterline, circa 285.000 euro.

Tuttavia, il rischio continuava ad essere alto poiché, se Assange fosse stato arrestato nuovamente con qualsiasi pretesto, avrebbe potuto essere estradato negli USA per essere processato da una Corte marziale per spionaggio, col concreto rischio di essere condannato alla pena capitale.

Quindi, il 19 giugno 2012 Assange si è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra previo accordo col governo ecuadoriano presieduto allora da Rafael Correa nel quale Moreno il traditore fungeva da vice. E com’era avvenuto tanti anni prima ad Haya de la Torre a Lima, non è mai più uscito dalla sede diplomatica malgrado nel frattempo il governo ecuadoriano gli avesse concesso la cittadinanza.

Traditore deriva dal latino tradĭtor, “chi consegna”, in particolare “chi consegna con tradimento”.

Spiega il conte Ugolino della Gherardesca a Dante mentre addenta in maniera bestiale il cranio del traditore, l’arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini:

“Ma se le mie parole esser dien seme Che frutti infamia al traditor ch’i’rodo”[4].

Ugolino intendeva imprimere sul traditore il “marchio d’infamia”, il bollo che veniva impresso a fuoco sul corpo dei condannati.

Io spero solo che gli ecuadoriani, e non solo loro, non siano colpiti da una colossale e collettiva perdita di memoria.

Credo che Neruda avrebbe aggiunto il cognome Moreno alla sua, forse, ultima poesia, “Las satrapías” (I satrapi), che manipolava un suo testo contenuto nel “Canto Generale” (1950) allora dedicato ai dittatori centroamericani:

“Nixon, Frei y Pinochet hasta hoy, hasta este amargo mes de septiembre del año 1973,
con Bordaberry, Garrastazú y Banzer, hienas voraces de nuestra historia, roedores de las banderas conquistadas con tanta sangre y tanto fuego, encharcados en sus haciendas, depredadores infernales, sátrapas mil veces vendidos y vendedores, azuzados por los lobos de Nueva York, máquinas hambrientas de dolores manchadas en el sacrificio de sus pueblos martirizados, prostituidos mercaderes del pan y del aire americano, cenagales, verdugos, piara de prostibularios caciques, sin otra ley que la tortura y el hambre azotada del pueblo[5].

La rabbia, come la stella della speranza, continua ad essere nostra. Bisogna curarla, senza astio ma senza oblio.

R. A. Rivas

13 aprile 2019


[1] Augusto Monterossa, “El dinosaurio”, racconto breve contenuto in “La Vaca”, Editorial Aguilar, Madrid 1996. Tr. it. “Il dinosauro”, in “Opere complete (e altri racconti)”, Omero, Roma 2013.

[2] Vedere “”Caso Haya de la Torre” sulla controversia nata dall’asilo politico concesso dalla Colombia al fondatore dell’APRA peruviano, Víctor Raúl Haya de la Torre https://es.wikipedia.org/wiki/Caso_Haya_de_la_Torre.

Il 3 ottobre 1948 scoppiò nel Perù una rivolta militare repressa lo stesso giorno. Il giorno dopo, è stato pubblicato un decreto in cui si accusava un partito politico, Alianza Popular Revolucionaria Americana (APRA), ed il suo capo, di avere preparato e diretto la ribellione. Il 4 gennaio 1949, l’Ambasciatore della Colombia informò il governo peruviano che il suo Paese aveva concesso asilo politico ad Haya de la Torre e sollecitò la concessione di un lasciapassare perché lo stesso abbandonasse il Paese. Dopo mesi di discussione il caso fu sottoposto alla Corte Internazionale di Giustizia. Malgrado questa avesse deciso a suo favore, il governo peruviano emise il lasciapassare soltanto il 6 aprile 1954. Vedere Armando Caicedo Garzón, “Clave 1949 Asilo de Haya de la Torre”, “El Tiempo”, Lima 17 febbraio 1992 https://www.eltiempo.com/archivo/documento/MAM-37243

[3] Marco Travaglio, “Assange chi?”, “Il fatto quotidiano”, Roma 13 aprile 2019 https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/04/13/assange-chi/5106909/

[4] Dante Alighieri, “La divina commedia”, Canto XXXIII.

[5] “Nixon, Frei e Pinochet fino ad oggi, fino a questo amaro mese di settembre dell’anno 1973, con Bordaberry, Garrastazú e Banzer, iene voraci della nostra storia, roditori degli spazi conquistati con tanta sangue e tanto fuoco, impantanati nei loro orticelli, predatori infernali, satrapi mille volte venduti e traditori aizzati dai lupi di New York, macchine affamate di sofferenze, macchiate dal sacrificio dei loro popoli martirizzati, mercanti prostituiti del pane e dell’aria americani, ciarlatani, boia, branco di cacicchi da lupanare, senz’altra legge che la tortura e la fame che frusta il popolo”. Il poema è datato “En algún lugar de Chile” (da qualche parte in Cile), 12 settembre 1973. Pablo Neruda è morto il 23 settembre 1973.