Il ritorno di Cuore di tenebra: dalla Poumina del Fiume Congo all’Anaconda del Rio delle Amazzoni [1]

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“Pappagallo brasiliano, il Brasile ormai è lontano
tu che libero sei nato, te lo sei dimenticato.
Parli forte e pensi piano, pappagallo brasiliano
te lo sei dimenticato parli forte e pensi piano
pappagallo brasiliano”
Vinicius de Moraes, Sergio Endrigo, “Il pappagallo”[2]

Poco dopo le 19 (ora locale), migliaia di persone congregate all’esterno
dell’appartamento di Bolsonaro a Barra de Tijuca, zona occidentale di Rio,
hanno incominciato a festeggiare. Più tardi, verso le 10,30 di sera,
a Niterói, città separata da Rio de Janeiro da un ponte di 13 chilometri,
è comparsa all’improvviso una fila di camion dell’esercito.
I militari, circondati da una folla festante che urlava “E’ tornata la dittatura!  Evviva!”, hanno festeggiato il loro presidente con le braccia rivolte al cielo.
Chi li ha convocati? Da chi hanno ricevuto l’ordine di abbandonare le caserme?

Eric Nepomucemo, “Victoria de Bolsonaro entre gritos de “¡Viva!” “¡Volvió la dictadura!”[3]

1) L’arca di Conrad era partita dall’Africa

“Solo quando i leoni si metteranno a scrivere la storia,
i cacciatori cesseranno di essere degli eroi.”
Proverbio africano

Nel 1884, i 14 Stati europei e gli Stati Uniti riuniti nella “Conferenza di Berlino”, regalarono ufficialmente a Leopoldo II del Belgio il territorio dello État indépendant du Congo (Libero Stato del Congo). Il suo regno europeo aveva 30.530 km2. La sua riserva privata di caccia africana, 2.345.000 km2.

La conferenza di spartizione dell’Africa sanciva la dislocazione dei saccheggiatori negli Stati africani. Infatti, il Leopo controllava il territorio congolese fin dal 1877.

Per riuscirci, nel 1876 aveva fondato l’”Association internationale africaine”, allo scopo di promuovere l’esplorazione e la colonizzazione dell’Africa. Quindi, l’associazione aveva ingaggiato e spedito nel Congo Henry M. Stanley, noto esploratore reso celebre dalla frase con cui aveva salutato David Livingstone sul lago Tanganica, nel 1871: “Doctor Livingstone, I presume” (“Il dottor Livingstone, suppongo”).

Certamente per puro caso, di solito ci si dimentica di aggiungere che, per gli europei, il ritrovamento di Livingstone, fatto certamente romantico, non è stato il maggiore merito di Stanley. Penso lo sia l’avere loro garantito i diritti su una vasta area lungo il corso del fiume Congo, attraverso la stipula di una serie di trattati con i capi delle popolazioni indigene, rinforzati dall’installazione di basi militari lungo la via commerciale segnata dal fiume Congo. Naturalmente, la Francia ne occupò subito un altro pezzo, come l’Inghilterra, la Germania, eccetera.

Ma torniamo al Leopo. Stante le dimensioni della sua riserva personale, si può presumere che organizzasse grandiose battute di caccia. Si sa invece con certezza che grazie a Stanley controllava militarmente, politicamente ed economicamente il territorio. Come il messicano Carlos Slim oggi, il Leopo era uno degli uomini più ricchi del mondo, ma visto che a lor signori non basta mai, nel 1885 decise di mandarci un suo governante deputato ad imporre una ferrea disciplina di lavoro tramite il terrore.

Questa situazione si prolungò fino al 1908. Quell’anno, una serie di ribellioni indigene costrinsero la stampa a raccontare qualcosa sul terrore imperante. La crudeltà estrema del cattolicissimo re lasciò esterrefatte la stampa e l’opinione pubblica. Naturalmente, l’orrore fu alimentato ad arte dai governi interessati ad arraffare parte del ricco bottino.

Quindi, nel 1908 il regale governo presieduto dall’esponente del Partito cattolico, Frans Schollaert, fu costretto proclamare l’annessione ufficiale del territorio al regno belga e la fine delle persecuzioni nei confronti dei nativi. Ci si può immaginare la contentezza dei nativi, promossi da giardino a colonia. La nuova entità politica assunse il nome di “Congo Belga”.

Prima di andarsene a casa, dove venne accolto con i grandi onori dovuti ai fedeli servitori, l’ultimo amministratore dello Stato Libero del Congo, Léon Auguste Théophile Rom, un collezionista di teste soprannominato “il Macellaio del Congo”, dovette disfarsi delle teste mozzate e impalate di schiavi giustiziati che conservava di fronte alla sua dimora.

Non ci sono comunque grandi notizie sull’entità del saccheggio poiché, poco prima di cedere ufficialmente la sua colonia al governo, il Leopo fece bruciare per otto giorni consecutivi i suoi archivi (agosto 1908). Giustificò la sua voglia di “étè chaude” (“estate calda”), dicendo: “Regalerò ai belgi il mio Congo, ma non avranno diritto a sapere ciò che vi ho fatto”[4].

Ovvero, oltre ad essere un grande cacciatore, Leopoldo II era anche un emerito stronzo e, come già accennato, un criminale seriale.

Basterà ricordare che nei soli 23 anni di esistenza del Libero Stato del Congo morirono circa 10 milioni di persone, direttamente per la repressione o, indirettamente, per le epidemie e la fame che seguivano la distruzione punitiva dei raccolti. I soppressi (oggi diremmo esuberi), furono circa la metà della popolazione totale (stimata in 20-25 milioni nel 1880).

Sul periodo dello Stato libero del Congo, ossia del “domaine privé” del re, l’africanista inglese Henry Richard Fox Bourne racconta:

“La gomma, contrariamente a quanto avveniva in Brasile, non si ricavava dall’incisione degli alberi, ma dal taglio dei rampicanti della Cryptostegia grandiflora. Dopo aver tagliato il rampicante, gli indigeni vi si rotolano sopra e, una volta seccato e indurito, il caucciù era tolto (in modo piuttosto doloroso) dalla loro pelle. Col passar del tempo divenne sempre più difficile trovare piante, ma nonostante ciò, aumentarono inesorabilmente sia le quote di produzione assegnate, sia le punizioni… Secondo Roger Casement, console britannico in Congo, «Leopoldo II è stato un Attila in vesti moderne. Sarebbe stato meglio per il mondo se non fosse mai nato». Il missionario John Harris di Baringa fu così scioccato da ciò che vide che si fece coraggio per scrivere all’agente di Leopoldo nello stato riportando: «Sono appena tornato da un viaggio nella parte interna del paese, diretto al villaggio di Insongo Mboyo. La miseria più abbietta e l’abbandono totale di quelle terre sono indescrivibili. Pertanto, mi sono rivolto a voi Eccellenza perché vi facciate promotore affinché tali atrocità abbiano fine e mi sono preso la libertà di promettere che in futuro punirete giustamente solo i criminali che abbiano commesso dei crimini». Un ufficiale minore mi descrisse un raid in cui un villaggio era stato punito per aver protestato: «L’ufficiale di comando di pelle bianca ci ordinò di tagliare le mani degli uomini e di appenderle sulle palizzate che circondavano il villaggio… e di impalare le donne e i bambini in forma di croce». Un missionario danese, dopo avere assistito per la prima volta all’omicidio di un congolese, scrisse: «Il soldato mi disse «Non se la prenda troppo a cuore, loro (i belgi) ci ammazzano se non portiamo loro la gomma. Il Commissario ci ha promesso che se avremo molte mani abbrevierà il nostro turno»”[5].

Sul periodo in cui il Congo ascende al rango di colonia belga, racconta il giornalista statunitense Adam Hochschild:

“Per ottenere il raggiungimento delle quote di caucciù fu costituita la Force Publique (FP), un’armata costituita per terrorizzare la popolazione. Gli ufficiali erano funzionari dello Stato e la truppa era composta da membri delle tribù dell’alto corso del Congo oppure da ragazzini rapiti, portati nelle missioni cattoliche dove era impartito loro un addestramento militare in condizioni simili a quelle della schiavitù. Attrezzati con armi moderne e con la chicotte – una frusta fatta di pelle di ippopotamo che serviva a sgarrare la carne – la FP soleva catturare e torturare ostaggi (soprattutto donne), bruciare i villaggi recalcitranti e soprattutto, amputare le mani che divennero una sorta di trofeo da mostrare agli ufficiali che, nel timore che i subordinati potessero sprecare munizioni per la caccia, chiedevano una mano umana per ogni proiettile sparato.”[6]

Ben presto, le mani diventarono trofei e portare più mani divenne sinonimo di miglioramenti retributivi. L’apprezzamento per le mani mozzate fu tale, che i soldati iniziarono ad amputare le mani a persone vive lasciandole poi a morire dissanguate. Questa pratica ha grandi similitudini con quanto è avvenuto in Colombia, a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, a proposito dei cosiddetti “falsi positivi”, pratica poi che tramite i mercenari colombiani, è stata esportata in Medio Oriente.[7]

Foto presa da “il genocidio del Congo”, op. cit.

Nel 1960 la colonia fu coinvolta in grandi agitazioni per ottenere l’indipendenza, che portarono alla costituzione di un governo eletto democraticamente e costrinsero re Baldovino a riconoscere l’indipendenza del nuovo Stato.

Ma, “nel gennaio del 1961 veniva assassinato Patrice Lumumba, il leader dell’Africa post-coloniale che credeva in un «Congo unito all’interno di un’Africa unita». Il suo discorso sulla «decolonizzazione del simbolico», mediato da Frantz Fanon, resta uno dei caposaldi del panafricanismo del secolo scorso. Queste posizioni sarebbero già state sufficienti a determinare le manovre che l’Occidente aveva predisposto per innescare la terribile guerra civile, che, puntualmente, dopo qualche mese dall’insediamento di Lumumba portò alla secessione del Katanga, la regione mineraria a sud del paese, e anche alla ribellione del Kiwu, al confine con Ruanda e Burundi. I ribelli katanghesi, sostenuti dai servizi segreti di USA e Belgio, dopo mesi di attacchi ferocissimi in tutto il Paese e nella capitale Kinshasa, sequestrarono Lumumba in fuga verso il sud e lo uccisero; si saprà solo qualche anno dopo che il suo cadavere venne prima smembrato e poi sciolto nell’acido”[8].

Quindi, belgi e statunitensi insediarono Mobutu Sese Seko, divenuto universalmente famoso per la corruzione, il nepotismo, la costante violazione dei diritti umani e perché, a livello contabile, è uno dei tre uomini al mondo che più denaro hanno rubato da uno Stato.

Definito successivamente l’”archetipo del dittatore africano”[9], Mobutu lasciò in eredità una guerra per bande ancora in corso la cui posta continuano ad essere le grandi risorse del Congo[10].

In “Cuore di tenebra”, racconta il marinaio Charles Marlow:

“Durante la risalita del fiume Congo alla ricerca del misterioso commerciante d’avorio Kurtz, ho scoperto che la «Società Internazionale per la Soppressione dei Costumi Selvaggi» gli aveva chiesto di mettere per iscritto i nobili ideali che lo avevano portato in Africa. L’elenco dei nobili ideali elencati da Kurtz concludeva: «Sterminate tutti questi selvaggi!». L’importante era capire a chi appartenesse lui [Kurtz], quante potenze della tenebra lo rivendicassero come loro proprietà. Quella era la riflessione che vi faceva accapponare la pelle. Era impossibile – e anche malsano – cercare di indovinarlo. Aveva occupato un posto molto elevato fra i demoni di quel paese, lo dico letteralmente. Voi non potete capire”[11].

Ottant’anni dopo, durante la guerra del Vietnam, Francis Ford Coppola immagina di ritrovare in Cambogia il colonnello Walter E. Kurtz, dichiaratamente ispirato al signor Kurtz di Conrad.

Il colonnello dirà al capitano Benjamin Willard, incaricato dalla sua eliminazione: “Non potete chiamarmi assassino. Potete uccidermi, questo sì, avete il diritto di farlo, ma non avete il diritto di giudicarmi”. Successivamente, Willard si assolverà pienamente del crimine affermando: “Accusare un uomo di omicidio quaggiù era come fare contravvenzioni per eccesso di velocità alla 500 Miglia di Indianapolis”[12].

Scena dell’approdo all’accampamento del colonnello Kurtz, del film “Apocalysse now”

2) L’Arca e il “Messia cuore di tenebra” approdano sull’altra sponda dell’Atlantico
(e la Poumina ritrova sua cugina Anaconda)

“I miei non sono gli impegni di un partito o la parola di un uomo. Sono un giuramento a Dio”.
Primo intervento da presidente eletto di Jair Bolsonaro, 29 ottobre 2018

“La vittoria di Jair Bolsonaro… è una regressione storica per la democrazia brasiliana, una gravissima ferita per le cause sociali e progressiste dell’America Latina e persino un pericolo per lo sviluppo degli equilibri mondiali multilaterali.
Si caratterizza per l’omofobia, la misoginia, il classismo, l’autoritarismo, il razzismo.
Le sue proposte neoliberiste sono le più stantie in giro e la sua rivendicazione della tortura e della pena di morte, trovano spiegazione nel contesto di
una situazione istituzionale in disgregazione conclamata da quando, nel 2016, i settori più corrotti ed oligarchici della classe politica, hanno compiuto un golpe di Stato parlamentare contro la presidentessa Dilma Rousseff adoperando reati inventati.
Ma la disgregazione è anche conseguenza del vuoto politico prodotto dalla usura del PT”

                                   Editoriale di “La Jornada”, Città del Messico 29 ottobre 2018

Il 28 ottobre 2018 la popolazione brasiliana ha eletto a larga maggioranza Jair Bolsonaro – che, nel 2016, si è fatto ribattezzare dal capo della chiesa pentecostale brasiliana sul fiume Giordano. Così, “Messia” è diventato il suo secondo nome.

Stante le posizioni espresse a pieno polmone dal “neo unto dal Signore” (tale si definisce, con la sfacciataggine di un Berlusconi qualsiasi), la popolazione brasiliana ha scelto liberamente di consegnarsi nelle mani di un fascista.

Comunque, Bolsonaro ha vinto, magari con fake news, certamente adoperando un rosario di bugie e godendo di appoggi inconfessabili… Comunque, ha vinto.

Non accadeva dall’elezione di Adolf Hitler, nel lontano 1933, che un fascista venisse eletto democraticamente.

Si ricorderà, tuttavia, che quel voto tedesco ebbe luogo una settimana dopo l’incendio del Reichstag, presumibilmente provocato da un comunista olandese, Marinus van der Lubbe, secondo molti storici manovrato dai nazisti. Il fatto è, però, che il rogo determinò un forte calo dei consensi verso il Partito Comunista Tedesco (KPD) e permise ad Hitler di ottenere dal Presidente von Hindenburg il “decreto dell’incendio del Reichstag”, che eliminò molte libertà civili e consentì l’arresto dei dirigenti del KPD poco prima delle elezioni. Anche il primo partito della sinistra tedesca, il Partito Socialdemocratico (SPD) fu colpito, e buona parte dei suoi dirigenti, accusati di connivenza con i comunisti incendiari, dovettero traslocare velocemente a Praga. Inoltre, per garantirsi la maggioranza, le organizzazioni naziste monitorarono lo scrutinio delle preferenze (50.000 tra SS, SA e Stahlhelm solo in Prussia). Da parte loro, tale e quale hanno fatto i socialdemocratici brasiliani nel 2018, nel 1933 i partiti della destra tradizionale si tirarono fuori, convinti che il fenomeno nazista fosse passeggero e che in un futuro prossimo l’avrebbero riassorbito.[13] Ma, nonostante tutto ciò, i nazisti non ottennero la maggioranza assoluta né dei voti né dei seggi attestandosi al 43,9%. La SPD arrivò al 18,3%, il KPD al 12,3%.

Bolsonaro ha fatto assai meglio, ottenendo nel primo turno oltre il 45% dei voti e nel secondo il 55,1%. La sua è stata, quindi, una prima mondiale.

Analizzare il perché di una scelta così dirompente richiederebbe un lungo lavoro. Per quanto mi riguarda, richiederebbe anche una maggiore distanza temporale perché, a pochi giorni dal voto, più che preoccupato sono terrorizzato, e ciò non è mai un buon viatico per l’analisi. Mi limito, quindi, a rimpolpare quelli che mi sembrano i capitoli principali della vicenda.

a) il fattore disincanto
b) il fattore crisi
c) il fattore religioso
d) il fattore comunicazione e incapacità di comprensione

 a) Il fattore disincanto

Parto da una frase di Walter Benjamin che mi sembra particolarmente aderente al caso: “L’ascesa del fascismo è sempre conseguenza di una rivoluzione frustrata”[14]. Il riferimento è, ovviamente, ai quasi 20 anni di governo del PT.

Mi sembra, infatti, che la principale spiegazione della vittoria di Bolsonaro stia negli errori strategici del PT. Il più importante è stato che, in quei quasi 20 anni di governo, mai il PT si è posto il problema di cercare opzioni strategiche alternative al neoliberismo.

Alla fine dei conti, il suo programma è stato un tentativo di gestire il neoliberismo vestendo il capitalismo selvaggio con tratti umani. Lo strumento principale è stato l’investimento in diversi programmi sociali che hanno fatto mangiare decentemente decine di milioni di brasiliani e tolto diversi milioni dalla povertà. A lungo è sembrato che la loro missione poteva realizzarsi e, quindi, che non c’era bisogno di toccare i pilastri del modello economico neoliberista, né in materia di politica fiscale o monetaria, né regolando l’attività del settore finanziario.

Finché l’economia brasiliana ha potuto godere degli alti corsi delle materie prime, l’aumento della spesa sociale ha potuto mantenersi. Ma con la crisi finanziaria globale e la fine del ciclo di alti prezzi delle commodities, l’economia brasiliana è entrata in recessione, le entrate fiscali sono crollate ed è diventato impossibile mantenere il trucco del sistema economico ad un buon livello tecnico. Al capitalismo neoliberista cominciarono a vedersi troppo le rughe, insomma.

Le avvisaglie della crisi PT – elettorato arrivarono molti anni prima del crollo: nel 2010, Dilma è stata eletta al primo turno con una larga maggioranza ma nel 2014 ha vinto con un margine ristretto e solo nel secondo turno.

Per affrontare questa situazione, la Rouseff non ha trovato di meglio che affidare il governo dell’economia alla destra politica e ai banchieri. Costoro, da bravi boy-scout “sempre pronti”, hanno indebolito le politiche assistenziali, rincarato il credito e paralizzato la riforma agraria (sostanzialmente ferma o quantomeno assai timida fin dal primo governo Lula). Non bastava. Nella paura che potesse cogliere al volo le opportunità nate dal Mondiale di calcio e dalle Olimpiadi, i neoliberisti suoi alleati l’hanno destituita senza motivazioni formali.

In seguito, hanno agito velocemente per consolidarsi. Il loro presidente, un tale Temer, non se lo filava nessuno ed era unanimemente considerato un fantoccio ma, appena quattro mesi dopo la destituzione di Dilma, il Parlamento approvava una pazzesca riforma costituzionale che imponeva una riduzione della spesa primaria equivalente al 5% del PIL ogni anno durante i successivi 10 anni. Questa misura, che i tecnocrati europei non hanno osato proporre neppure in Grecia (almeno finora, pur se non sono andati troppo lontani), era il certificato di morte della spesa sociale, ossia dei programmi alimentari, degli investimenti nella scuola, nella sanità e nelle politiche attive del lavoro.

Reazione? Zero, salvo qualche indignata dichiarazione.

Secondo me, la lezione era già allora chiarissima: il neoliberismo non è compassionevole e non perdona coloro che si dedicano a truccare le loro contraddizioni, neppure quando i truccatori s’impegnano formalmente a non toccare nemmeno con lo sguardo gli elementi fondanti del loro modello economico[15].

La sinistra dichiara da tutte le parti che non ha nemici ma solo competitor (in inglese suona meglio). Quelli più tonti hanno persino trasformato il pareggio di bilancio in articolo costituzionale.

La destra è meno buona: trasuda odio ideologico e intolleranza economica. Anche loro hanno dei tonti che si mettono la maglietta con la scritta “Autchwitzland”. Ma, purtroppo, trogloditi non è sinonimo di stupidi.

Lo scandalo “Java Lato”, la versione carioca, quindi grandiosa, di “Mani pulite”, ha provato la diffusa corruzione tra i dirigenti del PT e del governo. Non è stata un’invenzione. L’invenzione è stata che il PT fosse l’unico partito corrotto.

Accanto alla propaganda sulla necessità di depoliticizzare il Paese, con la parola d’ordine “garantire la sicurezza” si è messo freno al crescente movimento popolare autonomo sorto nelle città. Naturalmente, si tratta di una loro idea di sicurezza. Basterà ricordare che nel suo primo discorso da presidente eletto Bolsonaro ha parlato di depenalizzare lo stupro. Avrebbe aggiunto: “Perché alle donne piace”. E ha detto durante la campagna elettorale: “Cosa interessa di più ai lavoratori, meno diritti e più lavoro, o più diritti e disoccupazione?”.

Forse ai più poveri è sembrata una sorta di riproposta in chiave moderna del “non avete da perdere altro che le vostre catene”. Certamente ai “Signori mercato” è suonata armonica quanto la “Rapsodia per contralto, coro maschile e orchestra op. 53” di Johannes Brahms e battagliera quanto la “Sinfonia n. 5 in do minore, Opus 67” di Ludwig van Beethoven.

Non so cosa accadrebbe da queste parti. Ma alcuni anni fa, la Confindustria fece una serie d’inchieste tra i giovani dalle quali risultava che i candidati a lavorare per 500 euro al mese erano tanti, anche senza diritti. Peraltro, già accade a buona parte dei lavoratori precari. E non passa giorno in cui non si senta dire che le politiche di creazione di lavoro passano per rispettare gli interessi delle aziende (qualcuno ha organizzato queste idee in una legge e l’ha chiamata “Jobs Act”). Nel 2012, Emma Marcegaglia, allora presidentessa della Confindustria italiana, disse: “Noi vogliamo licenziare le persone che non fanno bene il proprio mestiere, gli assenteisti cronici, i fannulloni. Sarà molto difficile, non aspettatevi cose straordinarie perché sono appoggiati dai sindacati. Ma io non mollo”[16].

Il buon Battiato ce l’aveva cantato già nel 1981: “A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata. A Vivaldi l’uva passa, che mi dà più calorie”. E nel ritornello osservava, cantando col megafono a mo’ di dirigente sindacale: “Sul ponte sventola bandiera bianca” [17].

Nel caso brasiliano tutto ciò era propedeutico all’arrivo della portata principale, la testa di Lula, la sua definitiva messa fuori gioco. Così è partita un’altra parola d’ordine: “Via i corrotti. Passo al nuovo”.

In quel momento (2016-2017), tutte le inchieste indicavano che Lula avrebbe stravinto le elezioni. Quindi, è stata montata una farsa per spedirlo in galera senza alcuna prova.

La qualità dello spettacolino era talmente povera cha la sola TV a crederci è stata la RAI (ma devo relativizzare non conoscendo cosa abbiano detto le TV degli Emirati del Golfo).

L’accusa: corruzione. La prova: un trilocale della periferia di San Paolo.

La difesa di Lula ha sostenuto che l’appartamento non era né suo né dei suoi parenti, che nessuno di loro ci aveva mai vissuto, che non esisteva alcun documento che ne provasse la proprietà. Il giudice e pubblico ministero, Sergio Moro, ha concordato: “Non ci sono prove”. Poi l’ha condannato lo stesso a 12 anni di galera perché aveva “l’intima convinzione della sua colpevolezza”. Prevedibilmente, Lula morirà in galera dove, secondo Bolsonaro, potrebbe dedicarsi a giocare a domino con Fernando Haddad.

Luis Buñuel non avrebbe potuto fare di meglio per provare il surrealismo giudiziario. E Salvador Dalí ci avrebbe regalato uno dei suoi aforismi: “Io non dipingo mai un ritratto che assomiglia a un modello. Piuttosto è il modello che dovrebbe somigliare al ritratto”.

Fuori dal surrealismo, a mio modesto parere era l’ora di chiamare la popolazione alla disobbidienza civile. Penso, ad esempio, che non si dovesse partecipare alle elezioni perché truccate.

Nulla successe e solo qualche leader del MST (in genere molto critici verso i governi del PT), provò a mettere la testa fuori dal guscio. Da parte loro, più rispettosi che mai della provvidenza, i dirigenti del PT ed i loro principali alleati aspettarono fino ad agosto inoltrato che Lula potesse comunque candidarsi dalla galera. Nel deserto dei tartari decantato da quest’attesa irragionevole, la popolazione è stata disarmata politicamente e la popolazione ed i fascisti hanno ottenuto il pass di libera circolazione.

Mentre i democratici aspettavano Godot, i fascisti mettevano a puntino un progetto che, pur se cavernicolo, è sempre diverso dal vuoto. E come la natura, la politica non tollera il vuoto.

Perché tanti brasiliani non sono spaventati dal fascismo?

Al numero due di “Le quattordici caratteristiche del fascismo”, Umberto Eco scrive (i caratteri in nero sono del testo originale):

“Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo

Sia i fascisti che i nazisti adoravano la tecnologia, mentre i pensatori tradizionalisti di solito rifiutano la tecnologia come negazione dei valori spirituali tradizionali.

Tuttavia, sebbene il nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode della modernità era solo l’aspetto superficiale di una ideologia basata sul «sangue» e la «terra» (Blut und Boden). Il rifiuto del mondo moderno era camuffato come condanna del modo di vita capitalistico, ma riguardava principalmente il rigetto dello spirito del 1789 (o del 1776, ovviamente). L’illuminismo, l’età della Ragione vengono visti come l’inizio della depravazione moderna. In questo senso, l’Ur-Fascismo può venire definito come «irrazionalismo»”[18].

Suona bene. E ci porta a pensare che i brasiliani sono diversamente intontiti. Solo che io non credo che questa definizione significhi granché per un sertanejo, un guajiro, un aymara, un maya quiché, un coreano, un taiwanese o un beninese.

Penso che a noi suoni bene perché si richiama a ciò che definiamo cultura universale, quindi eurocentrica. E che, essendo una definizione bella, da quelle parti sia una definizione inutile.

Il mondo è sì un villaggio, ma le culture – o inculture – sono dure a morire, tanto che non bastano neppure l’esproprio forzato o l’esilio.

Meglio detto: non bastano a tutti. Perché, Pancho Villa dixit, “non ho mai conosciuto un generale capace di resistere ad una cannonata di un milione di dollari”[19].

b) il fattore crisi

La specifica crisi brasiliana coniuga la rarefazione delle risorse disponibili alla mancanza di progetto, la consegna del governo alla destra teoricamente sconfitta alla perdita dei maggiori alleati nella regione (Argentina), la grossolana aggressività imperialista (Obama non era un granché, Trump è assai peggio) alla perdita di prestigio interno per corruzione e pratiche politiche neoliberiste, il rinforzarsi della maggioranza parlamentare avversa alla perdita di velocità dei governi con cui ha tentato di legarsi (BRICS), la crisi del progetto di autonomia nazionale e regionale messo in piedi negli anni ruggenti del progressismo all’aumento fuori controllo della violenza quotidiana (65.000 morti ammazzate/i nel 2017)…

A contropelo di queste difficoltà, sono invece aumentate le richieste dei ceti medi nati e/o cresciuti sotto il governo assistenzialista. E la richiesta del companatico coincide con la mancanza del pane.

La politica dorme. Incapace di far funzionare una struttura che pure aveva dato mostra di grande vitalità, il PT si riduce ad una triade nota anche a queste latitudini: un campanello, qualche linea d’indirizzo general/generica e molti selfie.

c) il fattore religioso

Se esistono, sono comunque pochi i posti al mondo dove la riflessione teologica dei cristiani progressisti ha raggiunto punte così notevoli di diffusione e concretezza. Dalla Pastorale della terra alla Teologia della liberazione, un pensiero che si pensa e si vuole liberatore ha trovato fertile terreno di sviluppo nel Brasile. Ma ha trovato anche detrattori e rivali.

Non parlo di un pensiero materialista e ateo perché, pur se potrà non piacere a qualcuno, sembra che in Brasile i discorsi anticlericali della sinistra abbiano funzionato soltanto per gli intellettuali, tradizionalmente restii ad accettare la funzione simbolica delle religioni. Il guaio però, è che non hanno neppure voluto vedere le conseguenze materiali positive derivate dall’appartenenza a queste confessioni. Ma, poiché l’approfondimento in questa materia ci porterebbe fin troppo lontani, lo rimando a discorsi futuri.

Parlando invece del concreto, non c’è dubbio che il primo a colpire duramente la chiesa brasiliana è stato Papa Wojtyla, recente San Giovanni Paolo II.

In tutta la regione, dal Nicaragua al Cile, dal Perù a El Salvador e il Brasile, la sua cocciuta incomprensione verso i settori e processi più avanzati del cattolicesimo si è coniugato con la comprensione verso i loro nemici. A livello esemplare, si può dire che mentre con Pinochet poteva esibirsi, non troverà mai il tempo per ricevere a Oscar Arnulfo Romero.

Questa opera di demolizione (presumo santa), si è innestata benissimo con l’avanzata delle chiese pentecostali provenienti dall’America del Nord (USA e Canada).

Da laico, sarebbe facile cavarmela dicendo che non è un mio problema, ma il fatto è che la diffusione del pensiero pentecostale è equivalsa ad una potente iniezione di neoliberismo. È questo è un mio problema. E, come già Marx faceva notare nel lontano 1845, i fatti politici devono intendersi associati alle cose più naturali della vita [20].

Il debutto delle chiese evangeliche d’ispirazione neoliberista avviene in Perù, dove alla fine del secolo scorso portarono alla presidenza l’allora sconosciuto Alberto Fujimori. E anche perché la merda attira le mosche, si sono poi diffusi, del tutto incuranti dei risultati ottenuti dai loro uomini, in primis Fujimori, in tutto il continente.

Nel 2006, l’urbanista statunitense (e militante della sinistra marxista statunitense) Mike Davis, scriveva: “Il pentecostalismo è il maggior movimento auto-organizzato dei poveri urbani nel mondo… Molta gente di sinistra dà per scontato che si tratta di una forza reazionaria. Ma non è necessariamente così… Tra i poveri urbani dell’America Latina è una religione di donne che produce benefici materiali reali… Le donne che s’integrano in chiesa e riescono a tirarsi dietro i mariti, speso migliorano notevolmente i loro livelli di vita: gli uomini riducono la loro propensione a ubriacarsi, a frequentare prostitute o a spendersi tutto il denaro di cui dispongono nei giochi d’azzardo. Diminuisce anche la violenza domestica”[21].

Nel Brasile, da tempo la religione cattolica è in crisi, anche per merito di Wojtyla.

Nel 1980, l’89% della popolazione brasiliana si dichiarava cattolica; nel 2007 lo faceva il 64%. Nel 1980 Wojtyla riuscì a congregare 2 milioni di persone, nel 2007 Benedetto XVI arrivò solo a 800 mila mentre, più o meno in contemporanea, l’ultimo giorno dell’orgoglio gay riuniva 3 milioni di persone, lo show dei Rolling Stones a Rio de Janeiro 1,5 milioni, e le chiese evangeliche 1 milione nella loro “Marcia per Gesù”.

Il Brasile continua ad essere il paese con più cattolici al mondo, oltre 120 milioni, ma ora è anche quello con più pentecostali: 24 milioni (negli USA, dove sono nati, sono solo 5,8 milioni.

Nel Brasile, i pentecostali non sono solo una forza religiosa ma anche una forza sociale e politica. Tanto che pure il PT, alla cui creazione diede un apporto fondamentale la chiesa cattolica, è arrivato al governo con un vicepresidente pentecostale, José Alencar. Durante il secondo governo Lula (2006), la sua Chiesa Universale del Regno di Dio possedeva 3.500 templi, controllava 70 televisioni, oltre 50 radio, una banca e diversi giornali e la sua Rete Record disputava il primo posto dell’audience tra le TV generaliste alla mitica TV Globo, fatturando 1 miliardo di dollari annui. Dei 550 deputati, Alencar ne controllava 61, i cattolici 91…[22]

Osservava 10 anni fa un acuto osservatore dei movimenti sociali della regione:

“Nei quartieri poveri la vita è monotona. La domenica non c’è nulla da fare. Il quartiere è brutto, senza servizi né cinema, né teatro né campo di calcio. La sola possibilità di una esperienza gradevole passa per andare alla chiesa pentecostale, dove si potrà avere un’esperienza estetica impressionante, musica, ballo. I nuovi fedeli non sono alla ricerca della verità ma di vivere un’esperienza gradevole, di ritrovare o farsi nuovi amici, di sentirsi parte di una comunità … Le chiese hanno asili nido per lasciare i bambini mentre si partecipa al culto … Le persone più attive sono sempre le donne con figli piccoli. In genere sono donne sotto i 30 anni, con diversi figli, single o in sporadiche convivenze. Su di loro ricadde la sopravvivenza della famiglia… E le chiese funzionano come centri per l’impiego. Trovi sempre degli specialisti in microimprese e in microcredito, in grado di darti una mano a trovare o crearti un lavoro. Lo Stato non ha servizi simili o di pari qualità”[23].

Bolsonaro, come precedentemente avevano fatto Fujimori e qualche candidato presidenziale centroamericano (Costa Rica nell’aprile 2018, ad esempio), ha stretto un patto di ferro con le chiese evangeliche. E migliaia di chiese sono diventate cellule militanti della sua candidatura. Si provi a pensare cosa significa che, ogni domenica almeno, migliaia di gruppi organizzati escano dalle chiese cantando, ballando e distribuendo propaganda per un unico candidato, per il loro nuovo Messia. A me farebbe paura.

d) il fattore comunicazione

Anzitutto, penso che bisogna assumere che la politica, intesa nel modo più comune possibile, non si riduce ad atti puramente pacifici ma è, almeno in una certa misura, una guerra tra gruppi contrapposti, tra strategie, tra alleanze, tra comunicazioni. Lo scopo tattico di questa guerra è ottenere i voti dei cittadini, ma questi non assumono la loro decisione elettorale come se si trattasse di una decisione di consumo culturale o di un impegno verso qualcosa.

Detto altrimenti, il voto non dipende dal fatto che un candidato sia più o meno buono (oppure malvagio) verso i migranti, omofobo, urli troppo o sia un donnaiolo. L’elettore non ha il compito di dare il voto a nessun partito, di ringraziarlo per una decisione del passato e neppure deve rapportarsi al celebre impegno sociale reso popolare nell’immaginario della sinistra. Naturalmente, questo discorso non vale per i militanti, comunque una minoranza più meno qualificata.

Quando il messaggio non arriva a chi dovrebbe, si tende ad incolpare il media attraverso il quale questo messaggio dovrebbe viaggiare. Quindi, nel caso brasiliano si è incolpato della sconfitta dei democratici quei media che monopolizzano la propagazione del messaggio. Hanno silenziato la sinistra e dato spazio ai fascisti.

L’analisi è sensata e fondata, ma ha un grosso difetto: considerare il ricettore del messaggio  come elemento perfettamente determinato dal messaggio ricevuto.

In termini politici, ciò significa che il comportamento dell’elettore si spiega solo per il discorso che è riuscito ad arrivargli. Ergo, l’elettore è un elemento passivo – determinato linearmente – il cui comportamento dipende da cosa decidano di vendergli i media. E proprio perché non esiste in quanto entità pensante autonoma, tutto il peso dei comportamenti politici di massa è determinato dall’offerta (il messaggio).

In epoca assai diversa Lenin ne concluse che la risposta si trovava nella conformazione di un partito di professionisti capaci di concepire e diffondere una linea definita rivoluzionaria. E pur se il leninismo è cosa troppo seria per pretendere di cavarsela con così poco, mi sorprende sempre la riproposta innocente di idee già sperimentate, senza considerare né la loro origine né le loro conseguenze.

Se proviamo ad invertire il sistema di riferimento partendo dal ricevente, non più passivo ma rispondente a sé stesso, dovremmo considerarlo domandante di un messaggio politico. Come ogni domanda, anche questa cerca di soddisfare dei bisogni. Ergo, in quanto domandante attivo, il domandante deve scegliere come raggiungere i suoi obiettivi.

Ma questa continua ad essere una visione univoca. Bisogna invece unificare i due estremi creando un rapporto operativo nei due sensi. L’offerente troverà ricettività non solo perché il media garantisce la connessione, ma perché ciò che offre soddisfa la domanda del ricevente. Se c’è una pluralità di offerte, il domandante sceglierà il messaggio che gli appare più consono ai suoi bisogni.

Voglio dire che se un messaggio di estrema destra viene accolto, non è solo perché disponeva dei media, ma perché ha trovato un ricettore al quale ha detto ciò che questo voleva sentirsi dire. E cioè, che il media è servito solo per far incontrare e collegare le loro corrispondenze.

Ossia, che se i messaggi fascisti arrivano, è perché in questi messaggi la popolazione trova una risposta a ciò che le interessa.

Se così non fosse, basterebbe saturare di santini, twitter e altre diavolerie i malcapitati elettori. Ossia, basterebbe disporre del capitale per farlo o, conseguenza inversa, bisognerebbe concludere che perché mai disporremo del capitale e quindi dei mezzi, mai si potrà cambiare seriamente qualcosa, salvo attraverso l’ipotesi leninista, ammesso – al di là di qualunque altra osservazione di merito – che questa possa funzionare nel Terzo millennio.

Pensiamo, ad esempio, all’elezione di Trump. Ricorderete che, nei suoi ultimi comizi, la signora Clinton chiedeva insistentemente al pubblico: “Non state meglio ora di 8 anni fa, quando Barack Obama è stato eletto?” Lo scopo era ovvio: dovevano pensare che grazie alle politiche di Obama l’economia si era ripresa dalla crisi.

Tuttavia, per molti ascoltatori e persino per molti assistenti a questi comizi, la risposta alla domanda era negativa: perché la disoccupazione era ancora alta, perché molti avevano perso la casa, perché i debiti con la banca continuavano ad asfissiarli, perché i salari non crescevano, perché le pensioni si contraevano, perché il servizio sanitario continuava ad essere carissimo, perché le scuole e le infrastrutture peggioravano. Risposero il giorno delle elezioni. Molti decisero di non votare, altri scelsero Trump. E allora, diciamolo: è grazie alla complicità tra Partito Democratico e neoliberismo, che vinse Trump. Aveva capito il risentimento della popolazione.

Torniamo a noi. Penso che la domanda da farsi sia: Quali bisogni aveva il brasiliano che ha votato per Bolsonaro? Perché trovava i suoi interessi incorporati nel discorso fascistoide?

Nell’immaginario dominante, ossia nell’immaginario capitalista, ogni bisogno soddisfatto equivale al passaggio ad un nuovo bisogno. Quindi, quei milioni di brasiliani usciti dalla povertà grazie alle politiche del PT non sono rimasti ancorati alla soddisfazione dettata dall’esserne usciti. Poiché questa è stata contemporaneamente un’uscita e un’ascesa, hanno acquisito la mentalità corrispondente ai ceti medi, la massa di aspirazioni/identificazione che questa ha, indipendentemente della loro obiettiva appartenenza ad una precisa scala salariale. E penso che nel Brasile c’era, come c’è dovunque, una grande base elettorale in attesa di un messaggio che risponda a questo bisogno.

Proviamo ad atterrare un po’: molti brasiliani protestavano per l’intromissione di capitali esteri nel Paese, per gli alti indici di violenza, per l’inserimento del Brasile nelle dinamiche del capitale finanziario, per gli effetti associati alla globalizzazione neoliberista in una o altra forma.

Visto da qua, sappiamo che tutte queste conseguenze derivavano sì dalle politiche del PT ma, anche, che con Bolsonaro si sarebbero accentuate.

Visto dal Brasile invece – ed ecco l’inadeguatezza pratica del pensiero eurocentrico – un discorso di mano dura, nazionalista, rispondeva meglio a quel potenziale ceto medio e alla classe media reale. Non solo: indicava problemi che preoccupano anche coloro che vivono in povertà, che lo accettano in quanto lo reputano alternativo alla globalizzazione reale (vi sembra molto diverso affermare “faremo la flax tax, ovvero abbasseremo le tasse ai ricchi, per combattere l’austerità e le politiche di Bruxelles”).

Ovvero, Bolsonaro ha saputo dire ciò che molti volevano ascoltare come risposta ai loro bisogni, bisogni ai quali la tradizionale argomentazione dei democratici (nonché le tradizionali forme di oratoria, e anche di questo ne abbiamo esempi casalinghi) non ha saputo dare una risposta accettabile. Non pensando di dover accattivarmi qualcuno limitandomi a riproporre le accuse ai fascisti, affermo che nel Brasile abbiamo perso perché il messaggio politico della destra è arrivato, quello dei democratici non è arrivato. Aggiungo che limitarsi ad incolpare i media porta al disarmo intellettuale e morale (tanto, non si può fare altro) o a opportunistiche deviazioni di percorso tipificate da espressioni come “abbiamo una banca”.

Intendo dire che limitandosi ad incolpare i media si dribbla l’incapacità dei democratici a capire la realtà, ad assumere le aspirazioni a breve scadenza che determinano la decisione elettorale di molte persone. Come ho già scritto su questo blog, non si tratta di seguirle sempre e comunque. Si tratta di capirle, e penso che questo sia obbligatorio.

Penso inoltre, che bisogna stare attenti a non cadere nel cretinismo parlamentare ma, anche, che dopo tutto il successo politico dipende pure dalla capacità di concordare con la popolazione, quando le sue desiderata sono accettabili, ovviamente.

Per essere grossolanamente chiaro: penso che molte volte è meglio perdere, ma che questo non può diventare né un’abitudine né un alibi. E che se non si capiscono le legittime aspirazioni della gente siamo condannati a perdere, perché ci sarà sempre un Berlusconi, un Salvini o un Bolsonaro qualunque. Le gioiose macchine da guerra di occhettiana memoria sono utili a questo scopo quanto gli sforzi di Tantalo che, nonostante fosse circondato da cibo e acqua (l’albero come metafora della gioiosa macchina da guerra), non poteva né nutrirsi né dissetarsi.

I grandi interessi, che dominano i grandi media, non saranno mai dalla nostra parte. Non serve piangersi addosso. Il difetto sta nel manico, nella nostra incapacità di capire.

Conclusione

Come detto in premessa, sono terrorizzato.

Bolsonaro è, anzitutto, un problema per i brasiliani. Lo è per tutti quelli che non sono ricchi, e cioè per il 90% della popolazione.

Ma non lo è per tutti allo stesso modo. Le prime e principali vittime saranno quelle di sempre: le donne, i diversi (in qualsiasi forma, dalla diversità sessuale a quella politica e culturale), gli afroamericani, i popoli indigeni.

Bolsonaro è anche un problema per tutti.

Per i latinoamericani perché saranno approfondite le scelte estrattiviste, di terra, di minerali, di natura, di popolazioni perché e sarà liquidata ogni ipotesi di autonomia politica regionale.

Inoltre, forse si assisterà molto presto all’invasione del Venezuela, ormai accerchiato dall’esterno e dall’interno. Tolti i ricchi, nemmeno tutti gli oppositori di Maduro ne godranno.

Per il resto del pianeta, le conseguenze, nefaste, avranno a che fare con l’incontrastato dominio di un pensiero unico rinforzato e con il peggioramento dei dati ambientali legato al presumibile abbandono di ogni politica di difesa del principale polmone del mondo, l’Amazzonia. 

Infine, poiché vivo in Italia e mi sento quasi italiano (quasi poiché il latte materno e la terra dei primi passi a gattoni non sono mai un’opinione), aggiungo che mi sembra venga facilitata, almeno a breve scadenza, la crescita del fenomeno Salvini con tutto ciò che significa.

Tuttavia, mi sento anche di dire che, pur se terrorizzato, ricordo che l’America Latina è stata sia il laboratorio del neoliberismo, sia la sola regione del mondo dove si è provato a disegnare alternative. Non credo che ciò scomparirà.

Infine, penso che finché non traslocheremo di pianeta, ci toccherà di vivere e di conviverci su questo. E, aggiungo, su questo pianeta la vita si è già dimostrata più forte della morte, e cioè del fascismo.

R.A. Rivas

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[1] Poumina è il nome dato nel Katanga ai pitoni di grandi dimensioni che possono raggiungere fino a 14 metri di lunghezza https://www.criptozoo.com/approfondimenti/2008/03/28/il-grande-pitone-del-congo

Da Wikipedia apprendo che l’anaconda verde (Eunectes murinus), che vive nell’Amazzonia, può raggiungere 200 chili di peso e gli 11 metri di lunghezza, risultando così il più grande tra i serpenti viventi e il più lungo dopo il Pitone reticolato (Malayopython reticulatus).

[2]  Dell’albo “L’arca”, 1972.

[3] Eric Nepomucemo, “Victoria de Bolsonaro entre gritos de “¡Viva!” “¡Volvió la dictadura!” “La Jornada”, Città del Messico 29 ottobre 2018.

[4] “Il genocidio del Congo”, pensolibero.it, 10 novembre 2016.

[5] Henry Richard Fox Bourne, “Civilisation in Congoland: A Story of International Wrong-doing”, P. S. King & Son, Londra 1903.

[6] Adam Hochschild, “King Leopold’s Ghost: A Story of Greed, Terror and Heroism in Colonial Africa (1998/2006)”, Pan MacMillan, Londra 1998.

[7] Renán Vega Cantor, “Colombia: el macabro reino de la simulaciòn”, 2 volumi, Ediciones B, Bogota 2018 e “De Colombia para Arabia Saudita y el mundo: La mundialización de la motosierra como instrumento de muerte”, www.rebelion.org/noticia.php?id=248328

[8] “La morte di Patrice Lumumba”, Il Manifesto”, Roma 27 gennaio 2016. Per approfondimenti Ludo De Witte, “The Assassination of Lumumba”, Verso, Londra–New York 2002. Esistono anche sia un documentario realizzato da Michel Noll, “Une mort de style colonial, l’assassinat de Patrice Lumumba”, Solférino images/Quartier latin, 2001, sia i Rapporti della commissione parlamentare belga che ha indagato sul suo assassinio in seguito alla diffusione del documentario.

[9]Top 15 Toppled Dictators”, “Time magazine”, Londra 20 ottobre 2011.

[10] “Le mani sul Congo”, numero monografico del mensile “Missioni Consolata”, Torino ottobre/novembre 2004.

[11] Joseph Conrad, “Heart of Darkness”. Pubblicato in tre episodi dal “Blackwood’s Magazine” nel 1899, è uscito in volume nel 1902. Trad. italiana “Cuore di tenebra”, Einaudi, Torino 1974.

[12] Il colonnello Walter E. Kurtz è un personaggio immaginario del film di Francis Ford Coppola “Apocalypse Now” (1979), dichiaratamente ispirato al Signor Kurtz di Joseph Conrad

[13] Forse anche Fernando Henrique Cardoso, leader del PMDB ed ex presidente del Brasile, e José Serra, ex governatore di San Paolo e candidato trombato da Lula, lo pensano. Ne soffro personalmente. Cardoso, allora uno dei massimi esponenti della “Teoria della dipendenza”, è stato un mio apprezzato insegnante, Serra un mio caro compagno di ambasciata (inteso come rifugiato, ovvio). Aggiungo: quando la DC cilena appoggiò il golpe di Pinochet, il suo principale dirigente (nonché ex presidente della repubblica), Eduardo Frei, pensava che dopo qualche mese sarebbe stato chiamato a guidare il governo. Per la cronaca, è morto avvelenato dai chimici della dittatura.

[14] Walter Benjamin, “Opere complete”, vol. VII, “Scritti 1938-1940”, Einaudi, Torino 2008.

[15] Mi limito ad un esempio: per anni, Lula utilizzò il suo prestigio e quello del suo governo per facilitare gli affari delle multinazionali brasiliane. Nei primi 2 anni dopo avere lasciato la presidenza (gennaio 2011) finanziarono la metà dei viaggi realizzati da Lula in America Latina e in Africa, dove queste aziende concentrano i loro interessi. In quei 2 anni, Lula visitò 20 Stati africani e 10 latinoamericani. (“Folha de São Paulo”, 22 marzo 2013).

[16]  “Marcegaglia: vogliamo poter licenziare i fannulloni”, quotidiano.net, Firenze 21 febbraio 2012

[17] Franco Battiato, “Bandiera bianca”, dell’albo “Povera patria”, 1981.

[18] Umberto Eco, “L’Ur-Fascismo (Il Fascismo Eterno)”, in “Cinque scritti morali”, Bompiani, Milano 1997.

[19] Paco Taibo Segundo, “Un rivoluzionario chiamato Pancho. Una biografia narrativa”, Marco Tropea, Milano 2007.

[20] Karl Marx, “Tesi su Feuerbach”. Questo testo, scritto nel marzo del 1845, rimase inedito fino al 1886, quando Friedrich Engels lo fece pubblicare nella “Neue Zeit” (Il nuovo tempo), la rivista politica di orientamento socialista e marxista pubblicata in Germania dal 1883 al 1923. Successivamente, lo stesso Engels lo riprodusse in appendice al suo “Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca” (1888). In italiano è stato pubblicato in appendice al libro di Engels, Editori Riuniti, Roma 1950.

[21] Mike Davis, “Planet of slums”, Verso, Londra-New York 2006. Trad. it. “Il pianeta degli slum”, Feltrinelli, Milano 2006.

[22] Luis Esnal, “Brasil: la hora de los pentecostales”, “La Nación, Buenos Aires 20 agosto 2006.

[23] Raúl Zibechi, “Pentecostalismo y movimientos sociales”, Programa de las Américas, Città del Messico settembre 2008.

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