Il maiale Napoleone e i polli di Renzo (I)

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Introduzione

                                               “Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano
 d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i
                                                           pensieri che gli passavan a tumulto per la mente.
Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione,
ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi,
dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate;
le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra,
come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”, 1840[1]

AVVISO N. 1

“Achtung! Banditi! Avviso allo 0,1% della popolazione mondiale (7,5 milioni di persone):

Per impedire che gli altri 7,5 miliardi di terricoli si accorgano dell’assalto a mano armata che stiamo perpetrando contro di loro, abbiamo messo in piedi uno spettacolino. I nostri scienziati lo chiamano distrazione. Si modifica a seconda delle latitudini ma la sostanza non cambia. Non avete motivi da avere paura ma fate finta di crederci. Consigliamo di essere contagiosi. Iniettare paura è un ottimo viatico per comandare: Se qualcuno teme di essere sgozzato e poi scopre che si limitano a rubargli la casa, la terra, il lavoro o i suoi risparmi, si sentirà sollevato. Gli è andata bene, è ancora vivo e mentre c’è vita c’è speranza!

Per ora, nel Nord ci limitiamo alla guerra ideologica. Nel Sud abbiamo già dato inizio ai primi vagiti dell’Ordine nuovo”.

AVVISO N. 2

“Cari compagni: dopo aver cacciato il signor Jones dalla nostra fattoria, durante un breve periodo siamo riusciti a far prevalere la democrazia animale o, quantomeno, forme di convivenza animaliste fondate sul principio «da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni». Poi però, si è scatenata la dittatura dei maiali capeggiati da Napoleone, il suino più feroce, e ci siamo dovuti limitare ad osservare esterrefatti i nostri ex sodali usare la frusta esattamente come faceva l’antico padrone. Hanno pure provveduto a sostituire il nostro leggendario motto «Tutti gli animali sono uguali», col ridicolo slogan «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri»”.[2]

Per la storia ufficiale, capitalismo e democrazia sono un binomio inseparabile. Questo accoppiamento ha tanto senso quanto ne avrebbe attribuire l’invenzione della pioggia a Vespasiano[3].

Eppure, ha avuto successo, anche perché, nonostante la democrazia sia una conquista popolare, la sinistra ha tranquillamente accettato questa identificazione. Anzi, spesso ha confuso – e continua a confondere – la democrazia col capitalismo. In questo senso è una sinistra certa del fatto suo quanto il sottotenente Alberto Innocenzi dopo l’8 settembre 1943: “Scusi signor colonnello. È accaduta una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani”[4]. Forse anche se non soprattutto per questo, invece di sforzarsi per far fronte comune contro i nemici comuni, i suoi addetti si dedicano con l’entusiasmo dei polli di Renzo a beccarsi tra di loro.

Sotto il capitalismo, la democrazia formale ha avuto bisogno di secoli per affermarsi.

Fino ai primi decenni del XX secolo, i regimi liberali non possono essere definiti democratici neppure nel senso molto limitato che oggi si dà al termine: votavano solo gli uomini, quasi dovunque votavano solo i proprietari di beni immobili, il pluralismo politico era estremamente limitato e le tendenze alternative erano normalmente fuori legge.

La situazione inizia a modificarsi solo a partire dal secondo decennio del XX secolo, in quel convulso periodo compreso tra la Rivoluzione russa e gli anni successivi alla crisi del ’29, quando la minaccia congiunta della rivoluzione e della crisi ha reso indispensabile creare un ampio consenso attorno al capitalismo, che includesse il proletariato ed i suoi rappresentanti. Con i governi di Roosevelt negli USA e del Fronte Popolare in Francia, ma anche al margine della democrazia liberale – ossia col fascismo ed il nazismo – si stabiliva un accordo sociale basato sullo scambio tra la disciplina sociale e lavorativa da una parte, e la protezione ed i diritti sociali dall’altra, che in gradi diversi si è consolidato in Europa e negli USA nel secondo dopoguerra, permettendo la messa in piedi di regimi capitalisti democratici con un importante contenuto “sociale” e influenza delle sinistre.

Solo a quel punto il capitalismo ha ammesso un margine di rivendicazione dei diritti sociali e un certo gioco politico pluralista e democratico, pur contenuto nei limiti fissati dal sistema della rappresentanza, della “democrazia dei partiti” e dalla preservazione delle condizioni necessarie al funzionamento del capitalismo stesso.

Basta fare i conti, quindi, per concludere che l’idillio capitalismo-democrazia è durato meno di 40 anni.

È vero che nei Paesi centrali le prime “giunte civili” in sostituzione dei governi eletti (in Italia il governo Monti), sono state varate solo a partire dal 2011. Tuttavia, il rapporto tra capitalismo e democrazia è in crisi fin dagli Anni ’70, quando le conquiste popolari nei Paesi centrali e l’indipendenza dei Paesi del Terzo Mondo – con il conseguente aumento sia dei salari che delle materie prime – hanno ridotto drasticamente il tasso di profitto.

La destra, che ha interessi chiari ed è naturalmente portata a difenderli, l’ha sempre saputo. Infatti, già nella sua prima pubblicazione, “Rapporto sulla democrazia” (1973), la neonata Commissione Trilaterale[5] annotava:

“Un governo democratico non opera necessariamente in conformità a modalità che regolino o mantengano automaticamente l’equilibrio. È possibile, invece, che funzioni in modo tale da dare vita a forze e tendenze le quali, se non controllate da qualche intervento esterno, finiscono col condurre all’indebolimento della democrazia”[6].

Quindi, per la Trilaterale la crisi della democrazia era diretta conseguenza dell’ampiezza con cui emergevano contemporaneamente minacce contestuali e minacce dipendenti dalle tendenze sociali. Enunciando questo “mistero non gioioso” per la popolazione appiedata, la versione globale della “Banda della Magliana”[7] identificava due pericoli sostanziali:

  • la crescita della partecipazione politica, che aumentando le richieste nei confronti dei governi, incideva negativamente sui profitti;
  • l’eccesso di partecipazione, che rendendo troppo pressanti le rivendicazioni provenienti “dal basso”, avvicinava i cittadini a quelle decisioni strategiche da cui andavano invece tenuti a debita distanza per garantire lo statu quo.

Mario Monti, a lungo presidente europeo della Trilaterale, estendeva il mal di pancia alla democrazia parlamentare tout court, dichiarando in un’intervista a “Der Spiegel” del 5 agosto 2012:

“Se i governi si facessero vincolare del tutto dalle decisioni dei loro parlamenti, senza mantenere un proprio spazio di manovra, allora una disintegrazione dell’Europa sarebbe più probabile di un’integrazione… Ogni governo ha anche il dovere di educare il parlamento… Se mi fossi attenuto meccanicamente alle direttive del mio parlamento, non avrei mai potuto approvare le decisioni dell’ultimo vertice di Bruxelles”[8].

La Trilaterale pensava “calo dei profitti” ma diceva “crisi della democrazia e della governabilità”. Anche queste tesi si sono imposte velocemente. Non è stato per la loro sapienza, raffinata tecnica o superiorità intellettuale, bensì per il controllo dei media e la costante insipienza del nemico. Cinquant’anni dopo, cocciuta oltre ogni limite, la sinistra non ha ancora capito che le è stata dichiarata guerra, e non le bastano neppure le dichiarazioni esplicite dei capifila degli avversari. Ad esempio, Warren Buffett, terzo uomo più ricco del mondo, dichiarava nell’ormai lontano 2006: “D’accordo: c’è lotta di classe. Ma a far la guerra è la mia classe, quella dei ricchi. E la stiamo vincendo”[9].

La conclusione mi sembra obbligata: “La differenza tra la parola dell’artigiano e un comandamento divino sta nel fatto che per quest’ultimo c’è stato bisogno di metterlo per iscritto, e malgrado ciò con gli incresciosi risultati che si conoscono”[10].

Mancando assolutamente di vergogna, “quel sentimento che tante volte, ma mai abbastanza, è il nostro più efficace angelo custode”[11], la Trilaterale aveva proposto come soluzione la lotta di classe dall’alto, meglio nota come neoliberismo. La dichiarazione di guerra aveva come corredo le “Nuove tavole della legge” dai nomi vaghi e fantasiosi.

Il neoliberismo assumeva immediatamente le forme di una religione ed i suoi iniziati quella dei crociati (“iniettate la paura”).

Forme religiose perché, come aveva anticipato Elias Canetti nel 1960, “chi assisteva ad una predica credeva in buona fede d’essere interessato alla predica […] Tutte le cerimonie e tutte le regole di tali istituzioni tendono in fondo a catturare la massa: meglio una chiesa sicura, piena di fedeli, che l’intero mondo infido”[12].

Negli Anni ’80 l’allora direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e futuro consigliere di Giovanni Paolo II (“per combattere la povertà”!), Michel Camdessus, rivolgendosi ad una classe di laureati che stavano per diventare impiegati del FMI, rendeva esplicito il nuovo credo:

“Voi siete i preti del capitalismo. Bisogna che persuadiate tutti i Paesi che, se fanno quello che diciamo loro, tutto andrà bene. Dovete credere che la nostra organizzazione ha una flessibilità incredibile che le permette di adattarsi a sfide nuove grazie ai suoi statuti fondatori […] Abbiate sempre con voi questi statuti del FMI. Rileggeteli spesso. La rivelazione di Dio è contenuta in queste sei ragioni del Fondo così come sono scritte qui. La nostra responsabilità è fare un mondo migliore”[13].

Buttandola in caciara, nel 2007 Silvio Berlusconi ammoniva i suoi addetti: “Avrei voluto portare con me uno spadone e metterlo sulla spalla destra di ciascuno di voi (destra ho detto perché su quella di sinistra non ci riuscirei), e nominarvi tutti missionari di libertà”[14].

Poco tempo prima, il nuovo decalogo aveva preso il nome di “Consenso di Washington”.

Ripudiato in buona parte dell’America Latina negli Anni ’90, è rinato di recente a sud del Rio Grande dal braccio di un nuovo Messia: Jair Bolsonaro[15]. In Europa, sempre gelosa custode della sua autonomia formale, la stessa roba si chiama “Consenso di Bruxelles”.

È sempre la base del processo di globalizzazione ai due lati dell’Atlantico e del Pacifico.

In epoca di sovranismi reazionari devo precisare cosa intendo per globalizzazione: è, semplicemente, un processo di dominazione e di accumulazione via esproprio del mondo.

La dominazione su Stati e mercati, società e popoli, è complessiva, ossia esercitata in termini politico-militari, finanziario-tecnologici e socioculturali.

L’esproprio delle risorse naturali, delle ricchezze e dell’eccedente prodotto, impiega modalità che combinano lo sviluppo tecnologico e scientifico più avanzato a forme molto antiche di depredazione, distribuzione e parassitismo che compaiono come fenomeni di privatizzazione, denazionalizzazione, deregolamentazione, trasferimenti, sussidi, esenzioni e concessioni e si traducono in privazioni, marginalità, esclusioni e depauperazioni.

L’insieme facilita processi macrosociali di sfruttamento di lavoratori e artigiani, uomini e donne, bambine e bambini.

Il cosiddetto sovranismo non vincola la globalizzazione a questi processi di dominazione e di accumulazione per espropriazione. Per qualche sprovveduto potrebbe anche essere frutto d’ingenuità, di letture sbagliate o di non saper leggere.

Per la destra europea è semplicemente una lettura di classe. Ciò che questa intende disputare è il possesso del bastone del comando, non la continuità del processo di globalizzazione. Tutto il resto è letteratura di basso livello o “tutto il resto è noia”, come cantava Franco Califano nel 1977.

Per i polli di allevamento il Consenso di Washington disegnò “le riforme economiche necessarie per far uscire la regione dalla crisi degli Anni ‘80”, “il decennio perduto” quando, sotto i governi dittatoriali propiziati e sostenuti dalle democrazie occidentali, l’America Latina registrò una riduzione media del Prodotto Interno Lordo (PIL) del 9,7% rispetto al 1970.

Chiarisco: uso questo indicatore esclusivamente per ragioni di sintesi. Le aspettative di vita, l’accesso all’acqua potabile, la sicurezza della propria esistenza, la qualità della salute, il rispetto delle differenze, il rapporto uomo/donna ed i meccanismi di solidarietà collettiva costituiscono nel loro insieme criteri di confronto molto più importanti del PIL pro capite.

Con maggiore dolcezza – ma la dolcezza non è mai indifferente – in Europa le destre di governo hanno inseguito con successo gli stessi obiettivi: abbassare i costi salariali, ridurre i livelli di consumo dei salariati – ovviamente degradando il loro livello di vita – approfondire le disuguaglianze derivate dalla distribuzione del “valore aggiunto”. Queste politiche, che pure in Europa ebbero inizio nei decenni 1980-1990, sono state approfondite con la crisi che la globalizzazione stessa ha scatenato nel 2007-2008.

Queste politiche note col nome disneyano “austerity” riportano in mente film d’animazione (“Fantasia”, “Topolino”, “Bianca e Bernie”, “Bambi”, “Cenerentola”…), accomunati dal “Happy end”. Curiosamente, mai si associano al disastro provocato dal Topolino apprendista stregone di un segmento di “Fantasia”. Si ricorderà che, approfittando della temporanea assenza del suo maestro, Topolino compie un incantesimo per non dover svolgere il lavoro che gli è stato ordinato ma la situazione gli sfugge di mano e lo travolge, e data la sua inesperienza, non riesce più ad annullare il sortilegio che ha messo in atto. Per fortuna arriva comunque il lieto fine: lo stregone ritorna e riporta la situazione alla normalità. L’incauto apprendista se la cava con un colpo di scopa propinatogli dal maestro[16].

Peccato che la disastrosa dinamica economica generale, nonché la crisi del debito pubblico, che grazie alla non disneyana “austerità” imposta dall’insipienza e ciarlataneria di una caterva di “presunti stregoni” oggi accomuna molti Paesi, non possa risolversi con un colpo di scopa.

Essendo la memoria labile, non è ozioso ricordare i “Dieci comandamenti del Consenso di Washington”[17]:

  • riduzione della spesa pubblica e rigida disciplina fiscale per mantenere sotto controllo il deficit di bilancio e liberare capitali da destinare al servizio del debito estero;
  • riforma tributaria regressiva, facendo pagare di meno i ricchi e di più i poveri, per facilitare la capitalizzazione delle aziende;
  • liberalizzazione del tasso d’interesse, per aumentare i profitti bancari e propiziare la modernizzazione del settore;
  • liberalizzazione del commercio estero e degli investimenti esteri diretti, per attirare capitali;
  • eliminazione sia del controllo sui prezzi che dei sussidi statali, per ristabilire la verità del mercato;
  • privatizzazione dei beni e servizi pubblici, per migliorarne la gestione e per pagare il servizio del debito estero con i proventi derivati;
  • deregolamentazione dei flussi di merce e di capitali in entrata e/o uscita dai Paesi, per ristabilire la verità del mercato;
  • garanzie sui diritti di proprietà e parità di trattamento tra capitali nazionali ed esteri, per aprire i Paesi agli investimenti internazionali;
  • concentrazione della produzione economica sui beni destinati alle esportazioni, per accumulare valute destinate al servizio del debito estero;
  • assoggettamento delle politiche economiche nazionali ai “consigli” degli organismi economici internazionali.

Gli organismi preposti ai consigli erano/sono il FMI, la Banca Mondiale (BM), l’Accordo Generale sul Commercio e le Tariffe (GATT), trasformato successivamente nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Ai “quattro dell’Ave Maria” si aggiunge il “castigamatti” o Alleanza Atlantica (NATO), incaricata di eseguire le punizioni divine comunicate tramite i 4 oracoli economici. E, forse perché ad abbondare non si fa danno, il genio europeo ha ulteriormente rinforzato le funzioni dei consiglieri e dei castigamatti con alcune creature create ex professo, come Frontex, o per dare lavoro agli amici, come il Consiglio europeo. Ognuna di queste, dovendo giustificare la propria esistenza, aggiunge nuove ingiustizie come ben sanno i malcapitati greci e gli immigrati, i nuovi untori.

Il presupposto teorico era semplice: cotanta saggezza accumulata unita il disinteressato altruismo dei suoi propulsori, avrebbe garantito l’apertura delle economie nazionali verso la prosperità. I “sacrifici umani” (necessari), sarebbero stati di breve durata e poi tutti sarebbero vissuti felici e contenti.

Il presupposto pratico, altrettanto semplice, è stato ben sintetizzato da Gordon Gekko: “L’avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha improntato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. E l’avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l’altra disfunzionante società che ha nome America”[18].

 

Basta osservare con un minimo d’attenzione per constatare che la teoria era di basso livello ed i nomi adoperati soltanto bollicine.

Basta guardare i risultati per verificare che lo scopo era invece terribilmente ambizioso e concreto: provocare un gigantesco travaso di rendite, ricchezza e potere verso l’oligarchia internazionale.

Basta seguirne l’andamento per verificare che, per farlo, ha scatenato tendenze perverse che superano tutti i limiti di una vita umana equilibrata, comportano un’aggressione globale contro la biosfera e rapporti umani basati sulla generalizzazione della rivalità e la mancanza di solidarietà.

Basta controllare i dati per notare che ha fatto aumentare fuori misura le disuguaglianze dando fiato ad ogni forma di bellicismo in una situazione definita dalla potenza distruttiva delle armi. Basta avere in mente una vaga idea di giustizia per capire che al neoliberismo interessa esclusivamente garantire i profitti del grande capitale e la concentrazione del potere in mano all’oligarchia, ovvero che la sua utilità per gli umani si riduce a santificare una corsa verso il nulla.

Tra i suoi frutti si conta la veloce e immediata finanziarizzazione dell’economia.

Non è un processo naturale né il prodotto del lavorio degli gnomi, ma è stata adoperata per garantire ulteriori profitti superando le tendenze al sottoconsumo e alla sovrapproduzione derivate della messa in opera del progetto troglodita.

In definitiva i cavernicoli, da molti definiti classe dirigente, avevano e hanno il sufficiente pelo sullo stomaco per fregarsene delle crisi che ne sarebbero puntualmente derivate. D’altronde, con o senza crisi, loro continuano imperterritamente a guadagnare, soldi e potere.

La prima conseguenza del programma neoliberista è stata la diffusione delle dittature nei Paesi periferici. Nulla di strano: essendo un programma incompatibile con la democrazia, richiedeva di “approcci più energici”. Basterà guardare una mappa politica di quegli anni per verificarlo.

Nei Paesi centrali le forme democratiche si sono mantenute ancora per un trentennio, i governi hanno continuato ad essere eletti dalla maggioranza della popolazione e gli interessi privati sono rimasti cosa relativamente diversa (ma non sempre e comunque sempre meno) dell’interesse pubblico. Ma, poiché anche in questi Paesi l’interesse collettivo è stato sempre più declinato in termini di efficacia e redditività mercantile, anche la loro democrazia ha progressivamente perso i suoi contenuti mentre il predominio senza contrappesi della “Sindrome TINA” (“There Is Not Alternative”, Margareth Thatcher dixit), rendeva impossibili ogni politica socialdemocratica ed ogni ipotesi di alternanza effettiva.

In questo senso, la veloce crisi della sinistra socialdemocratica europea e latinoamericana era del tutto prevedibile.

Va da sé: senza scopi politici di trasformazione, la politica è diventata ovunque l’arte di amministrare il condominio generalizzando, nulla c’è di casuale, la corruzione. Ma, perché contesti diversi producono sempre situazioni diversificate, Lula non è Hollande né Kirchner è D’Alema.

Di certo, tra i politici con spazio di parola, non si sono registrate reazioni credibilmente alternative a questa situazione durante molti anni.

Di certo, ci furono risposte più adeguate tra gli artisti, come accadde sempre.

Mi piace citare quella del cantautore catalano Joan Manuel Serrat: “Nulla devi temere, al cattivo tempo fai buon viso, la Costituzione ti protegge, la giustizia ti difende, la polizia ti fa campare, il sindacato ti appoggia, il sistema ti spalleggia, gli uccellini cantano e le nuvole si alzano … Ma, se malgrado tutto la vita ti appende il «niente dané», ricorda che pestare merda porta fortuna”[19].

Agli albori del 2019 nella fattoria globale regna la confusione, ma padroneggia un sostantivo: guerra.

Ai giorni nostri la guerra assume le forme più diverse. Nel Nord globale, dei giovani contro i vecchi (e viceversa), dei bianchi contro i neri, degli orientali contro gli occidentali, dei grassi contro i magri, dei camionisti contro i pedoni, dei bevitori di birra contro gli astemi, dei vegani contro i vegetariani e dei vegetariani contro i carnivori, dei maschilisti contro le donne, delle lesbiche contro gli etero e degli etero contro i gay, degli automobilisti dei SUV contro gli altri automobilisti e di tutti gli automobilisti contro i ciclisti, degli immigranti di terza generazione contro gli immigranti di prima, degli amanti delle armi contro i non armati, dei credenti contro gli atei, degli atei contro gli agnostici, dei credenti in Marte contro i credenti in Venere, dei nostri urlatori contro i loro urlatori, degli interisti contro i napoletani, dei sognatori contro i realisti, dei settentrionali contro i meridionali, dei mangiatori di nutella contro gli amanti del miele, di quelli che sparerebbero contro qualunque cosa si muova contro i buonisti mollaccioni, dei finti pompieri contro i naufraghi … Nel Sud globale la guerra ha forme più generalizzate, è come sempre più mortale ed ha un conio indistintamente neocolonialista. Normalmente la si spiega appellandosi alla sua arretratezza e/o la si giustifica appellandosi a grandi principi come l’esportazione della democrazia o la difesa delle libertà.

Comunque, resta valida, a Nord e a Sud, l’indicazione di Bertolt Brecht:

“Ci sono molti modi di uccidere.

Si può infilare a qual­cuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massa­crarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra ecc.

Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato” [20].

 

La guerra di tutti contro tutti, di cui la propagandata e inutilmente crudele chiusura dei porti italiani è una piccola mostra, è esattamente la distrazione organizzata, lo spettacolo che il buon cuore e gli insaziabili appetiti della destra ci offrono. Come dal cartello stradale iniziale, nasconde l’assalto a mano armata in atto e disegna i nuovi confini mentali del senso europeo di tribalismo.

Il tribalismo all’europea è una nozione che serve a costruire una nuova versione della cultura dell’odio e ad aprire autostrade al ritorno dei mostri occidentali: il fascismo, l’arroganza e l’intolleranza verso l’altro.

Il suo slogan, “Alcuni animali sono più uguali degli altri”, si declina in base alla bisogna: “America First”, “Prima gli italiani”, “Le bambine devono vestire di rosa, i maschietti di azzurro”, eccetera.

La mentalità medioevale in fase di veloce diffusione è una delle risposte possibili al caotico processo di trasformazione globale nel quale siamo sommersi, caos legato alla fase finale del capitalismo in quanto sistema storico. Naturalmente, come ho scritto più volte precedentemente, cosa ne prenderà il posto sarà frutto dell’attività dei soggetti politici, non dell’inerzia delle cose. A bocce ferme la situazione potrebbe addirittura peggiorare, ovvero evolversi in senso ancora più autoritario, più elitista, più distruttivo, più maschilista.

Tornerò in un’altra opportunità sui tempi lunghi che, comunque, penso si siano notevolmente accorciati, al punto che l’orizzonte dell’analisi possibile non mi pare superi ormai i 30 anni.

Mi limito invece ad un volo panoramico su quelle che mi sembrano le grandi sfide del futuro prossimo, ossia dei tempi brevi e medi, i prossimi 5-15 anni.

Ognuno dei capitoli tratteggiati a continuazione meriterebbe riflessioni più serie ed analitiche di quanto si possa fare in questa sede, ma penso che la prima cosa da provare a fare sia formulare una sintesi sullo stato dell’arte.

Resto, infatti, convinto che identificare i problemi e le modalità per affrontarli sia l’essenza di un pensiero che si vuole trasformatore.

Mi pare che non abbiamo ancora superato la linea di scontro tra visioni non conciliabili ma penso che ne siamo molto vicini, sia a livello locale che globale. Quindi, penso che superare questa situazione non sarà una passeggiata di salute per nessuno.

C’è un altro ammonimento di Brecht da tenere in considerazione oggi:

“I governanti al servizio degli sfruttatori considerano il pensiero come una cosa disprezzabile. Per loro, ciò che è utile ai poveri è povero.

L’ossessione di questi ultimi per mangiare, per soddisfare la loro fame, è bassa.

È basso trascurare gli onori militari quando si gode del favore inestimabile di potersi battere per un Paese quando si muore di fame.

È basso dubitare di un capo che vi porta alla disgrazia.

Anche l’orrore verso il lavoro che non permette di alimentarsi è una cosa bassa, come sono basse la protesta contro la pazzia che s’impone e l’indifferenza verso una famiglia che non offre nulla.

Normalmente, si tratta coloro che hanno fame come persone voraci e senza ideali, come codardi quelli che non si fidano dei loro oppressori o non credono all’uso della forza, come vagabondi quelli che pretendono di essere pagati per lavorare, eccetera.

Sotto un simile regime, pensare diventa un’attività sospetta e screditata”.[21]

È ovvio: la trasformazione non è frutto del pensiero bensì della successiva azione. Ma ciò appartiene alla sfera della costruzione e attività dei soggetti politici, un altro tema escluso da questa breve rassegna.

I soprusi sociali del grande capitale si sommano alla distruzione della biosfera. Perciò la lotta contro quei soprusi è anche una lotta per la biosfera, per la vita, per la nostra sopravvivenza come specie e civiltà.

L’indignazione c’è e si espande, ma non si traduce in progetti di cambiamento che superino il capitalismo, lasciandoci disarmati. Io penso che ci manchi, soprattutto e anzitutto, la capacità di pensare oltre l’esistente, di immaginare uno Stato sociale oltre il capitalismo.

La mia risposta è la democrazia, una democrazia sociale senza fine che chiamo socialismo, un ideale che i neoliberisti hanno dichiarato più volte morto e sepolto, superato e obsoleto.

Penso, come ci ammoniva Rosa Luxemburg, che l’alternativa sia tra socialismo o barbarie. “«L’ordine regna a Berlino!» Stupidi sbirri! Il vostro «ordine» è costruito sulla sabbia. Già domani la rivoluzione si ergerà nuovamente e annuncerà, con vostro profondo orrore, con un suono di tromba: «Ero, sono, sarò!»”[22]

Tuttavia, cent’anni dopo abbiamo l’obbligo di sapere che non basta rialzarsi, che le rivoluzioni vincenti sono scarse e che spesso marciscono dall’interno. Ergo, che bisogna precisare cosa s’intende quando si parla di socialismo. Probabilmente, questo compito collettivo è ancora più urgente dei precedenti poiché senza luce non si cammina o, al massimo, si procede a tentoni.

Neppure questo è il tema di questo testo ma non potevo esimermi di ricordarlo. Forse, la strada più semplice per parlarne seriamente è provare a descrivere le caratteristiche del socialismo al quale puntiamo, sottoponendo una bozza al pubblico maltrattamento/ludibrio/arricchimento/critica. Anch’io ci proverò.

Anticipo solo che su alcune cose non ho dubbi. Penso che il nostro socialismo dovrà basarsi sui principi di libertà, uguaglianza, fraternità, frugalità, cooperazione ed empatia.

Che una società di persone libere e uguali sia meglio per la convivenza umana e più portata a rispettare la natura. Che senza libertà e democrazia non ci sono né giustizia né stabilità sociale neppure sotto le baionette alle quali i privilegiati ricorrono frequentemente. Che la libertà è sempre soltanto la libertà di chi pensa diversamente ed è sorella siamese della giustizia. Che solo razionalizzando la produzione ed il consumo delle nostre società adottando forme di frugalità, si può rendere percorribile la continuità della vita umana civile. Che bisogna abbandonare vecchie credenze come quelle dello sviluppo, anche nei suoi vari ossimori…

Concludo questa lunga introduzione limitandomi ad indicare i sottotitoli dei sei capitoli che intendo trattare in seguito:

 

  1. il probabile e prossimo attacco di febbre della crisi economica
  2. i venti di guerra globali
  3. l’ecocidio in corso
  4. la guerra globale contro le donne
  5. l’espansione dell’ultradestra
  6. le migrazioni di massa

R.A. Rivas

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[1] La prima versione (detta “ventisettana”) è del 1827. La versione definitiva (detta “quarantana”) è stata pubblicata fra il 1840 e il 1842.

[2] I riferimenti sono presi da George Orwell, “Animal Farms”, Secker and Warburg, Londra 1945. La prima edizione italiana de “La fattoria degli animali” è del 1947. L’ultima, sempre dalla Arnoldo Mondadori Editore, trasferitasi nel frattempo da Verona a Milano, del 2009.

[3] Vespasiano mise una tassa sugli orinatoi (gabinetti pubblici, da allora chiamati anche vespasiani). Un celebre aneddoto riferisce che rimproverato dal figlio Tito, che trovava sconveniente la tassa, gli mise sotto il naso il primo danaro ricavato chiedendogli se l’odore gli dava fastidio (“Pecunia non olet, “Il denaro non ha odore”). Dopo che questi gli rispose di no, aggiunse “eppure proviene dall’orina”. In Gaio Svetonio Tranquillo, “De vita Caesarum”, “Libro VIII, Vita di Vespasiano, 23”, 119-122 d.C. Per l’accostamento pioggia-piscia vedere il mio “Queridos amigos, Cari amici, Care amiche, Queridos amigos”, 6 gennaio 2019.

[4] “Tutti a casa”, regia di Luigi Comencini, 1960. L’8 settembre 1943 la radio diffonde il comunicato con cui si annuncia l’armistizio chiesto dal maresciallo d’Italia Pietro Badoglio. L’entusiasmo scoppia rapidamente ed i militari urlano “La guerra è finita, tutti a casa!” Ma un gruppo di soldati comandati dal sottotenente Alberto Innocenzi (Alberto Sordi), in servizio di pattugliamento sulle coste venete, apprende tardi la notizia dell’armistizio e finisce sotto il fuoco dei tedeschi. Innocenzi ne deduce, logicamente, che “i tedeschi si sono alleati con gli americani”.

[5] La Trilaterale, fondata il 26 giugno 1973 da David Rockefeller, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, è composta da 120 statunitensi, 120 europei e 117 membri dell’area Pacifico. Tra gli europei, 20 sono tedeschi, 18 italiani, francesi e britannici e 12 spagnoli. Mario Monti ne faceva parte quando era presidente del consiglio di ministri. Nel 2018 i membri italiani erano Monica Maggioni (presidente RAI), Enrico Tommaso Cucchiani (amministratore delegato Intesa-San Paolo), Paolo Magri (direttore ISPI), Ornella Barra (Walgreens), Giampaolo Di Paola (ex Ministro della Difesa), Marta Dassù (ex Viceministro degli Esteri), Gioia Ghezzi (presidente Ferrovie dello Stato), Maria Patrizia Grieco (presidente Enel), Vittorio Grilli (J.P. Morgan), Yoram Gutgeld (commissario spending review), Enrico Letta (ex Premier), Giampiero Massolo (ex capo dei servizi segreti, ora Fincantieri), Carlo Messina (Intesa Sanpaolo), Maurizio Molinari (direttore de “La Stampa” di Torino), Andrea Moltrasio (presidente consiglio di sorveglianza UBI Banca), Gianfelice Rocca (Techint e Assolombarda), Fabrizio Saccomanni (Unicredit ed ex Ministro dell’Economia), Maurizio Sella (Banca Sella) e Marco Tronchetti Provera (Pirelli).

[6] Michel Crozier, Samuel P. Huntington, Joji Watanuki, (prefazione di Giovanni Agnelli), “La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità alla Commissione trilaterale”, Franco Angeli, Milano 1977.

[7] Nata nella seconda metà degli Anni ’70, la banda della Magliana è una organizzazione criminale italiana, di stampo mafioso, operante a Roma. Il nome, attribuito dalla stampa dell’epoca, deriva dal quartiere romano della Magliana, nel quale risiedeva una parte dei fondatori.

[8] Redazione Contropiano , “Monti tedesco a metà”, “Contropiano”, “Giornale comunista online”, 6 agosto 2012, contropiano.org/news/politica-news/2012/08/06/monti-tedesco-a-meta-010505; Augusto Lodolini, “Monti, lo Spiegel e quella frase dimenticata dai grandi giornali”, https://www.ilsussidiario.net/news/il-fuoripista/2012/8/6/il-caso-monti-lo-spiegel-e-quella-frase-dimenticata-dai-grandi-giornali/309428/

[9]  Ben Stein, “In Class Warfare, Guess Which Class Is Winning”,  “New York Times”, 26 novembre 2006, https://www.democraticunderground.com/discuss/duboard.php?az=view_all&address=103×248111

[10] José Saramago, “A caverna”, Caminho,  Lisbona 2000. “La caverna”; Einaudi, Torino 2001. Vedere anche su questo stesso blog “Il problema non è l’economia. Il problema è il potere” (26 giugno 2018)” e “Su economisti saggi, pervicaci ignoranti, e saggi economisti asserviti all’1 per cento” (27 novembre 2018).

[11] José Saramago, “O Evangelho secondo Jesús Cristo”, Caminho, Lisbona 1991. “Il vangelo secondo Gesù Cristo”, Feltrinelli, Milano 2010.

[12] Elias Canetti,”Masse und Macht”, Hanse, Monaco 1960. Ed. it. “Massa e potere”, Adelphi, Milano 1981.

[13] Citato da Susan George in Raimon Panikkar, Susan George, Rodrigo A. Rivas, “Come sopravvivere allo sviluppo. La globalizzazione sotto inchiesta”, l’Altrapagina, Città di Castello 1997.

[14] Giovanni Villa, “Berlusconi: elettori nauseati della sinistra senza ideali”, “Il Giornale”, Milano 22 maggio 2007.

[15] Rodrigo Rivas, “Brasile: Il ritorno di cuore di tenebra”, rodrigoandrearivas.com/2018/11/03/il-ritorno-di-cuore-di-tenebra-dalla-poumina-del-fiume-congo-allanaconda-del-rio-delle-amazzoni-1/#more-280

[16] “L’apprendista stregone” è un poema sinfonico (“L’apprenti sorcier”), composto nel 1897dal francese Paul Dukas, che descrive in musica la trama della celebre e omonima ballata di Wolfgang Goethe (“Der Zauberlehrling”) scritta esattamente cento anni prima.

[17] Il termine “Consenso di Washington”  fu coniato da John Williamson, ricercatore dell’Istituto di Economia Internazionale di Washington, in seguito ad una riunione convocata dal suo Istituto alla quale erano presenti rappresentanti di dieci paesi dell’America Latina. “Per diffondere le conclusioni raggiunte  scrissi un articolo esponendo ciò che, a mio giudizio, era un accordo di quasi tutti i partecipanti. Lo chiamai “Consenso di Washington”. John Williamson, “A Short History of the Washington Consensus”, Paper presentato alla conferenza “From the Washington Consensus towards a new Global Governance”, Barcellona 24-25 settembre 2004. Nello stesso articolo trovate la versione per le allodole (accademica) dei 10 comandamenti.

[18] Gordon Gekko (Michel Douglas) è il protagonista del film “Wall Street”, 1987, diretto da Oliver Stone.

[19] Joan Manuel Serrat, “Toca madera” (Tocca legno”, in italiano tocca ferro), “Utopía”, 1992. Il testo originale del brano citato recita: “Nada tienes que temer, al mal tiempo buena cara, la Constitución te ampara, la justicia te defiende, la policía te guarda, el sindicato te apoya, el sistema te respalda y los pajaritos cantan y las nubes se levantan … Y si a pesar de todo la vida te cuelga el «no hay billetes», recuerda que pisar mierda trae buena suerte”.

[20] Bertolt Brecht “Gesammelte Werke”, 1967. In Bertolt Brecht, “I capolavori”, Einaudi, Torino 2005.

[21] Bertolt Brecht, “Cinque difficoltà per scrivere la verità”, in “Scritti sulla letteratura e sull’arte”, Einaudi, Torino 1973.

[22] Rosa Luxemburg, “Die Ordnung herrscht in Berlin” (L’ordine regna a Berlino), «Die rote Fahne», 14 gennaio 1919, citato da Peter J. Nettl, “Rosa Luxemburg”, Milano, Il Saggiatore, 1970. Vedere anche Lellio Basso (a cura di), “Rosa Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1965.

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