Il reddito di cittadinanza, la rivoluzione digitale, le apocalissi e gli apocalittici (III)

Raramente ci sono sorprese, ma spesso ci sono sorpresi

Sì.
È stato il loro anarchismo, il loro amore per l’umanità, a condannarli.
Quando Vanzetti è stato arrestato, aveva in tasca un volantino che convocava ad una riunione che doveva tenersi cinque giorni dopo. Era un volantino che potrebbe essere distribuito oggi, in tutto il mondo, adeguato tanto quanto lo era il giorno in cui è stato arrestato.
Diceva: «Hanno combattuto in tutte le guerre. Hanno lavorato per tutti i capitalisti. Hanno fatto avanti e indietro in tutti i Paesi.
Hanno raccolto i frutti delle loro fatiche, il premio per le loro vittorie? Il passato riesce a consolarli? Il presente gli sorride? Il futuro gli promette qualcosa? Hanno trovato un lembo di terra dove possano vivere come esseri umani e morire come esseri umani?
Su queste problematiche, su questi argomenti della lotta per l’esistenza, Bartolomeo Vanzetti parlerà in quell’incontro»”. 

Howard Zinn:A Power Governments Cannot Suppress”, City Lights Books, San Francisco 2007.

 

Come già accennato, le principali cause del deterioramento delle condizioni di vita delle classi popolari si legano all’applicazione di politiche pubbliche neoliberiste – ad esempio le riforme del lavoro, anche quando si cerca di travestirle ricorrendo all’inglese – e a politiche fiscali regressive. La loro somma ha avuto un forte impatto negativo sul benessere delle classi popolari, la stragrande maggioranza della popolazione.

In Italia, le politiche neoliberiste si sono potute applicare grazie all’enorme potere di cui dispongono le élite dominanti, sia sulla vita economica e finanziaria che sui partiti politici. Grazie a questi, le élite hanno incrementato i loro profitti e, contemporaneamente, hanno fatto scendere i redditi della popolazione, sia da lavoro (salari), sia da trasferimenti dello Stato (servizi pubblici, salario differito, ecc.).

Questa spiegazione, che li rende diretti responsabili della situazione, non può essere accettata né dall’establishment economico-finanziario che domina la vita politica italiana, né da quello politico-mediatico a questo asservito (incaricato dell’applicazione, diffusione e promozione di queste politiche). Non dovunque, ma in molti Paesi si limitano agli anatemi. In Italia, invece, impediscono la diffusione di qualunque critica che ecceda i limiti della corte. E investono grandi risorse nei mezzi d’informazione e persuasione per nascondere le cause politiche degli enormi guasti da loro provocati.

È per questo motivo, e non “perché lo psiconano ha imprigionato Salvini e impedito il governo del cambiamento” (!), che si sarebbe dovuto imporre una legge sul conflitto d’interessi. Esiste dovunque, ma secondo lo psiconano si tratterebbe di un esproprio proletario. Comunque, proprio l’inesistenza di questa legge prova, oltre ogni possibile dubbio, le diffuse complicità tra “sinistra” e “destra”, nonché tra “affari” e “politica”.

Maria Antonietta voleva placare i sans culottes con le brioche. I nostri vogliono spiegarci il peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione come il prodotto, né voluto né cercato da chicchessia, di una rivoluzione tecnologica – che chiamano la Quarta Rivoluzione Industriale – che altro non è se non l’automatizzazione e robotizzazione in atto, in particolare nel mercato del lavoro e, in genere, nella società. Non è difficile prevedere che, nonostante la crisi non venga risolta (come previsto persino dalla CIA oltre 5 anni fa[1]), libri, articoli, inchieste giornalistiche, applicazioni e giochi a premi televisivi dedicati alla propaganda di questa tesi si moltiplicheranno a breve.

Poiché le idee dominanti sono sempre le idee della classe dominante, il loro messaggio è riprodotto anche nei dibattiti tra progressisti, spesso imboccati da chi, del tutto neutrale come un drone qualsiasi, avrebbe il compito di facilitare un confronto senza pregiudizi.

Mi riferisco alla mirabile sintesi di Miguel Angel Asturias: “Che ora è? Quella che Lei comandi, signor presidente”[2].

Mi riferisco a quanto annotato da Walter Benjamin:

C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta e le ali sono dispiegate.
L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato.
Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi.
Egli vorrebbe ben trattenersi, ridestare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo di macerie davanti a lui.
Ciò che noi chiamiamo progresso è questa bufera[3].

L’OCSE, il club dei Paesi più ricchi del mondo (secondo i canoni da loro stabiliti. Io preferisco il termine “arricchiti”), è diretta dal 2006 dal messicano José Ángel Gurría Treviño, già ministro di indubbio successo neoliberista nel proprio Paese. È l’organismo preposto a costruire ragionamenti neoliberisti perché i governi neoliberisti possano usarli come alibi (ne faceva parte, ad esempio, il ministro Padoan, che all’OCSE era responsabile proprio del cosiddetto “board Italia”).

Nel maggio 2017, l’OCSE ha presentato il rapporto La Nuova Rivoluzione industriale: implicazioni per i governi e per le imprese. Vi si legge: tra gli effetti dell’automatizzazione si conterà la scomparsa di oltre 65 milioni di posti di lavoro nei prossimi dieci anni. Logicamente, questo fenomeno colpirà soprattutto i Paesi avanzati.

L’OCSE non ha mai brillato per originalità, e d’altronde non è stata creata per quello. Infatti, questa conclusione – il lavoro salariato è destinato a scomparire o quantomeno a rarefarsi velocemente – è un taglia e incolla delle conclusioni di un altro lavoro pubblicato due mesi prima: Robots and Jobs: Evidence from US Labor Markets, scritto da Daron Acemoglu, del Massachussets Institute of Technology (MIT), e Pascual Restrepo, della Boston University. Se questo lavoro era la prima pietra per costruire l’Apocalisse robotico, si trattava ancora di un lavoro universitario, complesso e poco adeguato ai format televisivi.

Ci volevano i politici, quindi l’OCSE. Infatti, le discussioni sull’Apocalisse robotico decollano nel maggio 2017 tra i tecnocrati. Tra tutti i tecnocrati

Bisogna sempre tener presente un monito di Gabriel García Márquez: “L’unica differenza attuale tra liberali e conservatori è che i liberali vanno alla messa delle cinque e i conservatori alla messa delle otto”[5]. In questo caso la sola differenza è che alcuni tecnocrati e politici applaudono e altri si lagnano.

Non fa bene alla salute, ma bisogna riconoscere che qualche volta i veri conservatori sono meno sterili dei pretesi progressisti. Ad esempio, alcuni importanti membri del World Economic Forum (WEF, noto più semplicemente come “Davos”), per minimizzarne i possibili impatti negativi hanno proposto, tra altre misure, l’adozione del Reddito di Base Universale (RBU), il nostro Reddito di cittadinanza in versione renziana.

Lo scopo, a sentir loro, è sostituire il cosiddetto stato sociale, che ritengono teoricamente inviabile ed economicamente insostenibile. Nel 2018, a Davos, il fondatore del WEF, Klauss Schwab, argomentava: “Essendo l’umanità arrivata alla fine del lavoro, quindi anche alla fine dello stato sociale finanziato dai redditi di lavoro, è indispensabile adottare come alternativa il RBU”[6].

Che Madelaine Allbright, George W Bush, Henry Kissinger o Nicolas Sarkozy si dichiarino a favore dei diritti umani, non significa che dobbiamo necessariamente mandarli in pensione.

_______________________________________

[1] Ogni 4 anni, in coincidenza con l’inaugurazione di una nuova presidenza, l’ufficio analisi e previsione geopolitica ed economica della CIA (il cosiddetto National Intelligence Council, NIC), presenta un rapporto economico che, per l’ampiezza delle sue fonti e nonostante l’evidente parzialità dei redattori, rappresenta un riferimento obbligato per chiunque si occupi seriamente di questi problemi. Nel gennaio 2013, con l’avvio del secondo mandato di Barack Obama, il NIC ha presentato il rapporto “Global Trends 2030. Alternative Worlds” (Tendenze globali 2030: mondi alternativi). Tra molte altre cose, il rapporto asserisce che la crisi in corso in Europa si prolungherà ancora per almeno una decade (ovvero almeno fino al 2023), e la quota dell’Occidente nell’economia mondiale – 56% nel 2012 –  se ridurrà al 25% nel 2030. A scanso di equivoci, il termine “Occidente” non è adoperato in senso geografico ma politico, e include una vasta area economico-culturale composta dalle Americhe, l’Europa, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan.

[2] Miguel Angel Asturias, “El senor presidente”, Farenheit 451, Milano 2015

[3] Walter Benjamin, “Tesi sul concetto di storia”, Einaudi, Torino 1997, Tesi IX.

[4] National Bureau of Economic Research Working Paper No. 23285, March 2017.

[5]  Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”, Feltrinelli, Milano 1968.

[6]  “Las élites millonarias del Foro de Davos se interesan por la Renta Básica en previsión de la pérdida de empleos y la caída de las clases medias”, Radio Iniguada, Las Palmas, Isole Canarie 25 gennaio 2018 Consultabile in http://www.radioguiniguada.com/las-elites-millonarias-del-foro-de-davos-se-interesan-por-la-renta-basica-en-prevision-de-la-perdida-de-empleos-y-la-caida-de-las-clases-medias/

Núria Navarro “Adiós al empleo (tal y como lo conocemos). Trabajadores, una especie amenazada”, Red Renta básica, 12/03/2017. Consultabile in

http://www.redrentabasica.org/rb/adios-al-empleo-tal-y-como-lo-conocemos-trabajadores-una-especie-amenazada/

Vedere anche “Davos 2016 al world economic forum i robot per un reddito di base”, consultabile in http://www.bin-italia.org/davos-2016-al-world-economic-forum-i-robot-per-un-reddito-di-base/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *