A proposito del compleanno di Marx

Girovagando sui 171 anni del “Manifesto Comunista”

“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, quelle giuste e quelle sbagliate,
sono più potenti di quanto comunemente si ritenga.
In realtà il mondo è governato da poche cose al di fuori di quelle.
Gli uomini della pratica, i quali si ritengono liberi da ogni influenza intellettuale,
sono spesso schiavi di qualche economista defunto.
Pazzi al potere, odono voci nell’aria,
distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro
.”
John Maynard Keynes[1]

“Memoria” è un termine che implica molto più di una categoria filosofica utile a pensare il rapporto tra storia e oblio. Nei luoghi fisici dove l’idea di costruire il futuro ha ancora un senso, la memoria continua a non essere un concetto innocente, perché contiene una storia tanto “presente” nella vita quotidiana da non poter eluderla.

Poiché ognuno è prigioniero della propria memoria, per me il primo esempio di una storia che non può essere elusa è quello dei desaparecidos.

Scrivendo del Venezuela affermavo poco tempo fa che ogni punto di vista è la vista o visione da un punto. Penso sia sempre corretto dichiarare qual è il proprio punto di partenza e d’analisi, rifuggendo da qualsiasi pretesa di universalità che mi appare come una pretesa che si confà alla religione, non all’analisi.

La politica, forse, è un’arte (o un disastro) come dai testi di scienza politica. Di certo, non è una scienza esatta, e la quantità di variabili e imponderabili in ogni prassi umana è tale da esporla sempre all’errore, alla necessità di rettificare la marcia e, persino, di portarci laddove non volevamo finire. Avendo al centro il potere, la politica possiede un lato oscuro che finisce sempre per colpirci in una o in un’altra forma. Come accadde, ad esempio, agli indemoniati di Dostoevskij, nelle mani sporche di Sartre o nei giusti di Camus[2].

Per provare ad attutire questa certezza provo sempre a partire de ciò che denomino il punto di vista della sinistra ontologica, e cioè di una sinistra che fa proprio ogni progetto di emancipazione dell’umanità partendo dall’uguaglianza quale principio d’ordine.

Penso che solo così si possa cercare di costruire un pensiero sostantivo, ossia un pensiero o sapere con un contenuto proprio che non si risolve in altri saperi, con enunciati contrastabili. Viceversa, il pensiero aggettivo è quello che manca di una tematica propria, non riposa su sé stesso ma su pensieri altri (pensiero di “secondo grado”) ed i suoi enunciati sono irrefutabili e inverificabili.

Va da sé: normalmente produciamo pensiero aggettivo e cercare di costruirne uno sostantivo non significa riuscirci.

Vent’anni fa, in seguito al crollo del muro di Berlino e alla chiusura di ciò che per Eric Hobsbawm è stato “il secolo breve”[3] e per Fukuyama “la vittoria definitiva del capitalismo[4], in questa parte del mondo le esperienze che costituivano un presente vissuto diventarono un passato piuttosto imperfetto.

Dopo il 1989 in Europa non c’è stato alcun progetto di futuro capace di organizzare in modo intelligibile e superabile quanto era avvenuto, ma ci si è limitati ad uno sforzo interpretativo la cui principale caratteristica è una diffusa malinconia che si ferma all’analisi (povera) delle ragioni dell’insuccesso, ma incapace di costruire una militanza politica presente.

Dopo il 1989 la dialettica si è ridotta a uno stanco andare e venire tra il passato prossimo e la memoria del presente, un vano sforzo ermeneutico che prescindeva, e prescinde, della undicesima tesi di Marx su Feuerbach: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi; il punto è cambiarlo”. E che nella tesi IX aveva anticipato: “L’altezza massima a cui può arrivare il materialismo intuitivo, cioè il materialismo che non concepisce il mondo sensibile come attività pratica, è l’intuizione dei singoli individui nella «società borghese»”[5].

Non penso che Marx volesse dire che la filosofia era irrilevante, bensì che i problemi filosofici sorgono dalle condizioni della vita reale e possono risolversi solo cambiando quelle condizioni. Ossia, il problema che questo testo ci pone è quello dell’unità tra teoria e pratica.

Come scriveva Shan Han, poeta cinese di epoca Tang (618-907), “Nessuno può bere acqua da un miraggio”[6].

Da quando è stata sconfitta la sua idea di trasformazione del mondo, la sinistra europea si dedica ad interpretare ciò che è stato, tra cultori della riaffermazione del senso di appartenenza (ma, a cosa esattamente?) e spericolati amanti di piroette logiche sempre più di destra. Ma in entrambi sensi non mi pare una sinistra-soggetto, ma una sinistra-interprete.

La speranza, come accade sempre nei momenti bui della storia, appartiene anzitutto agli artisti. Perciò, non credo sia un caso che in questi anni bui la più evidente forma di opposizione sia stata quella dei comici. Ma in quanto animali fatti da passato, presente e futuro, anche nella dialettica della memoria derivata dal buon cinema non didascalico. Penso, ad esempio, a “Queimada” di Gillo Pontecorvo, dove la sinistra ontologica è impersonata da José Dolores, il tagliatore di canna che, pur avendo tutto da perdere, si ribella contro lo schiavismo europeo, anche quando assume le vesti del cinico e simpatico Walker/Marlon Brando. D’altronde, José Dolores mi ha sempre ricordato un testo con linfa e respiro: “I dannati della terra”, di Franz Fanon[7].

Parafrasando Walter Benjamin[8], in quanto “istante di pericolo” il presente può servirci per recuperare proficuamente il passato e rispettare l’impegno di redenzione: i morti, non sono morti invano. L’urgenza di conservare la memoria del passato contro ogni sradicamento significa formulare “una concezione della storia che eviti ogni complicità con quella a cui i politici continuano ad attenersi” (Tesi X).

Implica combattere la fantasmagoria di un progresso interminabile e incessante, di una storia intesa come continuum trainato dallo sviluppo tecnico che costituisce uno strumento privilegiato della classe dominante per annullare il passato: “La concezione di un progresso del genere umano nella storia è inseparabile da quella del processo della storia stessa come percorrente un tempo omogeneo e vuoto” (Tesi XIII).

E cioè, non si deve mai dimenticare che l’ideologia dei dominatori si lascia “scorrere fra le dita la successione dei fatti come un rosario” (Tesi XVIII) e che, per imporsi, deve liquefare retroattivamente la storia poiché “nemmeno i morti saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere” (Tesi VI).

Aggiunge Benjamin: “Chiunque ha riportato fino ad oggi la vittoria partecipa al corteo trionfale in cui i dominatori di oggi passano sopra quelli che oggi giacciono a terra. La preda, come si è sempre usato, è trascinata nel trionfo. Essa è designata con l’espressione «patrimonio culturale»” (Tesi VII).

Tra altre cose, penso che si possa trovare un’alternativa alla malinconia della sinistra europea visitando quei territori dove la parola “memoria” riguarda la politica quotidiana. È perciò, non per un “terzomondismo” da semplice reduce del partito preso, che mi occupo spesso di ex colonie.

Ricorrendo alla figura non retorica dei desaparecidos penso di poter affermare che memoria non è solo sinonimo di malinconia ma può esserlo anche di mobilitazione, di organizzazione e di apertura critica. Quindi, che gli spazi della memoria non concludono la discussione ma, continuando a rappresentare uno scandalo, sono un’affermazione della diversità e una spinta ad auto-situarsi.

Negli Anni ’80 sono capitato nella “Città dei bambini”, struttura di Bogotà in cui vivevano alcune migliaia di bambini, tra 5 e 18 anni, recuperati dalla strada da un prete italiano, Saverio.

Ricordo tra molte altre cose che il loro sindaco, un ragazzino quindicenne eletto con migliaia di voti dalla sua comunità, mi raccontò che loro partecipavano sempre alle manifestazioni di protesta in città. “Abbiamo memoria di ciò che siamo stati e abbiamo un’idea di ciò che siamo. Perciò sappiamo che protestare è sempre giusto”[9]. E con ciò mi risolse alcune paturnie e non pochi settarismi.

I diritti umani aprono una nuova strada

“Sognavamo nelle notti feroci.
Sogni densi e violenti sognati con anima e corpo:
tornare; mangiare; raccontare.
Il comando dell’alba: “Wstawać”;
e si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa, il nostro ventre è sazio.
Abbiamo finito di raccontare.
E’ tempo.
Presto udremo ancora il comando straniero:
“Wstawać”
.

Primo Levi[10]

Non esiste una parentela tra i diritti umani ed il “Manifesto comunista”. Ma esiste continuità.

Nel terzo millennio il tema dei diritti umani non si lega necessariamente ad un disegno di sinistra, ma può esserlo in base al contesto di riferimento. Ad esempio, quando nel contesto della guerra fredda e della dottrina della sicurezza nazionale gli Stati latinoamericani violarono il primo diritto, quello alla vita, con grandi massacri e numerose scomparse, alzare la voce contro era profondamente sovversivo.

Ancora oggi è considerato sovversivo protestare, anche quando si protesta perché lo Stato ha autorizzato la fumigazione delle piantagioni OGM (e delle case vicine) con anticrittogamici chimici o la costruzione di un aeroporto troppo vicino alla città.

È una protesta sovversiva anche se vista da questa parte del mondo non contiene in sé alcun virus di trasformazione sociale ma è, semplicemente, una protesta contro una decisione che diminuisce la qualità della vita. E invece ha un grande senso laddove la vita vale poco o nulla.

Oggi il capitale vincente accetta, in parte, i diritti umani. Teoricamente tutti possiamo esigere il rispetto della vita e condizioni di vita dignitose, esprimere apertamente il diritto a vivere in pace, a non essere discriminati, a manifestare le proprie scelte sessuali o le nostre preferenze religiose. Ma non si deve far confusione tra i regimi realmente esistenti. Alcuni tra questi rappresentano un ritorno al passato. Solo alcuni.

La prima generazione dei diritti umani si limitava ai diritti individuali. Rousseau, Montesquieu, Voltaire, Diderot, e dall’altra parte dell’oceano Washington, Jefferson, Franklin, Touissaint Louverture, Artigas …, concepirono tra la fine del ‘700 ed i primi dell’800 un mondo capace di superare i residui feudali, monarchici e teocentrici nei quali si muovevano le società europee e le loro colonie di oltremare. Non pochi residui di questa concezione sussistono ancora in parte importante delle periferie.

Fin dalla loro prima formulazione i diritti universali ebbero vita difficile. La prima “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino”, datata 26 agosto 1789 e figlia della Rivoluzione francese, era incentrata sull’individuo e garantiva la libertà di parola, di associazione e di spostamento. Ma non nominava neppure la donna[11]. Nel 1791 Olympe de Gouges dovette proclamare, sempre sulle stesse basi concettuali, la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”. Da buona drammaturga, la de Gouges iniziava con un preambolo teatrale:

“Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi: chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata”[12].

Poiché la guerra generalizzata contro le donne è antica e per nulla sfarzosa, Olympia venne ghigliottinata il 3 Novembre 1793. Furono due le ragioni adoperate per giustificare la sua esecuzione: la prima era la sua opposizione all’esecuzione di Luigi XVI, che lei considerava “un errore politico”. La seconda il suo essere donna.

Nella “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della cittadina”, aveva scritto: “Come la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere altresì il diritto di salire alle più alte cariche”. Il procuratore del Comune di Parigi, Pierre-Gaspard Chaumette la irrise e manifestò il suo compiacimento per una condanna a morte meritata “proprio perché aveva dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso”. Preludendo altri comportamenti giornalistici, il redattore capo del giornale repubblicano parigino “Le Moniteur universel”, Charles-Joseph Panckoucke, commentò: “Olympe de Gouges volle essere un uomo di Stato. Sembra che la legge abbia punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso”[13].

Si ricorderà che il periodo denominato “Regime del Terrore” (luglio 1793- luglio 1794), registrò un alto numero di condanne a morte e di eccessi repressivi. Si concluse il 9 termidoro dell’anno II (27 luglio 1794), con la caduta e l’esecuzione dei tre più influenti membri del Comitato di salute pubblica: Maximilien de Robespierre, Louis Saint-Just e Georges Couthon.

Solo dopo molti anni (e molto altro sangue), le differenze economiche vennero prese in considerazione tra i diritti umani in quanto diritti collettivi. Anche la formulazione dei cosiddetti Diritti di seconda generazione era contenuta entro termini che oggi definiremo “politicamente corretti”: diritto al lavoro, ad un salario giusto, ad un’abitazione decente.

Per la proclamazione dei cosiddetti diritti universali, “i diritti di terza generazione” (tra cui il diritto alla pace e ad un ambiente sano) si dovette aspettare fino al 1948, ossia fino alla “Dichiarazione universale dei diritti umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite”, che aggiunse di suo una quarta generazione riguardante i diritti delle minoranze.

Il grande tema delle diversità resta ancora terreno di scontro, non solo riguardo al razzismo. Basterà ricordare che in Paesi come l’Italia, forze di governo vogliono oggi retrodatare i diritti al periodo tra le due grandi guerre del cosiddetto secolo breve. Lo fa, ad esempio, il leghista Simone Pillon, riguardo il diritto di famiglia, tramite misure discriminatorie verso donne e coppie omosessuali, e dannose nei confronti dei figli di genitori separati.

C’è una quinta generazione di diritti che comprende i “diritti della terra”, ma è ancora rilegata all’elaborazione teorica delle Costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador e non è diventata cultura condivisa oltre questi Paesi.

A mio parere, costituisce uno dei principali apporti del periodo dominato dai “governi progressisti” latinoamericani, che ne hanno permesso la nascita pur non essendone sempre entusiasti. La loro fortuna dipenderà, in chiave locale, dell’esito dello scontro politico in corso e, più in generale, da quanto l’estrema superbia del pensiero occidentale possa riconoscere ed assumere un pensiero non episodico proveniente da una periferia arretrata[14].

Le prime due generazioni di diritti umani avevano una base fondamentalmente giuridica. Un secolo dopo, la formulazione del materialismo storico avrebbe avuto molte conseguenze anche sulle formulazioni contemplate in molte Costituzioni. Tuttavia, tali conseguenze si sono limitate a definire un contesto di miglioramento, anche radicale, delle società esistenti, mantenendosi all’interno del “politicamente corretto”.

Viceversa, l’essenza della proposta socialista sorta nella seconda metà del ’800 non si limitava a migliorare l’esistente, ma intendeva rivoluzionarlo da cima a capo.

Mamma li turchi (lo sbarco primigenio dei comunisti)

“Io un comunista lo ammazzo pure gratis,
ma per la carta verde di residenza, sarei anche disposto a sotterrarlo.”

Tony Montana[15]

171 anni fa, il 21 febbraio 1848, si pubblicava a Londra la prima edizione del “Manifesto del Partito Comunista”, di Karl Marx e Friedrich Engels. Conteneva una critica alla società e un programma di azione che avrebbero segnato il XX secolo.

Penso che la concezione comunista del mondo non sia un sistema filosofico e, quindi, non sia immutabile ma sia sottoposto a cambiamenti di linguaggio e di pratiche nella stessa misura in cui si modificano le conoscenze e società umane di riferimento. Quindi, poiché nella sua concreta totalità il marxismo è il tentativo di formulare coscientemente le implicazioni, i presupposti e le conseguenze dello sforzo destinato a creare una società e una cultura comuniste, è del tutto naturale che cambiamenti nei dati specifici di quello sforzo, presupposti e implicazioni, nonché delle loro conseguenze pratiche, debbano cambiare i suoi presupposti, implicazioni e conseguenze teoriche particolari. E cioè, debba modificarsi l’orizzonte intellettuale.

Quindi, va esclusa ogni fissazione dogmatica. Per questo e altri motivi, non credo che qualcuno sia nato o nata comunista. Anzi; penso che sia prioritario separare dal marxismo ogni forma di millenarismo, di ogni credenza in base alla quale la Rivoluzione Sociale equivarrebbe alla pienezza dei tempi, ad un evento risolutivo di tutte le tensioni tra le persone e tra queste e la natura poiché libererebbe le leggi obiettive dell’essere, buone in sé. Questa, mi si passi il termine, è una deriva teologia che ha a che fare con la religione, non con il materialismo dialettico.

Marx nulla ha a che fare con questa deriva parareligiosa. Per lui, la rivoluzione libererebbe le forze produttive rinchiuse dai rapporti di produzione basati sullo sfruttamento e sulla privatizzazione dell’eccedente.

Oggi sappiamo che in buona misura le forze produttive sono diventate forze distruttive e che la loro totale liberazione implicherebbe la rovina ecologica del pianeta.

Nel 2019 abbiamo una certezza che nel 1867 poteva al massimo essere un’ipotesi di lavoro: prima di una rivoluzione sociale in senso profondo (e per ciò sociale), può arrivare il disastro fisico. La garanzia che ciò non avvenga non è mai esistita, ma oggi sappiamo che non è affatto certo, neppure psicologicamente, che il processo di trasformazione sociale sia destinato ad anticipare il processo sociofisico di distruzione del nostro contesto vitale.

Il nodo gordiano che Rosa Luxemburg tradusse nello slogan “socialismo o barbarie”, ossia rivoluzione o catastrofe sociofisica, può anche essere risolto con il sorpasso del disastro. Disastro che impedirebbe la trasformazione sociale necessaria per impedirlo. E in questa corsa per chi arriva prima all’appuntamento con la storia, la catastrofe sociofisica mi appare avvantaggiata.

Il pessimismo della ragione porta a dipingere la realtà così com’è, anche per far notare maggiormente la traccia lasciata dall’ottimismo della volontà. Ma il punto è che oggi non è affatto chiaro se possediamo un’alternativa qualsiasi. Tuttavia, essendo animali ogni tanto razionali, siamo costretti ad inventarci qualcosa, ad agire come se credessimo che un’altra politica della scienza ed un altro mondo siano possibili, anche perché sappiamo che se tutto continua ad essere così com’è, a diventare impossibile sarà “il mondo”.

Qualcuno potrà vederlo come una provocazione, ma io penso che nel 2019 non si sa chi abbia avuto maggiore successo rivoluzionario da un punto di vista strategico tra la III Internazionale e Gandhi. È vero che Gandhi non ha costruito la sua India artigianale e frugale, ma lo è pure che nemmeno la III Internazionale ha costruito un mondo socialista.

In senso materialista, penso, la lezione di Gandhi dovrebbe servire per potenziare politicamente i movimenti alternativi, i piccoli nuclei marginali o meno, che esistono, costruendo ponti tra questi e il movimento dei lavoratori, che ritengo ancora il protagonista essenziale.

Per un militante della sinistra il corollario dovrebbe essere quello gandhiano: bisogna avere il telaio in casa. Tradotto in termini odierni significa, ad esempio, smettere di inquinare mentre si parla intensamente contro l’inquinamento; significa non chiudere il pensiero o i temi ma aprirli, cercando di aggiungere ad ogni osservazione un’altra apertura, sentirsi pensante mentre si pensi ma cercare di pensare assieme agli altri, socraticamente; significa non sostituire la coppia “vero/falso” con “valido/non valido”, “coerente/incoerente”, “consistente/inconsistente”, “utile/inutile”. Il “vero” e il “falso” sono quelli della lingua corrente, della tradizione scientifica, delle ovvietà, di Aristotele. Il “valido/non valido” è una coppia buona per intellettuali da non prendere sul serio. Figuriamoci quando lo dicono addirittura in inglese.

Pur se geniale, al buon Marx mancavano elementi per riflettere su molti aspetti che oggi conosciamo tutti. Ritorno al nostro “Manifesto”, non per tentare un’analisi esauriente dell’opera ma poiché sentendone parlare spesso a vanvera, credo utile ricordarne le basi e le problematiche ulteriormente definite dal tempo trascorso.

Fin dalla frase iniziale Marx ed Engels giocano a carte scoperte: “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi […] È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, le loro finalità, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso”. La frase finale identifica i protagonisti convocati: “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”

Checché se ne pensi, era un canto alla uguaglianza e alla giustizia sociale.

Il testo, scritto e pubblicato in tedesco, era stato incaricato agli autori dalla Lega dei Giusti (Bund der Gerechten), organizzazione operaia clandestina tedesca nata nel 1836 a Parigi che comprendeva lavoratori di diversi paesi europei e sezioni organizzate in Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito e Svezia. La Lega dei giusti diventerà Lega dei comunisti nel 1847.

Inizialmente la diffusione del Manifesto si limitò ai gruppi rivoluzionari tedeschi ma dalla seconda metà del XIX secolo è stato tradotto in quasi tutte le lingue europee e ha raggiunto una grande popolarità, sia nel movimento operaio europeo, sia in quello delle colonie dove questi operai erano presenti.

Il “Manifesto del Partito Comunista” è diviso in un preambolo e quattro capitoli: “I. Borghesi e proletari”, “II. Proletari e comunisti”, “III. Letteratura socialista e comunista”, “IV. Posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti di opposizione”.

In un Paese arretrato e pauroso com’è oggi l’Italia, probabilmente a qualcuno sembrerà un discorso preistorico o limitato agli “studiosi”. Nulla di più falso. Anzitutto, poiché il “Manifesto” è il secondo libro più venduto al mondo (dopo la Bibbia). Poi, perché si può tranquillamente affermare che Marx ed Engels siano stati gli scrittori politici più influenti della storia.

Tra l’altro, nel 2018, il bicentenario della nascita di Karl Marx non è stato commemorato solo in Italia tra i Paesi cosiddetti industrializzati. Al riguardo esiste una lunghissima biografia.

Azzardo una spiegazione a tanta paura: le classi dirigenti del Paese dove tutto deve cambiare perché tutto rimanga uguale (anche se la moda è moda, cantava Gaber), possono sentirsi maltrattate dall’inizio folgorante de “Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte” (1852):

“Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”[16].

Se a qualcuno quest’affermazione suona artefatta o superata, gli consiglio di guardare i TG. Limitandomi alle ultime settimane ricordo “Il colpo di mano … di Guaido” (RAI News), “4 israeliani uccisi e 23 palestinesi morti” (idem, suppongo morti per l’afa), “L’incendio di Notre Dame forse è stato accidentale, ma è sospetto l’aumento degli incendi nelle chiese cristiane” (Calcio Italia), le zucchine di mare, la rivendicazione dell’italianità di Leonardo e via ridicoleggiando.  

Nel XIX secolo, le nuove modalità di produzione, di comunicazione e di distribuzione avevano creato una enorme ricchezza, ma il 10% della popolazione possedeva praticamente tutto e l’altro 90% nulla (forse non vi suona nuovo). Nella misura che le città ed i Paesi s’industrializzavano, la ricchezza si contraeva ulteriormente ed i ceti medi s’impoverivano fino a lambire il livello socioeconomico dei lavoratori manuali. All’incontrario di oggi però, la crescita delle disuguaglianze era accompagnata dalla scomparsa delle ideologie che l’avevano resa naturale ed i delinquenti erano coloro che commettevano reati, non coloro che li denunciavano. Quindi, diventava inevitabile che i lavoratori ne osservassero le vere caratteristiche e progettassero di rovesciare il regime che la sostentava.

Marx, un rivoluzionario che mise la sua vita e il suo lavoro al servizio della rivoluzione comunista, aveva previsto questo sbocco. Le rivoluzioni ebbero effettivamente luogo, ma non nelle forme né nei luoghi che lui aveva predetto.

Tra i suoi apporti fondamentali, il materialismo storico concentra l’attenzione sulla produzione materiale e sulle leggi economiche della società. Per Marx, la società si evolve in base all’incremento delle sue produzioni materiali. Il suo modello sociopolitico si distingueva delle altre proposte socialiste del XIX secolo perché teoricamente basato su premesse scientifiche. La lotta di classe che contraddistingue il materialismo storico avrebbe generato le trasformazioni delle società umane.

Come i “socialisti utopici”, anche Marx ed Engels partivano da una critica all’ordine capitalista ma, diversamente da questi, ne analizzavano il funzionamento per concludere che le sue stesse leggi l’avrebbero portato alla distruzione.

Il “Manifesto” era, quindi, molto più di una proclama politica. Conteneva una teoria della storia, della meccanica economica e delle classi sociali, a partire dalle quali si profetizzava l’ineluttabilità della rivoluzione proletaria.

Era una logica materialista che proclamava che le società non si trasformano in base alle idee ma per le contraddizioni tra i sistemi e gli interessi di classe.

Tuttavia, questa logica materialista era anche un’utopia. L’utopia dell’uguaglianza, della proprietà collettiva dei mezzi di produzione, del lavoro di tutti in beneficio di tutti, un’utopia volontaristica.

Per Marx ed Engels, “la storia di ogni società fino ai giorni nostri è la storia della lotta di classi”, dai patrizi e plebei dell’antica Roma ai servi e signori nel feudalesimo e fino ai borghesi e proletari del capitalismo. Il borghese è proprietario dei mezzi di produzione ma sono i proletari a generare il valore delle merci con quei mezzi. La borghesia è una classe dinamica che ha avuto un ruolo storico rivoluzionario: rovesciare il potere feudale. La sua prosperità deriva dalla crescita dell’industria e del commercio, potenziati dall’apertura di nuovi mercati in seguito alla scoperta dell’America e all’apertura dei mercati dell’Asia.

Il “Manifesto” proponeva quindi un programma in 10 punti, che all’epoca della sua stesura assumevano il valore di un programma rivoluzionario per i Paesi più industrializzati. Tramite queste dieci misure si sarebbe attuato quella che in seguito sarebbe stato denominata dittatura del proletariato.

I dieci punti erano:

  1. Espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita fondiaria per le spese dello Stato.
  2. Forte progressività dell’imposta.
  3. Abolizione del diritto di successione.
  4. Confisca della proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.
  5. Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.
  6. Accentramento di tutti i mezzi di trasporto in mano allo Stato.
  7. Moltiplicazione delle fabbriche nazionali, degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano collettivo.
  8. Eguale obbligo di lavoro per tutti, costituzione di eserciti industriali, specialmente per l’agricoltura.
  9. Unificazione dell’esercizio dell’agricoltura e dell’industria, misure atte ad eliminare gradualmente l’antagonismo fra città e campagna.
  10. Istruzione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Eliminazione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche nelle loro forme attuali. Combinazione dell’istruzione con la produzione materiale.

Nel prologo dell’edizione tedesca del 1872, Marx ed Engels annotavano: “L’applicazione di questi principi dipenderà dalle condizioni esistenti”. Ammettevano: “Se dovessimo formularlo oggi (1872), questo passaggio avrebbe altro carattere riguardo molti aspetti”. Infine, sfumavano: il proletariato in lotta contro la borghesia è costretto alla conquista del potere politico, ma “dopo la scomparsa delle differenze di classe e quando tutta la produzione sarà concentrata in mano alla società”, l’egemonia politica di classe da parte del proletariato diventerà innecessaria “e la vecchia società borghese sarà sostituita da un’associazione in cui il libero sviluppo di ognuno sarà condizione del libero sviluppo di tutti”.

In termini pratici, il “Manifesto” era un programma per l’organizzazione mondiale del proletariato. Proprio per questo, è stato costantemente aggiornato in base alle lezioni tratte dalle esperienze storiche dei lavoratori. Dopo la morte di Marx, Engels ha continuato l’opera completando l’edizione de “Il capitale” e controllando e correggendo ogni articolo pubblicato.

Karl Marx e Friedrich Engels non hanno potuto verificare le loro predizioni sulla fine del capitalismo, ma il marxismo ha inciso profondamente nella storia successiva.

Oltre ogni critica a posteriori, Marx ed Engels intrapresero la costruzione di un’ideologia anti egemonica quale base dello smantellamento dell’ideologia borghese tra la classe lavoratrice. Di fatto, il “Manifesto” è uno sforzo cosciente per dare forma all’ideologia della nuova e crescente classe lavoratrice, ed è uno sprone alla sua organizzazione.

Resta che la lotta contro gli imperialismi ed il potere capitalistico continua ad essere la chiave per raggiungere il benessere, la fratellanza, l’uguaglianza e la libertà: Tanti anni dopo va ripetuta, ma con toni ancora molto più urgenti, il suo proclama finale:

“Lavoratori e lavoratrici del mondo, unitevi!”

Rodrigo A. Rivas

maggio 2019


[1] John Maynard Keynes, “The General Theory of Employment, Interest and Money”,MacMillan, Londra 1936. Tr. It. “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, UTET, Torino 2006.

[2] “I diavoli” di Fëdor Dostoevskij (1873)  racconta la storia di un gruppo di ragazzi che hanno perso ogni spinta ideale; “Le mani sporche” (1948) di Jean Paul Sartre, la storia dell’assassinio di Lev Trockij; “I giusti” (1949), di Albert Camus, la storia di un uomo consapevole dei propri errori e dei propri limiti ma totalmente incapace di uscire da se stesso per opporsi a questa esistenza effimera. 

[3] Eric Hobsbawm, “The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914–1991”, Time Warner Books, Londra 2002. Tr. it. “Il Secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi”, Rizzoli, Milano 1995.

[4] Francis Fukuyama, “The End of History and the Last Man”, Free Press, 1992. Tr. it. “La fine della storia e l’ultimo uomo”, Milano, Rizzoli, 1992.

[5] “Tesi su Feuerbach” (“Thesen über Feuerbach”), breve scritto di Karl Marx dell’aprile 1845, riportato alla luce da Friedrich Engels dopo la morte dell’autore. Consultabile in https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1845/3/tesi-f.htm

[6] Shan Han, “Montagna Fredda”, Tararà edizioni, Verbania 2013.

[7] Franz Fanon, “Les Damnés de la terre”, Maspero, Perigi 1961. Tr. it. “I dannati della terra”, Einaudi, Torino 2000. Si può leggere anche in https://laboratorioodradek.files.wordpress.com/2013/05/fanon-i-dannati-della-terra.pdf

[8] Walter Benjamin, “Über den Begriff der Geschichte”, 1940. Pubblicato postumo nel 1950, Suhrkamp, Francoforte a.M. Traduzione italiana “Sul concetto di storia”, Einaudi, Torino 1997.

[9] R. A. Rivas, “La città dei bambini”, “The Practitioner”, edizione italiana, Milano gennaio 1990.

[10] Primo Levi, La tregua”, Poesia introduttiva scritta nel luglio 1946, Einaudi, Torino 1963.

[11]Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789”, consultabile in

www.dircost.unito.it/cs/docs/francia1789.htm

[12] “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, Il Melangolo, Genova 2007, e in https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_dei_diritti_della_donna_e_della_cittadina

[13] Per approfondimenti, vedere Sophie Mousset, “Olympe de Gouges e i diritti della donna”, Argo, Lecce 2005.

[14] Per chi sia interessato ad una prima approssimazione del tema suggerisco:

Palermo Zulma e Quinteros Pablo (a cura di), “Anibal Quijano. Textos de Fundación”, Ediciones del signo, Buenos Aires 2014.

Alberto Acosta, “El Buen Vivir. Sumak Kawsay, una oportunidad para imaginar otros mundos”, Icaria editorial, Barcelona, 2013

Alberto Acosta, Eduardo Gudynas, François Houtart, Henry Ramírez Soler, Joan Martínez Alier, Luis Macas “Colonialismos del siglo XXI. Negocios extractivos y defensa del territorio en América”, Icaria editorial, Barcelona 2011.

Álvaro García Linera, Conferenza sobre “Estado, Revolución y construcción de Hegemonía”, 17 aprile 2012, consultabile in https://www.youtube.com/watch?v=K9sUyrQi3p0

[15] Al Pacino in “Scarface”, film del 1983 diretto da Brian de Palma. “Scarface”, lo sfregiato, era il sopranome di Al Capone

[16] Karl Marx, “Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte”, Editori Riuniti, Roma 1974.

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