Vite che capitano e vite da capitano [1]

      “C’era una volta un marinaio, che fece un giardino vicino al mare.
E diventò giardiniere.
      Quando c’era il giardino in fiore, il marinaio se ne andò,
per quei mari di Dio”

Antonio Machado[2]

“Dammi il coraggio per accettare quello che non posso cambiare,
la forza per cambiare quello che posso cambiare,
e la saggezza per distinguere tra le due cose”

Reinhold Niebuhr “Serenity Prayer” [3]

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Probabilmente, così come capita di scontrarsi con un raffreddore, a Enzo Rossi capitò di lavorare nel Comune di Città di Castello. Senz’altro, non appena ne ebbe la possibilità scelse di occuparsi de “l’Altrapagina” a tempo pieno. Fu il suo tragitto tra una di quelle vite che capitano e una vita da capitano, un capitano curioso che, con l’impudicizia di un bambino, sommergeva di domande non solo il malcapitato interlocutore, ma tutti, anzitutto sé stesso. È stato un capitano giornalista, una professione formalmente numerosa, ma solo formalmente.

Penso che domandarsi sul valore pratico di questa scelta equivalga a domandarsi sul valore pratico di fare e farsi delle domande in un mondo che offre – al contrario di quanto si pensa normalmente – solo risposte poiché, così com’è configurato, lo stesso mondo è una risposta complessa che anticipa domande che non abbiamo ancora fatto e/o, persino, che non si possono fare.

Penso al mondo cosiddetto “naturale” o cosmo, che prima di metterci davanti ad enigmi – come le stelle – ci regala la luce del sole, la risposta atmosferica che ci permette di vivere senza farci troppe domande.

Penso anche all’universo sociale, quella rete di risposte articolate in cui mettiamo piede ogni mattina ben sapendo come vestirci, come salutare, a chi rispettare e, ancora più importante, da dove otteniamo i nostri mezzi di sussistenza.

Di fatto, cioè, penso che una società sia un appiccicoso complesso di risposte nei cui corridoi ci muoviamo con maggiore o minore facilità ma sempre considerando come un dato acquisito che non esista un altro ordine possibile e, quindi, senza farci troppe domande.

La risposta, in ogni momento e per sempre, è proprio quella: Tutto.

È vero che non tutte le domande sono interessanti, ma quelle che non lo sono non sono vere domande.

La domanda dell’innamorato che ancora ignora se la sua amata lo vorrà, non è una domanda interessante per tutti, ma sì lo è la domanda sull’amore stesso; non ha interesse universale la domanda di un lavoratore che non sa se la banca gli concederà un prestito, ma ce l’hanno le domande sul lavoro e sull’attività della banca.

Come a dire che soltanto il domandare sul mondo – naturale o sociale – può essere definito come un domandarsi d’interesse generale, come domande filosofiche nel buon senso della parola.

E le risposte? Come sono le risposte d’interesse generale? Oserei dire che non ci sono risposte propriamente d’interesse generale e che – a seconda del caso – le risposte alle domande di senso sono risposte scientifiche, antropologiche, religiose, urbanistiche, politiche.

Davanti alla domanda del giornalista che si occupa degli interessi reali della sua gente, rispondono le diverse discipline, teoriche e “pragmatiche”, senza mai esaurire lo spazio per continuare a porre domande.

Ma, allora, in quale senso si può attribuire un valore pratico a una domanda di senso? E, più in generale, a cosa serve domandare?

Penso che, basicamente, domandare serva a indebolire il mondo.

E a cosa può servire indebolire il mondo?

Penso che serva ad introdurne permanentemente l’idea della morte – quella naturale e quella sociale – e, con questa, la differenza tra ciò che è risolvibile e ciò che è irrisolvibile.

Detto diversamente, penso che domandarsi sull’amore è domandarsi sulla stessa possibilità di eternizzarsi come corpo mortale e che domandarsi sul lavoro significa domandarsi sulla stessa possibilità di introdurre un ordine diverso di riproduzione dei corpi (e della mortalità).

Ovvero, penso che un mondo indebolito sia un mondo nel quale ho un’idea approssimativa di ciò che sono (“conosci te stesso”) e di ciò che posso fare (“cambiare ciò che è risolvibile”), un mondo nel quale, essendo debole, ho bisogno di compagnia e, anche, un mondo dove essendo forte, posso agire.

Non volendo sembrare troppo pirla, preciso che so bene che nessuna domanda di senso porta, da sé, ad intervenire nel mondo ma, aggiungo, mi sembra altrettanto chiaro che nessun mondo può essere trasformato senza una domanda di senso.

E penso che la domanda ultima, al margine persino della ricerca di senso, è quella decisiva: vogliamo cambiarlo oppure no?

Ecco, durante gli oltre 20 anni che l’ho conosciuto, ho sempre pensato e sentito che Enzo volesse farlo, fosse impegnato a farlo.

Perché Bertolt Brecht diceva che gli imprescindibili sono quelli che lottano tutta la vita, so che, senza di lui, la mia vita sarà più difficile d’ora in avanti.

R.A. Rivas

Giugno 2015

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[1] Scritta da “Ivan”, poeta di strada attivo nel milanese, sull’anfiteatro antistante Bonola, Milano, 2016

[2] “Parábolas, III”, 1917

[3] Robert McAfee Brown (a cura di), “Serenity Prayer”, in “The Essential Reinhold Niebuhr: Selected Essays and Addresses” Paperback, 1987

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