Contro la fantasia

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro perché il «male» ed il «potere» hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità, farmi umile e accettare che sia questa la realtà?

Francesco Guccini, “Don Chisciotte” (“Stagioni”, 2000)

La fantasia non ha limiti. Il mondo ne ha.

La fantasia è inebriante. Adottando i suoi parametri, possiamo vedere geni volanti, eseguire trasformazioni magiche, osservare tavoli che si riempiono di cibo da soli, sorprenderci davanti a gnomi che attraversano i muri e a gracili fate che fanno scomparire giganti, mangiare pareti di torrone e trasformare le zucche in carrozze (senza dimenticarci dei profeti che separano le acque del mare con un bastone). Insomma, bastano un apriti sesamo o un abracadabra perché miti e racconti facciano scomparire gli ostacoli che la geologia e la storia pongono sulla strada degli umani. Come a dire che Perrault, i fratelli Grimm, Andersen, Hoffmann, e prima ancora Esopo, erano grandi fantasiosi che riuscivano ad alleggerirci delle miserie del mondo sublunare con dei sogni scatenati.

Il problema è che questi nomi non racchiudono quelli di tutti i fantasiosi, e neppure di quelli principali.

Per esempio era fantasioso pure Serse I di Persia. Erodoto racconta che dopo il fallimento totale del suo primo tentativo di passare l’Ellesponto – poiché una tempesta aveva distrutto i cavi di lino e di papiro dei ponti – ordinò che lo stretto stesso fosse frustato trecento volte e che delle catene venissero gettate in acqua. E già che c’era, ordinò pure che gli ingegneri che avevano progettato il ponte fossero decapitati.

Era fantasioso anche Qin Shi Huangdi (letteralmente “Primo Imperatore della dinastia Qin”), famoso per essere stato il committente dell’imponente esercito di terracotta e l’iniziatore della muraglia cinese, ma anche, per aver fatto punire la montagna che gli ostruiva il passaggio e dichiarare, per la cronaca: “io ho apportato l’ordine alla folla degli esseri e sottomesso alla prova gli atti e le realtà: ogni cosa ha il nome che le conviene. Io ho distrutto nell’Impero i libri inutili. Io ho favorito le scienze occulte, affinché si cercasse per me, nel paese, la droga d’immortalità”[1].

A riprova che la fantasia non incontra limiti, quando a Mao Zedong fu riferito di essere stato paragonato al primo imperatore, avrebbe ribattuto: “Egli seppellì vivi 460 studiosi; noi ne abbiamo sepolti vivi quarantaseimila. Voi [intellettuali] ci accusate di essere dei Qin Shi Huang. Vi sbagliate. Noi abbiamo sorpassato Qin Shi Huang di cento volte”[2].

Fantasiosi furono i grandi macellai della storia, come Hernán Cortés, che ordinò di non lasciare memoria di ciò che c’era stato prima del suo arrivo nelle sventurate terre degli aztechi e dei maya. Come Klemens von Metternich, che al Congresso di Vienna (1814/1815) affermò il principio dell’equilibrio europeo creando la Santa Alleanza, un patto di reciproco aiuto tra le potenze in caso di insurrezioni popolari, imponendo così la restaurazione. Come Leopoldo II, l’imperatore belga che tra il 1905 e il 1960 fece inventariare il Congo come un arnese della sua cucina. Come l’imperatore Hirohito, che governò fino al 1989 grazie al fatto che

la riuscita campagna per assolvere l’imperatore dalle responsabilità di guerra non conobbe limiti. Hirohito non fu solo semplicemente presentato come innocente di ogni atto formale che avrebbe potuto renderlo indiziato come criminale di guerra. Egli fu trasformato in una figura quasi santa senza la minima responsabilità morale per la guerra, con il pieno supporto del quartier generale di MacArthur. In effetti l’accusa era come una squadra di difensori dell’imperatore[3].

Come Cecil Rhodes, Stalin, Pinochet, Barbablù e alcuni cantautori (l’elenco non pretende di essere esaustivo, ovviamente). Come Hitler, che infatti, da buon fantasioso scrisse: “Uno Stato che nell’epoca dell’avvelenamento delle razze si dedica a coltivare i suoi migliori elementi razziali, è destinato a diventare un giorno il signore del mondo[4]. Come il presidente della multinazionale Monsanto, che nel 2015 dichiarava: “Il glifosfato è al 100% biodegradabile e del tutto innocuo per la salute” (In Italia è stata messa in commercio anche la versione “bio” del Roundup, pubblicizzata così: “Roundup BIOFLOW non causa alcun problema alla fauna (animali, pesci, insetti utili, lombrichi e api). Perché è più sicuro per l’ambiente: si degrada al 100%, grazie ai microrganismi presenti nel terreno, dando origine a sostanze naturali quali l’acqua, anidride carbonica, azoto e fosforo”. Come Dominique Strauss-Kahn, l’ex capo del FMI, che sosteneva fosse possibile conciliare la protezione sociale con il neoliberismo.

Molto spesso, ci dimentichiamo di vivere in un mondo dominato, e non liberato, dalla fantasia. Oltre 75 anni fa, il delirio dettato dalla purezza razziale e dalla superiorità ariana distrusse l’Europa e uccise 60 milioni di “ostacoli” (e sono solo le vittime accertate). 75 anni dopo il capitalismo (non solo il neoliberismo) squaglia i ghiacciai, scoperchia le montagne, perfora i fondi marini. Il tutto sempre più celermente e illimitatamente. Primeggia la malsana idea che si devono liberare i vizi individuali per produrre benessere generale. Che basta affidarci ad una soluzione tecnologica per riparare in modo retrospettivo tutti i danni che i “mezzi di distruzione” provocano con la loro ricerca di “crescita”. Eppure, è difficile capire perché dobbiamo sempre avere una macchina nuova, una casa nuova, o un corpo nuovo. Non riesco a capire come si possa essere, contemporaneamente, a favore della uguaglianza e della disuguaglianza, dei diritti dei poveri e dei ragionamenti dei ricchi, della benevolenza e del diritto alla tortura, della democrazia e della dittatura, del governo del cambiamento e della flax tax.

Quando la fantasia, che ignora i limiti, pedala nell’aria senza disporre dei mezzi per materializzarsi, fa ricorso alla magia. Così, avviene a volte con le fiabe, ci fa ridere con un pianto liberatore. Quando la fantasia, che ignora i limiti, dispone del denaro, delle armi, della polizia, della conoscenza per applicare calcoli matematici e procedure razionali di organizzazione, penetra la terra come i denti di una scavatrice. E il mondo, con i suoi alberi, i suoi monti ed i suoi bambini, trema di dolore.

Disponendo di grandi mezzi, come quelli che possedeva Hitler, un sogno astratto può sopprimere milioni di creature concrete prima di scontrarsi con un muro.

Disponendo di mezzi smisurati, come quelli che possiede il capitalismo, il muro ultimo, la condizione di ogni esistenza e di ogni sogno, è sul punto di crollare.

Gli antichi greci chiamavano hybris questo intervento materiale della fantasia attraverso il potere o la ricchezza. Poiché secondo loro si trattava di un eccesso sacrilego, di un’insubordinazione blasfema contro i limiti umani, affermavano che gli dei punivano i responsabili con una catastrofe – una “rivoluzione” – che rimandava il mondo al suo equilibrio originale. Conseguentemente, i tiranni, i ricchi ed i fantasiosi manager dell’epoca finivano nell’Ade, dove si dedicavano a far rotolare pietre o a girare loro stessi su ruote di fuoco.

Contrariamente agli arretrati greci, oggi la fantasia capitalista genera a malapena una fantasia contraria, giusta, automatica. Succede perché si tratta di una fantasia che ci piace, che ci sembra seria, appetibile e – infine – perché in modo del tutto capriccioso la riteniamo reale. Il problema è che effettivamente è normale, è stata fatta diventare normale. Perché se è vero che il capitalismo spende 1.000 miliardi di dollari all’anno per le armi, lo è anche che ne spende la metà – 500 miliardi- in pubblicità. Serve a farci vedere quanto sono belle le automobili quando circolano libere su strade desertiche, su montagne innevate o pianure ghiacciate (“è clever”, ovvero intelligente, perspicace). Serve per imporre i suoi imperativi terroristici dettati dalla pura immediatezza. Serve per prospettarci i suoi magici accessi alla salute, alla bellezza, al prestigio, alla felicità. La pubblicità serve, insomma, per trasformare la potenza generata dalla ricchezza in spettacolo domestico e addomesticato, quotidiano e trascendente, comunque di noialtri.

Il contrario della fantasia è l’immaginazione, Neppure questa riconosce limiti, ma resta sempre incatenata ai fagioli e alle scarpe, ovvero, ci parla sempre così come mangia. L’immaginazione è una facoltà umana molto antica, molto modesta, molto domestica, che curiosamente è riuscita a sopravvivere alle più avverse circostanze (sopravvisse persino sotto il sole nero, e cioè sotto il nazismo). Tristemente, tuttavia, dobbiamo constatare che oggi, così come avviene con la memoria, sembra sul punto di soccombere alla fantasia mercantile.

Il punto è che esiste una grande sproporzione di mezzi. Mentre la fantasia vola, la immaginazione procede a piedi. Mentre la fantasia passa al di sopra di tutte le creature, dei loro corpi e dei loro limiti, l’immaginazione deve tessere a uno a uno i fili emananti dalle creature per arrivare più lontano.

Nei suoi sofferti percorsi orizzontali, da un fagiolo a una ciotola, da un fazzoletto al giocattolo di un bambino, l’immaginazione inizia il suo percorso da molto vicino e, per così dire, sempre in una forma direttamente interessata. Ad esempio, procede poiché “quel bimbo potrebbe essere mio figlio”.

Poi, passando per quella vasta rete ferroviaria fatta dai corpi, saltabeccando da corpo a corpo, non riesce più ad arrestarsi e continua a rodare al livello del suolo, fino a comprendere potenzialmente l’insieme degli esseri viventi.

Bisogna ricordarlo: gli esseri viventi sono sì innumerevoli, ma non sono infiniti.

A cosa serve l’immaginazione? A mio parere, anzitutto serve per collocarsi al posto esatto dell’altro, e per ubicarsi nel luogo probabile di sé stesso.

Penso cioè che, tramite l’immaginazione, riusciamo anzitutto a sentire come se fossero cosa nostra e propria il dolore o la felicità degli altri. Ovvero, riusciamo a sentire ciò che chiamiamo compassione e amore. È questione tutt’altro che ideologica. Ad esempio, ci racconta Tzvetan Todorov, sotto il nazismo ci furono uomini e donne che, non riuscendo a supportare la sofferenza degli ebrei, saltavano sui vagoni della morte (perché saltare sul fuoco può anche essere un atto riflesso), per condividere il loro destino[5].

Funziona anche alla rovescia: l’immaginazione serve per mettere l’altro nella nostra pelle.

Esempio banale: da parecchi anni, a Madrid, a Parigi, a Bruxelles, a Roma, e forse pure a Gorgonzola o Canicatti, molte persone dormono per strada coperte da cartoni, e nella misura in cui la crisi continua, il loro numero aumenta continuamente. Tuttavia, quando passiamo accanto a una di queste persone, spesso sentiamo compassione (non vale per i leghisti, va da sé, e senza offesa), ma mai ci viene in mente che potrebbe succedere anche a noi. Non ci viene in mente poiché ci lasciamo dominare da un’assurda fantasia in base alla quale i nostri meriti o i nostri Dei (meglio se tutti e due), escludono assolutamente questa possibilità.

Intendo dire che anche per rappresentarci il dolore altrui abbiamo bisogno d’immaginazione.

E voglio dire che ci vuole immaginazione per rappresentarci il nostro stesso dolore, la nostra stessa vecchiaia, la nostra stessa morte futura. Poiché senza l’immaginazione, tutto è fantasia. E perché la sommatoria risultante dal binomio fantasia e immaginazione, e la nostra passività nei confronti della loro hybris distruttiva, costituiscono la prima garanzia dei profitti della Monsanto, dei fabbricanti di armi, della British Petroleum e della Banca Intesa.

Le leggi dell’offerta e della domanda sono ridicolmente ingiuste: dieci uomini chiedono pane, il mercato concede dieci cioccolatini, ma a uno solo. Soprattutto, però, il mercato è in sé stesso una grande fantasia. Sogna, irresponsabilmente, che esiste un’offerta infinita senza mai considerare – tra l’altro – che come spiegava il padre della bioeconomia, Nicholas Georgescu-Roegen, esiste pure la domanda delle generazioni future[6].

Anche Georgescu-Roegen ha avuto lontani predecessori, presumo sconosciuti perché barbari non europei (in questo caso per scelta). Non parlo dei popoli indigeni, ma, per esempio, del paraguaiano Rafael Barrett, che scriveva nel 1908:

Socialisti, anarchici, neocristiani, spiritualisti, teosofi … Cosa significa tutto questo? Cosa vuol dire quest’universale reazione contro il religioso, questa filosofia che diventa sentimentale e profetica, questa letteratura preoccupata del al di là, questi poeti, storici e critici che diventano riformatori sociali, questi propagandisti di bellezze che erano state dichiarate inutili? Cosa vuol dire questa rinascita dell’inquietudine, del mistero, della sacra angoscia salvifica dei germi?

Secondo Montesquieu, amare gli sconosciuti, dare la vita per ciò che ci è completamente altro, è il traguardo più sublime al quale possa chiunque aspirare. Coincido solo in parte.

Va bene amare la propria famiglia, ma è meglio sacrificarsi per la patria, per la sua gente, che è più grande e meno nostra. È ancora molto meglio sacrificarsi per l’umanità, che è ancora più grande e sconosciuta.

Ma, c’è ancora di meglio: se ci fosse un’altra anima più alta e più profonda, capace di albergare l’anima dell’umanità stessa, l’atto supremo sarebbe sacrificare ciò che di umano c’è in noi a quella realtà migliore.

Orbene, quella realtà esiste, e non è Dio. È l’umanità futura, le cui domande non hanno posto nel mercato proprio perché futura.

Per i razionalisti, al di fuori della coscienza, nulla c’era e nulla c’è. Per questo non si allontanarono né si allontanano mai del luminoso circolo, il centro dell’intelligenza, e per ciò quanto hanno costruito è così chiaro, così elegante, così evidente e così falso[7].

Anch’io credo che quell’umanità futura non ci sia del tutto sconosciuta. Penso che possiamo già immaginarla e seguirla, ad esempio, attraverso i nostri figli, saltando da generazione in generazione, da scalino a scalino, impegnando tutto il proprio corpo. Forse sarà una forma di pazzia, ma così facendo sono riuscito ad arrivare fino all’anno 10.258 (è il massimo che sono riuscito a contabilizzare).

È certamente una forma di pazzia. Ma, detto sommessamente, per evitare che ci ascoltino i divoratori di primavere, mi sembra molto più folle chiamare realismo la fantasia distruttiva del mercato, e utopia la preoccupazione per i nostri amici e per i nostri e i loro figli.

Comunque, poiché Nietzsche diceva che “è meglio essere folle per proprio conto che saggio con le opinioni altrui[8], chiudo con un altro frammento dell’epigrafe gucciniano. Canta Sancho, che ci riferisce sulla follia del “cavaliere dalla triste figura” con buon senso contadino:

Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore, contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore.

È la più triste figura che sia apparsa sulla Terra, cavalier senza paura di una solitaria guerra, cominciata per amore di una donna conosciuta, dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta, ma credendo di aver visto una vera principessa, lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.

E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere, non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere, e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini, proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini.

È un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello: io che sono più realista mi accontento di un castello.

Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza, quant’è vero che anch’io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza!.

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[1] Citato in Naissance de Lucifer, Fata Morgana, 1992, p. 9, di Roger Caillois

[2] Mao Zedong sixiang wan sui! (1969), citato da Kenneth Lieberthal, “Governing China: From Revolution to Reform”, W. W. Norton, New York- Londra 2004.

[3] John Dower, Embracing Defeat, W. W. Norton, New York- Londra 1999.

[4] Adolf Hitler, Mein Kampf. Edizione critica, note e commenti. A cura di Francesco Perfetti, Biblioteca storica – Documenti, 2016, pubblicato in allegato nella collana “Hitler e il Terzo Reich”, a cura di William Shirer, “Il Giornale”, Milano.

[5] Tzvetan Todorov, “Le morali della storia”, Torino, Einaudi, 1995.

[6] Nicholas Georgescu-Roegen, “Bioeconomia. Verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile”, Bollati Boringhieri, Torino 2003; “Energy and economic myths”, Conferenza alla Yale University, 8 novembre 1972, in “Southern Economic Journal” 41, 1975; “The Ecologist”, 5, (5), giugno 1975, e 5, (7), agosto-settembre 1975. Traduzione italiana “Energia e miti economici”, in “Energia e miti economici”, Bollati Boringhieri, Torino 1998.

[7] Le citazioni sono prese da “El dolor paraguayo” (1909), Prologo di Augusto Roa Bastos, Biblioteca Ayacucho, Ayacucho 1978. “Lo que son los yerbales” (1910). “Diálogos, conversaciones y otros escritos” (1918), in Rafael Barret, “Obras completas”, Tantín, Santander 2010.

[8] Friedrich Nietzsche, “La gaia scienza” (1882), Adelphi, Milano 1965.

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