Macri o della “sublime” arte del saccheggio[1]


Il Presidente argentino Mauricio Macri nel dicembre 2015 – Marcos Brindicci | Reuters

È così che abbiamo visto per tutta la seconda presidenza di quell’ineffabile
umorista che, durante un raptus d’ispirazione,
stillò questa goccia d’elisir filosofico:
«In Perù» sentenziò il Presidente Prado, «ci sono due specie di problemi: 
quelli che non si risolvono mai e quelli che si risolvono da soli». 
L’ignoranza dei contadini impedì che un così interessante assioma filosofico
venisse propagato. 
I problemi dei contadini si risolsero a colpi di fucile.”
Manuel Scorza[2]

L’indebitamento acquisito dal macrismo non trova riscontri nella storia argentina.  

– dopo la Seconda guerra mondiale, tramite il Piano Marshall gli USA stanziarono complessivamente 17 miliardi di dollari (equivalenti a 120,535 miliardi di dollari odierni) in 4 anni.

Qualunque fossero le motivazioni politiche, dal punto di vista economico con quei soldi l’Europa ha ricostruito la sua infrastruttura e capacità produttiva, oltre a rinforzare il suo Stato sociale.

– il debito accumulato dal Governo Macri nei suoi 3 primi anni equivale ad un Piano Marshall ai valori attuali. Di questi, il FMI ha apportato finora 39 miliardi di dollari e ne trasferirà altri 18 miliardi di dollari addizionali nei prossimi mesi.  

Nell’Argentina, l’economia si è contratta del 2%, i prezzi sono aumentati del 168,9%, la disoccupazione del 10,1% e la povertà del 32%.

– il governo Macri ha avuto la maggiore disponibilità di valute della storia argentina. Nel loro insieme – le entrate di valuta per debito, esportazioni e inversioni esterne – ha ricevuto 130 miliardi di dollari ogni anno, di cui solo il 56% derivato dalle esportazioni.

In dollari del 2018, durante la Dittatura (1976-1983) si sono ricevuti 28 miliardi di dollari annui, durante quello della Convertibilità (1991-2001) si sono ricevuti 65 miliardi di dollari annui, durante il Kirchnerismo (2003-2015) si sono ricevuti 89 miliardi di dollari annui, di cui l’86% dalle esportazioni.  

– ogni 100 dollari a sua disposizione, Macri ne ha impiegato 60 nei capitoli finanziari (fuga di capitali, interessi, pagamento del debito e trasferimento all’estero di utili e dividendi), 17 per importazioni oziose e soltanto 23 per l’importazione di beni vincolati alla produzione.  

– in base a stime realizzate applicando il modello econometrico classico, stante la disponibilità in valuta del macrismo, se l’economia argentina si fosse disimpegnata seguendo i canoni delle ultime 4 decadi (peraltro non brillantissime), il PIL argentino del 2018 avrebbe superato del 8% il PIL del 2015. Invece, è stato inferiore del 2%. Detto diversamente: l’impiego dei dollari applicato nel modello economico Macri ha fatto dimagrire l’economia argentina del 2%. Se, viceversa, le valute fossero state impiegate come si era fatto precedentemente, sarebbe cresciuta del 8%.  

– in questi 3 anni, l’economia argentina ha semplicemente buttato via circa 3,985 miliardi di pesos per l’uso – per evitare accuse di tendenziosità, chiamiamolo sfortunato – delle valute.

Utilizzo questa cifra in pesos poiché equivale al costo – ovviamente in pesos – di costruzione di 5.756 ospedali, di 32.217 scuole, o a 31 anni dell’Assegno Universale per ogni bambino.

– per quanto riguarda il lavoro, non sarebbe diminuito il tasso di occupazione ma si sarebbero creati fino a 130.000 nuovi posti di lavoro.  

Ciliegina sulla torta argentina: qualsiasi saranno i risultati elettorali tra qualche mese, il prossimo governo dovrà pagare in soli 4 anni 130 miliardi di dollari per una quota del capitale più i relativi interessi sul debito estero. Salvo per chi esporta dollari patacca, e cioè per gli USA, sarebbe un compito proibitivo per qualsiasi Paese, più ancora per un Paese come l’Argentina isolato sui mercati finanziari internazionali fin dagli inizi del 2018 proprio per la sfiducia sulla macroeconomia locale.

Va da sé: ciò renderà ancora più complicate le possibilità di rifinanziare il debito.

Sarà stato il saccheggio o sarà che gli argentini hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità?

Ciliegina sulla torta latinoamericana e dei Paesi impoveriti: Macri non è il saccheggiatore, ma solo un saccheggiatore e, infatti, il flusso di capitali in uscita dai Paesi poveri, inclusi quelli illegali, non ha mai smesso di crescere. Mi limito al resoconto presente nel «Rapporto 2010» pubblicato dall’ONG statunitense Global Financial Integrity (GFI):

“Tra il 2000 e il 2008, il flusso illegale di capitali provenienti dai Paesi impoveriti, includendo la distorsione di prezzi del commercio internazionale, l’evasione fiscale e la corruzione, è stato di circa 6.500 miliardi di dollari annui.

In America Latina la fuga di capitali si è duplicata, raggiungendo una media annua di 123 miliardi di dollari senza considerare i trasferimenti legali fatti dalle multinazionali verso i loro Paesi di origine.

Il 5% della fuga di capitali deriva della corruzione dei governi, il 31% dalle attività criminali e il 64% dai flussi commerciali.

La maggior parte della fuga di capitali avviene manipolando i «prezzi di trasferimento» e le transazioni fraudolente tra imprese appartenenti allo stesso gruppo.

I Paesi della regione che registrano maggiori fughe di capitali sono: Messico, 46 miliardi annui; Venezuela, 17 miliardi annui; Argentina, 10 miliardi annui; Cile, 8 miliardi annui; Costa Rica, 4,4 miliardi annui.

Questa tendenza ha un carattere strutturale e non dipende dalle fasi, di espansione o di contrazione, dell’economia. Funziona grazie ad un’ingegneria finanziaria internazionale ben oliata dall’opacità e dal segreto bancario (…)

In ordine d’importanza, le principali destinazioni dei capitali usciti illegalmente sono lo stato di Delaware (USA), Lussemburgo, Svizzera, Londra, Isole Cayman, Irlanda, Bermuda, Singapore, Belgio, Hong Kong, Jersey, Austria, Guernsey, Bahrein e Olanda.

Per raccogliere questi capitali, il 23,3% delle filiali delle quattro banche principali del Regno Unito hanno sede nei paradisi fiscali dove vi si trovano pure oltre 1.000 filiali delle 12 principali banche statunitensi”[3].

Primo conteggio elementare: tra il 1982 e il 2006 solo l’America Latina ha regalato ai Paesi ricchi – legalmente – oltre 7 Piani Marshall. Dal 2000, con l’aumento della fuga – illegale – di capitali, il regalo è diventato uguale ad un Piano Marshall annuale.

Secondo conteggio elementare: tra il 1970 e il 2007, il solo ammontare dei capitali esportati legalmente per pagare gli interessi sul debito estero latinoamericano ha superato il capitale ricevuto effettivamente di 102 volte. Curiosamente, però, il debito estero si è moltiplicato per 48. Tecnicamente, questo moderno miracolo della moltiplicazione del pane e dei pesci si deve all’ingegneria finanziaria o, più pedestremente, al tasso d’interesse composto. Va da sé: le matematiche, non i matematici, sono incolpevoli.

Il colmo della mascalzonaggine consiste nel garantire che si cerca di aiutarli a casa loro.

Il colmo della spiritosaggine in affermare che Christine Lagarde, principale complice di Macri nel saccheggio argentino (tra molte altre nefandezze), abbia sostenitori progressisti.

“Quando Vanzetti è stato arrestato, aveva in tasca un volantino che convocava ad un incontro che doveva tenersi cinque giorni dopo. È un volantino che potrebbe distribuirsi oggi, in tutto il mondo, appropriato come lo era il giorno del suo arresto.

Diceva:

«Hanno combattuto in tutte le guerre.

Hanno lavorato per tutti i capitalisti.

Hanno deambulato per tutti i paesi.

Hanno raccolto il frutto delle loro fatiche, il premio delle loro vittorie?

Forse il passato regala loro qualche consolazione?

Il presente li sorride?

Il futuro gli offre qualcosa?

Hanno trovato un pezzo di terra dove possano vivere come esseri umani e morire come esseri umani?

Su questi temi, su questi argomenti della lotta per l’esistenza, Bartolomeo Vanzetti interverrà nell’incontro»”[4].

La riunione deve ancora tenersi.

R. A. Rivas

Città di Castello, luglio 2019  


[1] Tutti i dati argentini sono presi dallo studio Macri anatomía de una deuda inútil”, di Guillermo Oglietti, Pablo Wahren, Nicolás Oliva, Alfredo Serrano Mancilla,pubblicato dal Centro Estratégico Latinoaméricano di Geopolítica (CELAG), nel luglio 2019. Il rapporto completo si trova inhttps://www.celag.org/macri-anatomia-de-una-debito-inutil/

[2] Manuel Scorza, “Rulli di tamburo per Rancas”, Feltrinelli, Milano 1974.
Tutta l’opera letteraria di Manuel Scorza è dedicata alla difesa degli indigeni e delle comunità contadine del Perù. Nella sua pentalogia nota come “La Ballata” (“La Balada”), o “Guerra silenziosa” (“Guerra silenciosa”), combinando poesia, racconti popolari e storia illustra la loro lotta senza tempo per recuperare le terre sottratte dalle multinazionali minerarie e dai grandi latifondisti. Prendono corpo così le epiche lotte contro il recinto, che giorno dopo giorno avanza con la sua barriera d’acciaio e filo spinato sottraendo campi agli indigeni contadini, e le loro rivolte represse nel sangue. I 5 volumi della pentalogia sono “Rulli di tamburo per Rancas” (“Redobles por Rancas”, 1970), “Storia di Garabombo, l’invisibile” (“Historia de Garabombo, el invisible”, 1972), “Il cavaliere insonne” (“El Jinete Insomne”, 1976), “Cantare di Agapito Robles” (“Cantar de Agapito Robles”, 1976) e “La Vampata” (“La Tumba del Relámpago”, 1978). In Italia sono stati pubblicati dalla casa editrice Feltrinelli.

[3] BBC, “Global Financial Integrity Report”, Londra 11 febbraio 2011. Il rapporto è consultabile, in inglese, in https://www.globalintegrity.org/resource/global-integrity-report-2010-data/

Per quanto riguarda l’Argentina, vedere Magdalena Rua, “Fuga de capitales IX. El rol de los bancos internacionales y «el caso HSBC»”, dicembre 2015, documento di lavoro per il Programma “Fuga de Capitales” del CEFID-AR (Centro d’Economia e Finanze per lo Sviluppo dell’Argentina), coordinato da Jorge Gaggero dal 2006 fino al 2016, quando è stato chiuso d’autorità. Il nono studio della serie “Fuga de Capitales” è consultabile in https://www.justiciafiscal.org/wp-content/uploads/2017/02/LIBRO-FUGA-DE-CAPITALES.pdf

[4] Howard Zinn:A Power Governments Cannot Suppress”, City Lights Books, San Francisco, 2007.

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