Ai tempi della grande bugia

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“Nel paese della bugia, la verità è una malattia”

Gianni Rodari[1]

Il 20 marzo 2003 aveva inizio la guerra degli Stati Uniti in Iraq. Da questa parte del mondo l’anniversario è passato sotto silenzio. Come altre guerre recenti o ancora in corso, sembra diventata parte di un rumore di fondo: un’altra guerra, un’altra bugia.

Il 5 febbraio 2003 l’allora segretario di Stato degli Stati Uniti, Colin Powell, intervenendo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in diretta televisiva mondiale, parlava di un grosso faldone dei servizi segreti sulle armi biologiche dell’Iraq e di “laboratori mobili per la produzione di quelle armi”. Mostrando una fialetta contenente polvere bianca, l’agitava nervosamente e la definiva “la pistola fumante” che rendeva inevitabile l’invasione dell’Iraq. A scanso di equivoci aggiungeva: “Saddam Hussein può produrre circa 25 mila litri di antrace in pochissimo tempo”.

Oggi sappiamo che quelle informazioni erano assolutamente false: in Iraq non esistevano né laboratori mobili né arsenali di armi di distruzione di massa. Sappiamo anche che non si è trattato di una uscita estemporanea, ma di un’invasione lungamente progettata.

Il 10 ottobre 2015, il quotidiano britannico “Daily Mail” ha pubblicato un paio di documenti dell’aprile 2002 – provenienti dalle mail di Hillary Clinton e resi pubblici grazie ad un’ordinanza di un tribunale degli Stati Uniti – che dimostrano che Blair ha fornito una non meglio qualificata garanzia di partecipare al conflitto un anno prima dell’inizio dell’invasione”.

Il 28 ottobre 2015 Blair doveva arrendersi all’evidenza, confessando tutta la montatura in un’intervista televisiva.

Per i non pochi che considerano che il solo errore politico imperdonabile sia la sconfitta elettorale, il genocidio a cui ha dato origine questa bugia non scalfisce di una virgola la suprema ed illuminata intelligenza di Blair.

Nel settembre 2015, ad esempio, nell’intervento d’apertura della Direzione nazionale del suo partito, Matteo Renzi, oltre a sferzare la sinistra interna prendendo a mo’ di esempio il risultato elettorale di Atene (“Le scissioni funzionano come minaccia non al momento elettorale. Per usare un tecnicismo, anche sto Varoufakis se lo semo tolti. Chi di scissioni ferisce, di scissioni perisce”), specificava: “Non si tratta di capire se si è blairiani o anti-blairiani. Si tratta di vedere se si va alle elezioni come alle Olimpiadi, cioè per partecipare, o se si pensa che si possano anche”[2].

Successivamente, con tenacia degna di migliore causa, mentre si trovava in gita a Londra per presentare un suo libro (marzo 2018), ribadiva: “Jeremy Corbin come leader del Laburisti non rappresenta neppure un decimo del valore del suo predecessore Tony Blair”.

Secondo uno studio, la guerra e l’occupazione in Iraq hanno causato, circa mezzo milione di vittime tra il 2003 e il 2011, con un picco nel 2006-2007.Con tutta probabilità si una stima prudente. Ai circa 405.000 morti attribuibili alla guerra e all’occupazione tra il 2003 e il 2011, devono aggiungersi, secondo le stime degli autori, almeno altre 56.000 vittime che appartenevano a famiglie costrette a lasciare l’Iraq. Più del 60 per cento delle morti in eccesso (rispetto all’aspettativa di vita media) di uomini, donne e bambini iracheni è stata direttamente causata da colpi d’arma da fuoco, bombe, attacchi aerei o altre violenze; il resto è dovuto a cause indirette, dallo stress che ha favorito un aumento degli infarti alle pessime condizioni degli ospedali e delle fognature”[3].

Secondo il rapporto “Costs of War”, della Brown University, le conseguenze di questa bugia, che naturalmente non scalfisce il genio blairiano, ha ucciso anche quasi 5.000 militari statunitensi, ha lasciato centinaia di migliaia di civili e militari feriti ed è costata oltre 2.000 miliardi di dollari finora (ma non è la guerra attiva più lunga della storia statunitense, che è la guerra in Afghanistan, che ha ormai superato i 17 anni)[4].

Con questa grande bugia vennero coinvolti migliaia di giovani statunitensi – nella stragrande maggioranza poveri lavoratori, neri e migranti – inviati in Iraq o in Afghanistan per uccidere, ferire e torturare altri giovani. Quelli che non ritornarono in una bara o in una barella, sono spesso colpiti da malattie psichiatriche. La popolazione rende loro omaggio prima di quasi tutte le partite importanti di baseball o di calcio.

Come ogni guerra, anche la guerra contro l’Iraq è stata prodotta da una grande bugia diffusa dalla stragrande maggioranza dei media e da un ceto intellettuale legato al potere. Fino ad oggi, nessuno di loro ha mai pagato per le conseguenze delle loro bugie né è stato chiamato a rispondere della sua complicità.

Per la guerra d’Iraq la giustificazione è stata creata dal nulla davanti a tutti garantendo che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa, era corresponsabile degli attentati dell’11 settembre ed era uno Stato santuario di terroristi.

Era tutto falso. Ma che fosse falso lo si sapeva già allora, quando milioni di persone si mobilitarono contro la guerra, molto probabilmente nella maggiore mobilitazione della storia contro la guerra.

Nell’Iraq, l’obiettivo della guerra nulla aveva a che fare con la democrazia, la libertà o l’assistenza umanitaria. Lo scopo era cambiare il regime ed impossessarsi del petrolio.

Tra i maggiori e più feroci promotori della bugia inscenata dal governo di George W. Bush si contavano due personaggi tornati oggi agli onori della cronaca: Elliott Abrams e John Bolton, accompagnati da un nutrito gruppo formato dagli stessi capetti dei media e dagli intellettuali dei think tank, i carri armati pensanti, sia conservatori che liberali. Oggi, tutti insieme appassionatamente, si spendono ancora per un’altra guerra, quella che punta al petrolio del Venezuela.

Quante guerre giustificate da bugie hanno gli USA attualmente in corso? Oltre a quella ai confini contro i migranti e a quella permanente contro il narcotraffico, vanno contabilizzate una serie di azioni belliche continue in diverse aree del mondo.

Secondo il rapporto “Costs of War” precedentemente citato, oggi gli Stati Uniti realizzano “attività antiterroristiche” in 80 Paesi, e cioè nel 40% dei Paesi del pianeta. Per queste guerre, dopo l’11 settembre 2001 hanno speso 5.900 miliardi di dollari (quasi 4 volte il PIL italiano). Solo in Iraq, Afghanistan e Pakistan hanno ucciso direttamente oltre 480.000 persone, di cui oltre il 50% civili, adoperando giustificazioni ingannevoli o false.

Ma, se il costo delle bugie è stato altissimo, ai bugiardi non è costato nulla.

Ciò malgrado, non credo sia un passo in avanti, mentre le vittime aumentano, le bugie sembrano destinate a diminuire. Ormai non si richiede più nemmeno l’esibizione di prove false. Basta un’«autocertificazione», di Macron o di Trump.

Ovvero, dopo la figuraccia del piccolo Bush e dei suoi amici, i potenti non vogliono rischiare, nemmeno il ridicolo.

E se non serve nemmeno far finta, figuriamoci se servono le prove.

Ad esempio, in Venezuela i camion degli aiuti umanitari contenevano solo materiali per la guerriglia urbana. Ma erano aiuti umanitari. Parola della RAI e delle sue consorelle.

R.A. Rivas

25 marzo 2019

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[1] Gianni Rodari, “Gelsomino nel paese dei bugiardi”, Einaudi, Torino 1959.

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/21/direzione-pd-renzi-a-minoranza-scissioni-a-sinistra-anche-sto-varoufakis-se-lo-semo-tolti/416834/

[3] Dan Vergano “L’Iraq, mezzo milione di morti dopo. Una ricerca traccia un nuovo bilancio del conflitto che ha sconvolto il paese”, “National Geographic Italia”, ottobre 2013 www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2013/10/17/news/l_iraq_mezzo_milione_di_morti_dopo-1851504/

[4] “Costs of War”, Watson Institute for International and Public Affairs, Brown University, Providence (RI) settembre 2016 https://watson.brown.edu/costsofwar/costs/economic

Sulle molte difficoltà per aggiornare queste cifre vedere il paper di Steven Aftergood, Direttore del progetto di studio sui segreti del governo della Federation of American Scientists, “The Costs of War: Obstacles to Public Understanding”, Watson  Institute for International and Public Affairs, Brown University, Providence (RI) 14 settembre 2018.

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