Venezuela: Il Blackout elettrico

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Il nome del gioco, sabotaggio. La modalità, guerra elettrica.

Dal pomeriggio del 7 marzo il Venezuela vive un blackout che ha lasciato senza elettricità oltre due terzi dell’intero territorio nazionale.

Che si tratti di un caso o del frutto dell’incapacità dei tecnici venezuelani lo possono credere solo i media italiani ed europei (negli USA non succede) e il Napo (ma forse questo fa solo il pazzo).

In termini semplici: il 7 marzo è stato attaccato da hacker di Stato il sistema di controllo automatico della Centrale Idroelettrica Simón Bolívar, che rifornisce la maggior parte del territorio venezuelano. La centrale, quarto impianto al mondo per potenza installata, ha subito un’aggressione informatica che ha inoltre danneggiato tre dei cinque generatori d’appoggio.

Dopo 36 ore, si era riusciti a ristabilire il funzionamento del sistema elettrico nel 70% del Paese, ma nuovi attacchi hanno interrotto il funzionamento di 150 sottostazioni. Quando si dice il caso.

Sabato 9, migliaia di venezuelani sono usciti per strada a ripudiare l’aggressione. Secondo Maduro, “parte di una guerra elettrica preannunciata, diretta dall’imperialismo statunitense”.

A nemmeno tre minuti dall’inizio dell’aggressione, il senatore per la Florida Marcos Rubio, capofila mediatico dell’aggressione, spediva un tweet: “ALLERTA: riceviamo informazione di un blackout in tutto il #Venezuela proprio adesso; 18 dei 23 Stati ed il distretto capitale sono completamente senza energia elettrica. Lo è anche l’aeroporto principale e non funzionano i generatori di emergenza”. Quando si dice il caso.

A quell’ora le autorità non avevano ancora reso noto che i generatori d’emergenza erano stati danneggiati.

Seguiva un tweet di Mike Pompeo, Segretario di Stato degli USA, non del Venezuela, simpaticamente esplicito: “Non c’è cibo. Non ci sono medicinali. Adesso non c’è elettricità. Prossimamente non ci sarà Maduro”.

L’8 marzo, alle 5 del pomeriggio, Marco Rubio lanciava un nuovo messaggio: “Il blackout elettrico in atto ormai da 25 ore in tutto il Venezuela, ha già provocato danni economici devastanti a lunga scadenza. In un batter di ciglia, l’intera capacità di produzione di alluminio del Paese è stata distrutta dai danni provocati dal blackout”.

Elliott Abrams, inviato speciale per il Venezuela di Donald Trump, avvertiva: “Il blackout nazionale del Venezuela è un ammonimento. Tutta l’infrastruttura è stata saccheggiata e deteriorata dalla cattiva gestione di Maduro. Non esiste alcun rapporto tra i problemi del Venezuela e le sanzioni imposte dagli Stati Uniti”. Per un attimo non ho pensato che a parlare fosse il criminale Abrams, qualificato tale dai tribunali USA per le sue operazioni nel Nicaragua all’epoca di Reagan, ma un TG Italiano. Me ne scuso. Che io sappia, nessun mezzobusto italiano è stato ancora condannato ed escludo che lo sia in futuro. Dopotutto, si limitano a leggere veline.

A Caracas, il Napo s’è immediatamente accodava al coro dei suoi patrocinanti: “Il blackout resterà fin quando finisca l’usurpazione”. Già che c’era, ha invocato l’articolo 187 della Costituzione venezuelana, che autorizza l’intervento militare esterno a determinate condizioni: “L’applicheremo quando arrivi il momento”.

Le interpretazioni stanno a zero: il Napo ha ribadito il suo accordo ad un’invasione armata del suo Paese da parte di potenze straniere.

Il sabotaggio elettrico è solo l’ultimo passaggio – finora – dell’assalto statunitense al Venezuela. Lo scopo è sempre quello del “D Day” (23 febbraio): dividere le forze armate e stabilire una testa di ponte all’interno del territorio dove installare il governo parallelo di Juan Guaidó e sbarcare le truppe statunitensi (e forse anche olandesi e colombiane, per ora), richiamate col pretesto dell’aiuto umanitario. A tale scopo, aumentano scientemente la fame e la disperazione della popolazione civile nella speranza di provocare una rivolta. Curiosi liberatori.

Ma la lunga catena di aggressioni statunitensi contro una nazione sovrana sembra avere avuto un effetto paradossale. Nonostante la fazione di estrema destra cappeggiata da Guaidó, incoraggiata dall’appoggio di Washington, continui certamente ad avere una presenza e una relativa capacità di mobilitazione interna, sembra attraversare un brutto momento: assumendo esplicitamente un ruolo assolutamente subordinato all’impero, sembra avere perso la sua legittimità riguardo altri settori dell’opposizione per i quali risulta inammissibile un tale livello di subordinazione. Vogliono sì un Paese liberato da Maduro, ma lo vogliono anche indipendente.

Come a dire che l’operato del Napo rivela la sostanziale incapacità di assumere il dato dell’autonomia nazionale. È accaduto prima a ben più intelligenti e preparati analisti. È accaduto, ad esempio, a Karl Marx, riguardo proprio le lotte indipendentiste capeggiate da Bolivar.

Per chi conosce qualcosa della recente storia del Venezuela, non è una novità.

Ad esempio, nel 2017 l’opposizione ha perso legittimità ed appoggio quando la sua strategia fondata sulle guarimbas, per costringere Nicolás Maduro a rinunciare, ha portato la violenza negli stessi quartieri degli oppositori.

Ora quella tendenza si è approfondita. Per quanto possa sembrare strano ad alcuni politicanti in questa parte del mondo, alcuni (o molti) oppositori non sembrano avere come loro massima aspirazione quella di diventare vassalli di Miami o strumento della Dottrina Monroe in chiave antibolivariana.

Come a dire che giustificare il sabotaggio elettrico fregandosene dei danni (e delle vittime), è facile da fare dagli studi della Rai o dall’aula del Senato italiano. Ma a Caracas non lo è.

Come a dire che a Roma si può aspirare a diventare una pedina della strategia imperialista degli Stati Uniti accumulando meriti per ottenere credibilità verso Trump. Ma nell’America Latina diventare pedine di Washington per impossessarsi del petrolio venezuelano e mettere fine alla sovranità nazionale è invece un’opzione vicina al suicidio politico.

Lo è persino negli Stati Uniti. Forse per Fassino e co si tratta solo di un’americanata inadatta ai sabaudi, ma il fatto è che Bernie Sanders si oppone esplicitamente alla politica di Washington. La domanda è: lo fa perché deve differenziarsi ad ogni costo, perché ci tiene alla schiena dritta o per puro estremismo?

Secondo me lo fa perché è talmente primitivo da tradurre “avere dei principi” in: “avere idee sorrette da un minimo di coraggio”.

Il guaio, se ho ragione, è che purtroppo non sono beni acquistabili al supermercato.

R. A. Rivas

13 marzo 2019

 

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