Buon compleanno Manifesto. I Diritti Umani aprono una nuova strada

Buon compleanno Manifesto. I Diritti Umani aprono una nuova strada

Il 21 febbraio 1848 si pubblicava la prima edizione del “Manifesto del Partito Comunista”, di Karl Marx e Friedrich Engels. La sua critica alla società e il suo programma di azione hanno segnato il XX secolo. Per festeggiare l’anniversario pubblico alcune riflessioni ispirate a quel pensiero, quella che segue è la terza puntata.

Parte 3 – I diritti umani aprono una nuova strada

 “Sognavamo nelle notti feroci. Sogni densi e violenti sognati con anima e corpo: /tornare; mangiare; raccontare. /Il comando dell’alba: “Wstawać”, / e si spezzava in petto il cuore. / Ora abbiamo ritrovato la casa, / il nostro ventre è sazio. / Abbiamo finito di raccontare. / È tempo. / Presto udremo ancora il comando straniero: /“Wstawać”.

Primo Levi[1]

Non esiste una parentela tra i diritti umani ed il “Manifesto comunista”, ma esiste continuità. Nel terzo millennio il tema dei diritti umani non si lega necessariamente ad un disegno di sinistra, ma può esserlo in base al contesto di riferimento.

Ad esempio, quando nel contesto della guerra fredda e della dottrina della sicurezza nazionale gli Stati latinoamericani violarono il primo diritto, quello alla vita, alzare la voce contro era profondamente sovversivo.

Da quelle parti, e non solo, è ancora considerato sovversivo protestare, anche quando lo Stato ha autorizzato la fumigazione delle piantagioni OGM (e delle case vicine) con anticrittogamici chimici.

Anche se vista da questa parte del mondo non contiene in sé alcun virus di trasformazione sociale ma è, “semplicemente”, una protesta contro una decisione che diminuisce la qualità della vita, laddove la vita vale poco o nulla è una protesta sovversiva che ha un grande senso

La democrazia rappresentativa e le sue istituzioni transitano per spazi sempre più lontani dai veri conflitti globali che si muovono tra la vita e la morte. E, per mantenere ed aumentare i loro profitti, le élite estremizzano le pratiche contro le persone, le comunità e la natura.

La tendenza si sviluppa diversamente a seconda dei Paesi, dei tempi, dei territori e delle forme concrete di realizzazione, ma punta dovunque verso la determinazione di un nuovo spazio caratterizzato dalla maggiore durezza nell’esercizio del potere che, tuttavia, non può definirsi automaticamente come fascismo.

Questo il contesto in cui risulta rilevante collegare e contestualizzare in modo dinamico fatti che il potere politico-economico qualifica come isolati ed eccezionali: la politica di sterminio dello Stato d’Israele contro il popolo palestinese; le violazioni dei diritti di bambine e bambini nei centri di detenzione statunitensi; le migliaia di morti e scomparsi nel Mediterraneo negli ultimi 30 anni; il cimitero clandestino di migranti nel Sahara…

Tollerare quanto è eticamente intollerabile fa parte dei nuclei centrali della pratica politica. Mentre la sovranità popolare appare fuori dal fuoco illuminato dall’armatura istituzionale, il necrocapitalismo – che pone la morte, non solo i suoi effetti, al centro della gestione economica e politica – compare come categoria globale a giustificazione.

Pur non essendo una versione classica del fascismo – totale soppressione dei diritti e delle libertà, attacco generalizzato alla dissidenza e centralità dell’industria della morte – il diffuso autoritarismo apre la strada ad uno spazio dove pratiche finora eccezionali diventano regola.

Tra queste pratiche, alcune colpiscono la stessa configurazione dei diritti umani: la necropolitica, la loro frammentazione in base a categorie di persone, le pratiche razziste e patriarcali, i trattamenti eccezionali, la tratta di esseri umani, le deportazioni di massa.

Altre distruggono i diritti delle persone, dei popoli e della natura: la crisi climatica e la distruzione degli ecosistemi, i femminicidi ed i crimini contro i dissidenti di genere, i campi di concentramento per interi popoli (nel Sahara occidentale, ad esempio), la persecuzione ed eliminazione della dissidenza (nei vecchi socialismi reali, ad esempio), la diffusione di abitudini coloniali (in Libia ad esempio) e di guerre di distruzione di massa (contro i curdi, ad esempio) …

Altre colpiscono il nucleo centrale dei diritti collettivi: esproprio dei beni comuni, consolidamento della precarietà come nucleo costituente dei rapporti di lavoro, riorganizzazione neoliberista della produzione e della riproduzione, espulsione di milioni di persone dai loro territori per cedere terre e beni comuni alle grandi multinazionali…

Insomma, le élite, i governi e le istituzioni economico-finanziarie non solo eliminano e sospendono diritti, ma riconfigurano e ridefiniscono chi è soggetto di diritti e chi resta al di fuori della categoria esseri umani, mentre la feudalizzazione dei rapporti economici, politici e giuridici colonizza l’architettura istituzionale delle democrazie rappresentative.

Eppure, teoricamente tutti possiamo esigere il rispetto della vita e condizioni di vita dignitose, esprimere apertamente il diritto a vivere in pace, a non essere discriminati, a manifestare le proprie scelte sessuali o le preferenze religiose.

Penso che si debba riflettere seriamente anche sul diritto abbandonando comode reminiscenze sulle “infrastrutture”. Per obiettivi limiti personali, faccio solo alcune considerazioni generali.

La prima generazione dei diritti umani si limitava a quelli individuali. Rousseau, Montesquieu.

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, Le Barbier, 1789 circa, olio su tela, 71 x 56 cm, Parigi, Musée Carnavalet. A sinistra, il popolo francese che si libera dalle catene dell’Ancien Régime e indossa la corona della sovranità; a destra, l’Essere Supremo, che regge uno scettro e mostra un delta luminoso recante al centro “l’occhio supremo della Ragione che viene a dissipare le nubi dell’errore che l’hanno oscurato”, di ispirazione massonica.

Voltaire, Diderot, e dall’altra parte dell’oceano Washington, Jefferson, Franklin, Touissaint Louverture, Artigas, Bolívar, San Martin… concepirono tra la fine del ‘700 ed i primi dell’800 un mondo capace di superare i residui feudali, monarchici e teocentrici nei quali si muovevano le società europee e le loro colonie di oltremare. Ma è d’obbligo notare che non pochi residui di questa concezione sussistono ancora in parte importante delle periferie.

Fin dalla loro prima formulazione i diritti universali ebbero vita difficile.

La prima “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino”, 26 agosto 1789, figlia della Rivoluzione francese, s’incentrava sull’individuo garantendone la libertà di parola, di associazione e di spostamento. Ma non nominava neppure la donna.

Nel 1791 Olympe de Gouges proclamava, sempre sulle stesse basi concettuali, la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”. Da buona drammaturga, la de Gouges iniziava con un preambolo teatrale:

“Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi: chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata”.

Poiché la guerra generalizzata contro le donne è molto vecchia e per nulla sfarzosa, Olympia venne ghigliottinata il 3 Novembre 1793.

La sua esecuzione fu giustificata da due motivazioni: essersi opposta all’esecuzione di Luigi XVI, che lei riteneva “un errore politico”, ed essere donna.

La “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della cittadina” recitava: “Così come ha il diritto di salire sul patibolo, la donna deve avere altresì il diritto di salire alle più alte cariche”.

Dopo averla irrisa, il procuratore della Comune di Parigi, Pierre-Gaspard Chaumette, manifestò il suo compiacimento per una condanna a morte meritata “proprio perché aveva dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso”. Anticipando altri comportamenti giornalistici, il redattore capo del giornale repubblicano parigino “Le Moniteur universel”, Charles-Joseph Panckoucke, si adeguò immediatamente: “Olympe de Gouges volle essere un uomo di Stato. Sembra che la legge abbia punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso”[2].

Solo dopo molti anni (e molto altro sangue), le differenze economiche vennero prese in considerazione tra i diritti umani in quanto diritti collettivi. Anche i “Diritti di seconda generazione” furono formulati in termini “politicamente corretti”: diritto al lavoro, ad un salario giusto, ad un’abitazione decente.

Per la proclamazione dei diritti universali, cosiddetti “Diritti di terza generazione” (come il diritto alla pace e ad un ambiente sano) si dovrà aspettare fino al 1948, quando la “Dichiarazione universale dei diritti umani” dell’Organizzazione delle Nazioni Unite aggiunse di suo una quarta generazione riguardante i diritti delle minoranze.

Il grande tema delle diversità resta ancora oggi terreno di scontro e non solo riguardo al razzismo. Basterà ricordare che in Paesi come l’Italia, forze ritornate al governo vogliono retrodatarne alcune fino al periodo intercorso tra le due grandi guerre del cosiddetto secolo breve. Riguardano il diritto di famiglia e implicano misure discriminatorie verso le donne, le coppie omosessuali ed i figli di genitori separati.

La quinta generazione di diritti comprendente i “Diritti della terra” resta ancora legata alla elaborazione delle Costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador ma non è diventata cultura condivisa altrove. Costituisce, penso, uno dei principali apporti del periodo dei “governi progressisti” latinoamericani. In chiave locale, la fortuna di questi diritti dipenderà dell’esito dello scontro politico in corso. In generale, dipenderà da quanto l’estrema superbia del pensiero occidentale potrà riconoscere ed assumere pensiero proveniente da una periferia arretrata[3].

Le prime due generazioni di diritti umani avevano una base fondamentalmente giuridica.

Un secolo dopo, la formulazione del materialismo storico avrebbe avuto molte conseguenze anche sulle formulazioni contemplate in molte Costituzioni, definendo un contesto migliorato, anche radicalmente, delle società esistenti.

Ma l’essenza della proposta socialista sorta nella seconda metà del ’800 non si limitava a migliorare l’esistente, bensì rivoluzionarlo da cima a capo.

Questo viaggio prosegue domani,


[1] Primo Levi, La tregua”, Poesia introduttiva scritta nel luglio 1946, Einaudi, Torino 1963.

[2] Sophie Mousset, “Olympe de Gouges et les droits de la femme”, Éditions du Félin, Parigi 2003. Tr. it. “Olympe de Gouges e i diritti della donna e della cittadina”, Argo, Lecce 2005.

[3] Per una prima approssimazione al tema vedere:

Alberto Acosta, Eduardo Gudynas, François Houtart, Henry Ramírez Soler, Joan Martínez Alier, Luis Macas, “Colonialismos del siglo XXI. Negocios extractivos y defensa del territorio en América”, Icaria editorial, Barcelona 2011.

Álvaro García Linera, “Estado, Revolución y construcción de Hegemonía”, cinferenza del 17 aprile 2012, https://www.youtube.com/watch?v=K9sUyrQi3p0

Alberto Acosta, “El Buen Vivir. Sumak Kawsay, una oportunidad para imaginar otros mundos”, Icaria editorial, Barcelona 2013.

Rodrigo Andrea Rivas

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