Ecuador, USA e Assange: storie e peripezie non esemplari



Lenín Moreno, presidente de Ecuador, e Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale di Trump. (Foto: EFE/Reuters)

 “Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato,
nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza,
e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso,
solcato da nervature arcuate,
sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra.
Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole,
gli si agitava dinanzi agli occhi.

Franz Kafka[1]

1.- Il mattino del 2 aprile 2017, la Commissione elettorale ecuadoriana annunciava che Lenin Moreno aveva vinto il ballottaggio presidenziale.

La stessa sera, 2 aprile 2017, il presidente eletto da una coalizione di sinistra, si riuniva con Paul Manafort, responsabile della campagna elettorale del presidente statunitense Donald Trump tra giugno e agosto 2016, quando era stato costretto a dimettersi perché implicato in scandali di corruzione[2].

Il 27 ottobre 2017 Manafort è stato incriminato per reati commessi in Ucraina prima del rovesciamento del governo filo-russo di Viktor Yanukovych (2014). Nel giugno 2018 fu accusato di ostruzione alla giustizia e manomissioni dei testimoni mentre era agli arresti domiciliari. Successivamente, Manafort è stato processato in due tribunali federali. Nell’agosto 2018 è stato condannato nel distretto orientale della Virginia per frode fiscale e bancaria. Nel tribunale distrettuale di Washington si è dichiarato colpevole e ha accettato di collaborare con i pubblici ministeri. Il 26 novembre 2018 è stato accusato di avere violato il patteggiamento mentendo ripetutamente agli investigatori. Il 13 febbraio 2019, il giudice del tribunale distrettuale ha annullato l’accordo stipulato. Il 7 marzo 2019 è stato condannato a 47 mesi di prigione[3].

Probabilmente, la consegna di Assange agli USA è stata decisa già in quell’incontro. Il baratto prevedeva la consegna della testa di Assange in cambio di compensi pecuniari ed accordi commerciali.


Vista del centro storico di Quito. Sullo sfondo è visibile la Vergine di Quito, posta sul Panecillo – Foto Cayambe

2.- Al baratto concordato dal connubio MM (Moreno-Manafort), mancava il catalizzatore.

In chimica, un catalizzatore è una materia che interviene durante lo svolgimento di una reazione chimica modificando il complesso attivato della reazione. Ossia, abbassando l’energia di attivazione, ne aumenta la velocità.

Si stima che almeno il 60% di tutte le sostanze commercializzate oggi richiedano l’uso di catalizzatori in qualche stadio della loro sintesi. Perché dovrebbe farne eccezione una transazione come quella appena descritta?

Il 26 marzo 2019, nel contesto del degrado della situazione di Assange che ho descritto in un testo precedente, Wikileaks annunciava: “Il Parlamento ecuadoriano ha aperto un’inchiesta per corruzione contro il presidente, Lenin Moreno, in seguito alla pubblicazione di contenuti filtrati dal suo iPhone (Whatsapp, Telegram) e dal suo Gmail. Il “New York Times” ha informato che Moreno ha proposto di vendere Assange agli Stati Uniti in cambio di un condono di parte del suo debito”[4].

Era l’atto di apertura del caso “INA Papers”. I villani invitati erano il presidente dell’Ecuador, suo fratello Edwin e le figlie del presidente. La trama, un’operazione di riciclaggio di denaro per 18 milioni di dollari realizzata nel Belize.

Il nome INA deriva dalle lettere finali dei nomi delle tre figlie di Lenin Moreno: Ir(ina), Crist(ina) e Kar(ina). I 18 milioni di dollari percepiti da Edwin Moreno, capo dell’INA Investments Corp, sono stati riciclati da 11 aziende fantasma: Espíritu Santo Holdings, Fundación Amore, Fundación Esmalau, Fundación Pacha Mama, Inversiones Larena, Inversiones Maspal, Manela Investment Corp, Probata Investments, San Antonio Business Corp, Turquoise Holdings Ltd, Valley View Business Corp.

Malgrado Assange fosse scollegato dal mondo, Moreno l’ha incolpato di essere il responsabile della violazione della sua posta e del suo telefono.

“A Quito, la ministra Maria Paula Romo ha dichiarato in conferenza stampa: «C’è un piano di destabilizzazione in Ecuador che è legato agli interessi geopolitici» … E a New York, Hillary Clinton: «È chiaro dall’accusa che è venuta fuori che l’arresto riguarda l’assistenza all’hackeraggio di un computer militare per rubare informazioni dal governo degli Stati Uniti. Aspetterò e vedrò cosa succederà, ma deve rispondere per quello che ha fatto»”[5].

Hanno la faccia come il culo. Non conoscendo la vergogna, possono fare qualsiasi cosa senza scrupoli né pudore. Non è un apprezzamento estetico, ma un giudizio etico.

Di Lenin Moreno, oltre alla personalità empia, va messo in luce la sua radicale giravolta verso destra, messa in luce dalla conclusione di un accordo col FMI e la Banca Mondiale per 10 miliardi di dollari, in cambio di un severissimo programma di austerità che includeva tra l’altro il licenziamento immediato di 10mila funzionari dell’amministrazione pubblica.

Va pure detto che gli “INA Papers” della corrotta famiglia Moreno non sono una novità ma soltanto un altro capitolo dell’applicazione mafiosa del neoliberismo globale in America Latina. In questo caso, il capitolo d’imputazione è quello del riciclaggio nei paradisi fiscali di quantitativi di denaro atti ad acquistare le coscienze dei suoi governanti e/o dei manipolatori dell’opinione pubblica.

Per menzionare solo alcuni casi recenti, ricordo i “Panama Papers”, che coinvolsero Mario Vargas Llosa e il presidente argentino Mauricio Macri; i “Bahama Leaks”, che videro alla ribalta Pinochet, Macri e il PAN messicano; la truffa della Banca Stanford, che riciclava i soldi del Cartello del Golfo con l’aiuto dell’ex ministro degli esteri messicano (2000-2003) Jorge Castañeda Gutman. Si può aggiungere un lungo eccetera.

Il corollario è semplice: in America Latina non c’è neoliberismo senza riciclaggio.

3.- L’imperizia è tutt’altra cosa, anche se …

Il caso Assange mi ha riportato in mente il caso Abdullah Ocalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Un veloce riassunto:

Ocalan arrivò il 12 novembre 1998 in Italia accompagnato da Ramon Mantovani, all’epoca deputato di Rifondazione Comunista e responsabile Esteri del partito. Si consegnò alla polizia sperando di ottenere in qualche giorno l’asilo politico che gli era stato garantito da membri del governo presieduto da Massimo D’Alema. Tuttavia, il governo non glielo concesse per le pressioni ricevute dall’estero, in particolare dalla Turchia e dagli Stati Uniti, e dalle aziende italiane che temevano di essere boicottate dal governo turco.

Il 16 dicembre 1998 la quarta sezione penale della Corte d’Appello di Roma sentenziò che Abdullah Ocalan doveva essere considerato un libero cittadino, revocando l’obbligo di dimora e il divieto di espatrio che gli era stato imposto preventivamente il 20 novembre 1998. La Corte stabilì anche il non luogo a procedere nei confronti dell’estradizione, in riferimento al mandato di cattura emesso dalla Germania.

Il 23 dicembre 1998 Massimo D’Alema, durante la conferenza stampa di fine anno, diceva: “L’esito più probabile di questa vicenda è che Ocalan se ne vada dal nostro Paese”. Ma, aggiungeva, Ocalan deve essere d’accordo perché in caso di una vera e propria espulsione “sarebbe molto difficile per un pretore non imporre al governo il soggiorno obbligato per ragioni umanitarie”.

Comunque, a quel punto era evidente che il governo aveva deciso di far partire Abdullah Ocalan, ufficialmente con la formula di un “allontanamento volontario”.

Infatti, il giorno prima di partire Ocalan scrisse una lettera in cui sosteneva di aver deciso spontaneamente di lasciare l’Italia. Invece, è molto probabile che sia stato costretto a farlo[6]. Si sa che gli vennero proposte diverse destinazioni, principalmente in Africa (Guinea, Guinea Bissau, Mali, Sudafrica), ma che Ocalan le rifiutò tutte, ritenendole poco sicure. Alla fine, però, il 16 gennaio 1999 fu convinto a partire per Nairobi, in Kenya.

Pochi giorni dopo, il 15 febbraio 1999, Ocalan fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi durante un trasferimento dalla sede della rappresentanza diplomatica greca in Kenya all’aeroporto di Nairobi, e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Turchia, nell’isola di İmralı, dov’è rimasto fino ad oggi.

Il carcere di Imrali

Nell’aprile 1999, il Tribunale per la sicurezza dello Stato di Ankara accusò Abdullah Ocalan di tradimento e di attentato all’unità e alla sovranità dello Stato turco. Quindi, è stato condannato alla pena di morte perché ritenuto responsabile di tutti gli atti terroristici del PKK e della morte di migliaia di persone.

La condanna non è stata eseguita poiché l’allora presidente della Turchia, Bulent Ecevit, si oppose per non compromettere le trattative della Turchia per entrare nell’Unione Europea.

Nel 2002 la Turchia abolì la pena di morte e la pena di Ocalan si trasformò in ergastolo.

N.B.: negli Stati Uniti la pena di morte non è stata abolita.

“Signore e signori, i tempi son tristi:
è saggio chi è in ansia, cretini i vanesi.
Non vince le angustie chi ha perso del riso il gusto:
per questo la farsa scrivemmo
che voi ascolterete.
Ma, attenti! signori,
gli scherzi che udremo non stiamo a pesarli
a grammi, a millesimi; ma a cesti, a quintali!
Pesateli come patate, ed ancora cercate aiutarvi un po’ con l’accetta”[7].

R. A. Rivas

14 aprile 2019


[1] Franz Kafka, “Die Verwandlung”, Kurt Wolff, Lipsia 1915. Tr. it. “La metamorfosi”, Adelphi, Milano 1981.

[2] Karina Martin, “Ecuador Admits President Moreno Met with Paul Manafort in April”, 21 novembre 2017 https://panampost.com/karina-martin/2017/11/21/ecuador-admits-president-moreno-met-with-paul-manafort-in-april/?cn-reloaded=1

[3] Clark Mindock, Andrew Buncombe “Manafort sentencing: Trump’s ex-campaign manager sentenced to less than four years in jail for fraud”, Londra 8 marzo 2019 https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/paul-manafort-sentencing-trump-wheelchair-court-jail-a8813281.html

[4] Defend Wikileaks, “Ecuador twists embarrassing INA Papers into pretext to oust Assange”, https://defend.wikileaks.org/2019/04/03/ecuador-twists-embarrassing-ina-papers-into-pretext-to-oust-assange/

[5] Enzo Boldi, “In Ecuador è stato arrestato un uomo legato a Julian Assange”, “Il Giornale”, Milano 12 aprile 2019 https://www.giornalettismo.com/archives/2700714/julian-assange-arresto-ecuador

[6] Sergio Romano, “Il caso Ocalan e il dilemma del governo D’Alema”, Corriere della Sera, Milano 23 giugno 2017. https://www.corriere.it/solferino/romano/07-06-23/01.spm

[7]  Bertolt Brecht, “Herr Puntila und sein Knecht Matti”, Schauspielhaus Zürich, Zurigo 1950. Tr. it. “Il signor Puntila e il suo servo Matti”, Einaudi, Torino 1970.

Venezuela: Il Blackout elettrico

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Il nome del gioco, sabotaggio. La modalità, guerra elettrica.

Dal pomeriggio del 7 marzo il Venezuela vive un blackout che ha lasciato senza elettricità oltre due terzi dell’intero territorio nazionale. Leggi tutto “Venezuela: Il Blackout elettrico”

USA – lettera aperta di oltre 120 accademici contro l’azione del Governo sul Venezuela

Il Vicepresidente USA Mike Pence insieme a Juan Guaidó, in occasione del Summit del cosiddetto Gruppo di Lima, 25 febbraio 2019. Foto Luis Ramirez/Vizzor Image/Getty Images)

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La lettera che segue, firmata da 124 accademici, è stata indirizzata all’Ufficio di Washington per gli Affari Latinoamericani (WOLA) per esprimere la preoccupazione riguardo all’appoggio dato da questo ufficio a diversi aspetti della politica del governo Trump in Venezuela.

“La Washington Office on Latin America, fondata nel 1974, è un’organizzazione Leggi tutto “USA – lettera aperta di oltre 120 accademici contro l’azione del Governo sul Venezuela”

Quo Vadis Venezuela

I governi di Messico, Uruguay e dei paesi della Comunità dei Caraibi (CARICOM) propongono il Meccanismo di Montevideo come alternativa pacifica e democratica per il Venezuela. Photo @m_ebrard

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Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?
Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi?
Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?
Marco Tullio Cicerone, 8 novembre del 63 a.C.
(Incipit ex abrupto della prima delle orazioni dette Catilinarie)

So bene che continueranno ad affliggerci a lungo ma, per stupida testardaggine, rivolgo l’incipit della prima orazione Murena al console dell’Impero Donald Trump e ai molti suoi consolini in giro per il mondo, in particolare a quelli venezuelani.

Questo intervento parte dal fatto che, da oltre una settimana, è stato superato il “D day”, ossia il sabato 23 febbraio in cui gli USA avevano pianificato l’inizio dell’occupazione del Venezuela a partire da un “concerto”.

Va da sé: il rischio non è stato superato definitivamente. L’ipotesi d’intervento sussiste ed è stata solo tamponata.

…per concludere definitivamente le ipotesi di guerra bisogna coinvolgere l’America Latina ed i Caraibi. La strada è quella indicata dal “Meccanismo di Montevideo” sostenuto da Messico, Uruguay ed i Paesi del Caricom

A chi sia interessato ad approfondire, scusandomi dell’auto-pubblicità, rimando agli interventi pubblicati sul mio blog qui e qui, dei quali riassumo solo alcune indicazioni:

1) nel Venezuela esistono tre poteri costituiti: l’Assemblea nazionale, con presidente temporale Juan Guaidó, costituita in modo Leggi tutto “Quo Vadis Venezuela”

L’ABC della situazione venezuelana a pochi giorni dall’inizio del probabile massacro  

Il vicepresidente USA Mike Pence saluta Carlos Alfredo Vecchio, a destra, sedicente ambasciatore del Venezuela negli Stati Uniti nominato da Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente del Venezuela. FOTO: AL DRAGO/BLOOMBERG NEWS

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“La propaganda, le urla, l’odio di una guerra arrivano invariabilmente
da coloro i quali non la stanno combattendo …”
George Orwell[1]

Scrivo questo testo ben sapendo che ogni punto di vista è solo la vista (o visione) da un determinato punto di vista e, quindi, che la testa di ognuno di noi è là dove i propri piedi si posano.

In questo senso, e solo in questo senso, riesco ad interpretare benevolmente slogan che altrimenti considererei sterili, come “Io sto con Maduro”, “Io sto con la popolazione venezuelana”, “Io sto con la democrazia”. Sterili poiché, come tutte le osservazioni “senza sé e senza ma”, ossia svuotate da ogni riferimento temporale, spaziale e analitico, equivalgono al nulla. A voler essere buono, sarebbe come dire, “a Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie… Uh! com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore”. Ma, aggiungo, il geniale ma in questo caso troppo ottimista Battiato, ci ricorda in seguito che “in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore” [l’ottimista] per poi concludere che “sul ponte sventola bandiera bianca” [l’analista]. Certo, oltre alla genialità, il buon Franco è dotato di armonia[2].

L’immaginazione ci permette di viaggiare senza dover spostare i piedi dal posto che stiamo calpestando, ma non ci esime dal pensare alle conseguenze delle nostre idee e posizioni, dall’assumerci le conseguenze dell’azione propiziata sulla popolazione direttamente colpita.

Per quel che la conosco e immagino, come qualsiasi altra, la popolazione venezuelana non è fatta da kamikaze, da eroi o da aspiranti al martirio, bensì da normali persone disposte a sacrificarsi per le proprie idee con la ragionevole speranza di costruirsi un presente ed un futuro migliore e più degno.

Detto diversamente, penso che proprio quando la situazione diventa più difficile, dev’essere riaffermato e messo al centro di ogni elaborazione teorica, o di qualsiasi pretesa analitica, il rispetto alla vita in tutte le sue forme e manifestazioni.

Ma, confesso, forse lo penso solo perché ho superato da tanto i 30 inverni. Se, come credo ancora, “bisogna diffidare sempre da chi ha più di trent’anni”, posso anche accettare che considerare popoli fortunati quelli che non hanno bisogno di eroi, sia solo un segno di senilità. Detto positivamente, non sentendomi un eroe, non chiedo a nessuno di esserlo e, parafrasando Neruda, che con la chitarra in mano la musica è altra. I navigatori che persisteranno in leggere questo testo, sono quindi avvisati e mezzo salvati.

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Tra pochi giorni (23 o 26 febbraio), Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente dal suo seggiolino per ottenuta benedizione imperiale, dovrebbe schierare i suoi miliziani al confine con la Colombia, nel tentativo di costringere le Forze Armate Bolivariane (FAB) ad aprire il confine per far passare i cosiddetti “aiuti umanitari” spediti dagli USA. “Con sprezzo del pericolo e virile energia, posseduto da singolare tenzone”, ha detto davanti ad una foresta di telecamere (in un Paese nel quale l’informazione sarebbe sotto controllo): “Gli aiuti entreranno, sì o sì”. Dopo gli applausi virtuali per cotanto ardimento televisivo, gli impagabili media (impagabili per noi, perché troppo cari), ci hanno detto – non tutti – che nel frattempo la stessa Colombia, il Brasile e l’Olanda, avevano dichiarato di avere aperto altre zone di raccolta per gli “aiuti alimentari da destinare al Venezuela”[3]. Oh yeah.

“l’aggravamento del conflitto toglie spazio alle molte voci che, anzitutto nel Venezuela, propongono di generare le condizioni perché i venezuelani possano risolvere democraticamente il loro futuro.”

Esiste sempre la possibilità che la mobilitazione delle orde guaidiste si riveli un fiasco, ma se funzionasse, ne possono derivare tre situazioni diverse.

La prima è che Guaidó abbia successo. Implicherebbe che le FAB decidano, in toto o a maggioranza, di assecondarlo. Se le FAB cedono, la caduta di Maduro sarebbe vicina, se non imminente. Non credo affatto che i suoi alleati esterni siano disponibili a correre dei rischi per salvarlo (salvo i cubani, gli unici ad averlo fatto in altre circostanze ma, anche, in un’altra epoca storica), e sia la teoria che la storia mi dicono che contro un esercito compatto le pietre e la volontà di lotta della popolazione non bastano. La Intifada, le Intifade, sono eroiche e ammirevoli, probabilmente la sola possibilità che ha per esprimersi un popolo sottomesso, schiacciato, represso e affamato, per dimostrare la sua vitalità e dignità, per far vedere anzitutto a sé stesso che merita un futuro, ma non mi sembra abbiano migliorato la sorte materiale dei palestinesi[4].

Se le FAB si dividono, ciò che segue Leggi tutto “L’ABC della situazione venezuelana a pochi giorni dall’inizio del probabile massacro  “

Spigoli della Quarta Guerra Mondiale: Il Project Insect Allies

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1. Tramutazione dell’acqua in sangue, 2. Invasione di rane dai corsi d’acqua, 3. Invasione di zanzare, 4. Invasione di mosche, 5. Moria del bestiame, 6. Ulcere su animali e umani, 7. Pioggia di fuoco e ghiaccio (Grandine), 8. Invasione di cavallette/locuste, 9. Tenebre, 10 Morte dei primogeniti maschi.

 

Presumo che anche un lettore laicissimo abbia identificato l’elenco precedente, così come presumo che tutti sappiano che “le piaghe d’Egitto” sono le punizioni che, secondo la Bibbia, Dio inflisse agli Egizi affinché Mosè potesse liberare gli Israeliti dal paese dello schiavismo.

Presumo, infine, che sarete indulgenti e mi perdonerete la citazione.

Il fatto è che, senza scomodare la Bibbia, l’escalation militare in corso[1] assume forme simili. Tra le altre, anche quella di una Guerra Alimentare presente i cui protagonisti, in futuro, potrebbero essere gli insetti.

Secondo Wikipedia, “per guerra s’intende un fenomeno collettivo Leggi tutto “Spigoli della Quarta Guerra Mondiale: Il Project Insect Allies”

AMLO nel paese delle farfamiche. Puntata propedeutica

«Los Vietnamitas son chiquititos, son chiquititos, sí
pero con unos corazones asi de grandes, así.
Los yanquis son grandulones, parecidos a gigantes,
algunos como elefantes “pero no tienen corazones”.
Los yanquis tienen aviones, metralletas y fusiles
y generales por miles “pero no tienen corazones”.
Por ésto y miles de cosas, los zumban los vietnamitas
eso que son chiquititos “pero si tienen corazones”».[1]

Carlos Puebla, “David y Goliath”, L’Avana 1967.

CAST

AMLO: Andrés Manuel López Obrador, presidente eletto del Messico. Aspirante al ruolo di eroe di una storia originale “né calco né copia”, come chiedeva uno dei massimi sceneggiatori della storia latinoamericana, il peruviano José Carlos Mariátegui, quasi un secolo fa[2].

Farfamiche: contrazione di Farfalle atomiche.

Farfalle perché messicane e messicani sono, in senso buono, leggeri. Naturalmente, ci sono eccezioni, alcune addirittura Slim, come il Coyote Bill entrato stabilmente nel podio dei ricchi del mondo dopo che i suoi compari al governo gli hanno ceduto a vil prezzo le più redditizie aziende statali.

Atomiche perché le farfalle del 2018 debbono contrapporsi e resistere al Caligola atomico. È il destino condiviso delle farfalle messicane da secoli poiché, recita un vecchio aforisma, “il Messico è troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti”.

Star Guest: il capo della banda Bassotti,Maxi grandulón”, per l’anagrafe Donald, alias Caligola atomico. Confesso di avere avuto qualche dubbio su quest’ultimo accostamento perché, come ben Leggi tutto “AMLO nel paese delle farfamiche. Puntata propedeutica”

Prime impressioni sulle elezioni statunitensi di metà mandato e un saluto agli eroi della carovana della miseria

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RaiNews, e la sua peculiare popolazione di ex addetti della sinistra, ha commentato con soddisfazione stamane (7 de novembre), che nell’elezioni statunitensi non c’è stata alcuna ondata anti Trump ed i democratici si erano limitati a riprendersi la Camera mentre (il loro) Donald aveva mantenuto la maggioranza al Senato. Per completare l’opera di minimizzazione hanno aggiunto: vittorie parziali dell’opposizione sono del tutto normali negli USA in questo tipo di elezioni.

Avevano preparato il clima da giorni vendendole come una sorta di plebiscito su Trump. Quindi, concludono, il plebiscito è fallito. Pur con qualche crepa, l’elettorato degli USA ha approvato la gestione del presidente.

Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine.

1) È vero che, tradizionalmente, le elezioni parlamentari di metà mandato esprimono un certo livello di dissenso verso la presidenza e il partito all’opposizione recupera qualcosa sulle elezioni precedenti. Tuttavia, perché la elezione dei senatori è solo parziale, è assolutamente tradizionale (e logico) che i cambiamenti non siano massicci.

Ergo, rientra nell’assoluta normalità che i democratici abbiano recuperato la Camera ed i repubblicani mantenuto il controllo del Senato, pur perdendo voti. Sarebbe stato un terremoto se i democratici avessero recuperato il Senato, ma solo ai propagandisti (e agli ignoranti) è passata per la testa quella possibilità. Leggi tutto “Prime impressioni sulle elezioni statunitensi di metà mandato e un saluto agli eroi della carovana della miseria”

A Thomas Sankara e al suo Burkina Faso: «il Paese degli uomini integri»

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«Nel Burkina Faso, la nostra rivoluzione è aperta alle disgrazie di tutti i popoli.
S’inspira a tutte le esperienze umane fin dal primo soffio dell’umanità.
Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo,
di tutte le lotte di liberazione dei popoli del terzo mondo»
Thomas Sankara, «La libertà si conquista con la lotta»

Discurso all’Asemblea generale delle Nazioni Unite, 1984.

“Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale.
Rimborsare o non rimborsare non è un problema d’onore perché
se noi pagheremo probabilmente moriremo,
se noi non pagheremo loro non moriranno, statene certi”. 

Marinella Correggia (a cura di), “Thomas Sankara, il presidente ribelle”,
Manifestolibri, Roma 1997

“Tutto ciò che l’uomo immagina, lo può creare”
Marinella Correggia (a cura di), “Thomas Sankara, “I discorsi e le idee”,

Edizioni Sankara, Roma 2006

Il 14 maggio 1983 Sankara, da pochi mesi primo ministro di un governo militare, interviene in una manifestazione a Bobo-Dioulasso, nel sudovest du pays. «Il primo oratore, il capo del governo, dichiarava che non ci sarebbe stato alcun rallentamento del processo di cambiamento. Decine di migliaia di persone applaudivano scandendo il suo nome. Il secondo oratore, il capo dello Stato, ne preannunciava invece una pausa. Silenzio della folla che disertava immediatamente la piazza urlando “Sankara! Sankara”!».[1]

Ormai, era evidente Leggi tutto “A Thomas Sankara e al suo Burkina Faso: «il Paese degli uomini integri»”

Assassini seriali: Henry Kissinger

Gli amici del quartiere possono scomparire.
I cantanti della radio possono scomparire.
Quelli che sono sui giornali possono scomparire.
La persona che ami può scomparire.
Quelli che sono nell’aria possono scomparire nell’aria.
Quelli che sono per strada possono scomparire per strada.
Gli amici del quartiere possono scomparire.
Ma i dinosauri scompariranno

Charlie García, “Los dinosaurios” (“Modern Clix”, 1983)

I dinosauri di Charly – i militari – non sono scomparsi.

Solo in pochi Paesi, pochissimi tra di loro sono stati giudicati[i].

Sono sempre liberi i loro ispiratori, incluso il più importante, Henry Kissinger (“Premio Nobel per la pace” 1973).

Kissinger ebbe un ruolo centrale in tutte le atrocità commesse tra il 1969-1977. Leggi tutto “Assassini seriali: Henry Kissinger”